Angelo Gagliani
Foto: Gabriele Fanelli

Incontriamo Angelo Gagliani a Brindisi, la sua città natale. Gli chiediamo subito se gli piacerebbe fare l’intervista in un posto in particolare, e Angelo non ha dubbi: saltiamo in auto e ci dirigiamo in contrada Matagiola, dove si trova il cantiere del gasdotto Tap. È un luogo presidiato costantemente dalle forze dell’ordine, anche in borghese, e c’è il rischio che ci fermino se ci vedono fare foto. Decidiamo che vale comunque la pena andare a vedere cosa c’è.
La polizia non tarda ad arrivare, ma Angelo fa in tempo a spiegarci cosa sta succedendo: vediamo gli ulivi monumentali sopravvissuti, quelli trapiantati poco più avanti e, in lontananza, il grande tubo nero che aspetta di essere sotterrato.
La volante ci passa accanto e rallenta; Gabriele raccoglie in fretta l’attrezzatura e risaliamo in macchina per andare via. Mentre ci allontaniamo, notiamo che stanno arrivando altre macchine della polizia. Ci seguono per un po’, ma poi si dileguano. Rientriamo a Brindisi.

Angelo è un tipo spigliato e appassionato. È docente di Informatica al Liceo Scientifico Ferdinando di Mesagne, ed è noto anche per le sue battaglie ambientaliste sul territorio. E, non meno importante, è il primo Climate Change Teacher riconosciuto dall’ONU in Italia. È da qui che voglio iniziare.

Tu sei il primo United Nations Climate Change Teacher italiano.

Sì! È andata in questo modo: la scorsa estate mi sono fatto un giro sul sito delle Nazioni Unite e ho scoperto che c’era la possibilità di fare un corso dell’UNITAR (l’istituto di training e ricerca delle Nazioni Unite) per diventare Climate Change Teacher. All’epoca era riservato agli insegnanti inglesi, ma ho contattato l’Harvard Education (l’ente che si occupa di questa certificazione), e ho chiesto l’allargamento anche agli insegnanti italiani. Mi hanno risposto che lo avrebbero fatto di lì a poco, e quindi ho avuto la possibilità di diventare il primo Climate Change Teacher italiano accreditato presso le Nazioni Unite. 

Quali sono state le reazioni di colleghi e studenti?

Non mi aspettavo tutto l’entusiasmo che c’è stato! Pensavo che ci sarebbe stata quantomeno una minoranza contraria nel collegio dei docenti, e invece ognuno di loro è subito venuto da me con un’idea. Secondo me bisogna partire con queste iniziative, perché una volta che partono il consenso si crea automaticamente. Per esempio, i ragazzi mi hanno chiesto “Quando andiamo a pulire la spiaggia di Torre Guaceto?”. C’è grande fermento e stiamo lavorando sodo. Per quanto riguarda la sensibilizzazione in ambito scolastico in generale, ci hanno contattato alcuni dirigenti scolastici dell’Umbria ai quali, in videoconferenza, abbiamo spiegato cosa abbiamo fatto e come. Prossimamente abbiamo un incontro all’Università di Reggio Emilia, e per non andare troppo lontano siamo stati contattati dalle scuole di Cisternino. Ci prendono a modello soprattutto per capire come muoversi, ed è per questo che su emergenzaclimatica.it c’è una guida su come diventare Climate Change Teacher, su come sottoscrivere la Dichiarazione d’Emergenza Climatica, e tutte le altre informazioni necessarie. Stiamo anche creando una Rete di Scuole contro l’emergenza climatica.

Concretamente, come si fa a diventare Climate Change Teacher?

C’è un portale (educateglobal.org), ci si registra con l’indirizzo email istituzionale degli insegnanti italiani, e infine si accede a cinque moduli (ogni modulo è diviso in corsi, e ogni corso ha diversi esami): in totale sono una quindicina di esami, tutti in inglese. Non è facile, e lo stesso esame si può ripetere al massimo due volte (con domande diverse ogni volta). Bisogna studiare tutto il materiale: ogni modulo è fatto benissimo, quindi è impossibile barare! 

L’IISS Ferdinando di Mesagne, invece, è la prima Climate Change School italiana accreditata presso le Nazioni Unite. Come ci siete riusciti?

Questa primavera, insieme al professor Carducci e agli studenti del mio liceo, in alternanza scuola-lavoro, abbiamo partecipato a un progetto in cui bisognava creare un portale sui cambiamenti climatici per l’Università del Salento: da questo progetto è nato emergenzaclimatica.it. È una climateca in cui l’Università del Salento e tutti i ricercatori che si occupano di clima inseriscono le proprie pubblicazioni sull’argomento: questo portale è di fatto il primo centro di informazione sul clima in tutta Italia. Sempre qui è disponibile la Dichiarazione di Emergenza Climatica dei Comuni, scritta dal professor Carducci, che tra le altre cose è stata approvata ed accettata dall’Associazione Comuni Virtuosi. Sono oltre cento i comuni in Italia che hanno ratificato questo documento! E in più abbiamo scritto, con i rappresentanti degli studenti della mia scuola e con i ragazzi della redazione di emergenzaclimatica.it, la Dichiarazione Modello per le Scuole. La mia scuola ha dichiarato a settembre l’Emergenza Climatica, all’unanimità del collegio dei docenti: tutti gli insegnanti si sono impegnati a svolgere ogni tipo di azione possibile per contrastare i cambiamenti climatici. Per esempio, abbiamo deciso di differenziare i rifiuti (ed è strano che non si facesse già da prima, dato che da tempo si fa in tutte le case di Mesagne) e di mettere in giro per la scuola dei dispenser di acqua (perché ogni studente possa riempire la sua borraccia di metallo).

Hai in mente altre iniziative in ambito scolastico?

Data la sensibilità dimostrata dagli studenti, ho avuto l’idea di creare un insegnamento proprio sui cambiamenti climatici, che finora è stato semplicemente declinato nelle diverse discipline. L’idea iniziale, pensata insieme al preside Guglielmi, era di inserire un’ora settimanale di “Ambiente, salute e clima”. Perché tutto questo? Perché tra Mesagne e Brindisi ci troviamo in un contesto fossile: abbiamo il carbone di Cerano, quello di Taranto, stanno arrivando tre gasdotti – Tap è quasi finito, vogliono fare due grandi centrali a gas, convertendo la centrale di Cerano. Ad esempio, questa storia della transizione di Cerano i miei ragazzi la stanno studiando adesso nel modulo di scienze: se togli il carbone che è fossile, e fai una transizione al gas metano, che in chimica è ‎CH4 (dove C sta per carbonio, che è la molecola alla base dei fossili), non cambia nulla. Decarbonizzare, idea tanto cara al nostro sindaