Francavilla fontana piazza umberto I piccione
Foto: Gabriele Fanelli

Sentite questa: da diversi anni il saldo migratorio di Francavilla Fontana (il rapporto tra arrivi e partenze) è in rosso. Il 2017 ha registrato il trasferimento fuori città di 85 persone, dopo i picchi di 128 e 159 persone degli anni precedenti. Questo significa che mai, negli ultimi anni, i nuovi arrivi (dall’estero o da altre città pugliesi e italiane) sono stati sufficienti a equilibrare le partenze. Invece è progressivamente salita, nell’ultimo quindicennio, la presenza degli stranieri a Francavilla, che nel 2017 si attestava su un comunque misero 1,3%.

Sentite quest’altra: sempre nel 2017, la popolazione francavillese contava 7406 persone sotto i 19 anni, circa il 20% del totale (36571 abitanti, in contrazione leggera ma costante dal 2011). Se estendiamo l’età giovanile fino a 35 anni arriviamo a 14389 residenti, circa il 39% del totale, in una città in cui l’età media è di 41,9 anni. A tal proposito è bene far notare che Francavilla è il secondo comune della provincia di Brindisi per età media più bassa dopo Villa Castelli, e sempre dopo Villa Castelli ha il tasso di natalità più alto (8,4).

Bene, adesso basta coi freddi numeri: scaldiamoci un po’ al calduccio della nostra percezione.

Migranti francavillesi. Oltre le statistiche (a proposito, le trovate tutte qui) c’è anche la percezione che si ha di un luogo, ciò che vediamo e sentiamo vivendolo. Pensiamo alle festività da poco trascorse e a piazza Umberto I, ad esempio: pienissima sotto Natale, pian piano torna a svuotarsi dopo Capodanno. Tradotto: i dati non possono certo restituirci la consapevolezza che molti tra i nostri figli, amici, fratelli o sorelle vivono fuori, hanno la residenza qui ma se tutto va bene la sposteranno altrove quando si saranno stabilizzati con un bel lavoro e magari una nuova, affettuosissima famiglia.

In sostanza, dei 36mila e mammamamma abitanti francavillesi, molti non mettono piede in città da chissà quanto, specie nella fascia 19-35. L’esempio classico è quello dello studente universitario, sulla carta residente a Francavilla ma domiciliato nella città in cui studia.

Cosa fanno i nostri migranti lontano da Francavilla, oltre a studiare? Di tutto. Ci sono le cosiddette eccellenze, persone che non potrebbero fare qui quello che fanno altrove (ne è un esempio Pierpaolo Filomeno o il maestro Dario Di Coste, davvero due nomi tra i tanti), ma abbiamo anche un esercito di camerieri, operai, impiegati e professionisti che difficilmente potrebbero tornare a Francavilla, perché qui sfumerebbe l’indipendenza conquistata fuori, peraltro con tantissimi sacrifici. Di fatto, i nostri sono a tutti gli effetti dei migranti economici: come sappiamo, negli ultimi anni si è ripreso ad andar via da tutto il Meridione in cerca di condizioni di vita migliori come accadeva un secolo fa o nel secondo dopoguerra.

L’illusione della scuola. La percezione – anche quella della piazza, che tutto sommato torna a riempirsi nel weekend, inverno compreso – suggerisce però un’altra cosa, apparentemente in contraddizione con quanto affermato finora: e cioè che Francavilla non si svuota mai del tutto. Se qualche lettore forestiero si è fatto l’idea della tipica cittadina meridionale abitata unicamente da vecchietti che a sera, d’estate, stazionano sull’uscio di casa – be’, è decisamente fuori strada.

In questo senso giocano un ruolo fondamentale le scuole, soprattutto gli istituti superiori. Negli orari di uscita, dalle 12 alle 14, Francavilla si riempie di ragazzi e ragazzini (oltre che di auto e pullman). Eppure proprio le nostre scuole sono il motore di un’illusione collettiva: di fatto, formiamo – e lo facciamo molto bene, in generale – ragazzi che perderemo, che andranno ad arricchire, studiando o lavorando, altre città italiane o straniere.  Riuscite a immaginare cosa sarebbe Francavilla Fontana se fosse abitata da tutti e 36mila i suoi abitanti, soprattutto dalle sue forze più fresche? Quanta ricchezza in più potremmo produrre? È un paradosso, ovviamente: come abbiamo detto, ad oggi non esistono le condizioni per il ritorno dei nostri migranti.

Morale della favola: se oggi Francavilla non è ancora una città condannata a fare i conti con la desertificazione demografica, lo sarà in futuro. Il che significherà un impoverimento ulteriore e generale, sotto diversi aspetti. Cosa si può fare per impedirlo? È difficile che un’amministrazione locale possa intervenire sui migranti in uscita, soprattutto se il problema ruota attorno alla questione occupazionale. Bisogna però prendere atto che alcuni modelli di sviluppo sono definitivamente al tramonto: soprattutto quello della città commerciale, caduto sotto i colpi degli Auchan e degli acquisti online, e quello legato all’edilizia, che non di rado ha prodotto mostri architettonici e prezzi inaccessibili, lasciandoci al contempo una torma impressionante di case abbandonate (nel centro storico, ma non solo).

Restano l’agricoltura, il turismo sostenibile, le nuove tecnologie. Non è poco, e non a caso si tratta di comparti in cui da tempo investe la Regione Puglia e che rendono la nostra una regione un po’ meno meridionale di altre. Tre settori su cui tuttavia Francavilla appare vagamente in ritardo.

Noi siamo i giovani, i giovani, i giovani… C’è comunque da pensare ai giovani che qui, nonostante tutto, ci vivono adesso. Per chi come il sottoscritto è nato negli anni ’80 del secolo scorso la situazione è davvero complicata: se non hai un lavoro stabile e il sostegno economico della tua famiglia alle spalle puoi trovarti davvero in difficoltà. Siamo spacciati? Può essere. Dedichiamoci allora ai giovanissimi: come dicevo, i ragazzi in età scolare li formiamo, eccome se li formiamo – diverso tuttavia è dire che li comprendiamo.

Con Petrolio tempo fa abbiamo avvicinato, nel centro storico, una comitiva di ragazzini, e sono venute fuori diverse cose interessanti. Di fatto, fuori dalle emergenze e dalle eccellenze è molto difficile che adulti e ragazzi francavillesi parlino realmente. Ancora le festività natalizie ci hanno restituito un episodio assurto a simbolo negativo di questa incapacità di comunicare tra generazioni. Mi riferisco alla “presa” della fontana di piazza Umberto I da parte di un ragazzino di cui si è detto ormai tutto e il contrario di tutto. L’unica certezza di quella storia è nella denuncia d’ufficio beccata dall’adolescente per deturpamento e uso distorto di un bene monumentale. Il resto è stato un chiacchiericcio non richiesto, un intrattenimento collettivo a mezzo social da parte di adulti totalmente impreparati all’uso delle nuove tecnologie.

Non credo, romanticamente, che i giovani siano sempre migliori degli adulti, ma è evidente come per molti adulti francavillesi i ragazzi semplicemente non esistano. C’è un mondo d’invisibilità giovanile ancora più vasto di quello che immaginiamo: non sempre sappiamo chi sono, cosa vogliono, che lingua parlano i nostri ragazzi. Un contesto come quello francavillese ha però bisogno con urgenza di dialogo, anche forte e appassionato, ma vero. Tra generazioni, ma non solo, tanto in ambienti digitali più sani che in luoghi fisici accessibili a tutti.

Prima di andare via. Non si tratta di giocare a fare le anime belle, quanto di organizzarsi con quello che c’è, con le risorse umane più o meno limitate a disposizione, per far camminare una città intera verso un futuro meno opaco di quello che riconosciamo come presente. Non abbiamo grandi certezze sui giovani ma qualcosa la sappiamo: ad esempio che quando lo spazio c’è, partecipano. È il caso di diverse iniziative scolastiche o di un’istituzione come la biblioteca comunale, molto frequentata (anche da universitari pendolari) da quando ha iniziato a osservare orari più adeguati. È stato il caso, in passato, di Nuovo Cinema Parapallo, che quasi dieci anni fa rappresentò un ottimo esempio di partecipazione alla vita pubblica per mezzo di un bando comunale. Ed è stato anche il caso della bonànima del Laboratorio Urbano, spazio pubblico gestito da un privato, che per qualche anno è riuscito a raccogliere una parte della popolazione giovanile di questa città.

Sappiamo pure che se lo spazio non c’è i ragazzi se lo prendono, pur di vivere meglio quella porzione di vita che passano qui. Succede quando si mettono a organizzare tornei di calcio per strada (vi ricordate il Fiffa inda Street?), quando ballano sul piazzale della posta centrale, quando affittano un locale per farci delle feste o aprono un’associazione, persino quando imbrattano il centro storico o un parchetto abbandonato da anni con delle scritte incomprensibili. A noi la scelta: possiamo disegnare addosso ai ragazzi, con tono paternalista, un futuro tutto sommato incerto anche per noi, oppure provare a immaginare insieme a loro qualcosa di profondamente diverso. Prima che migrino altrove.

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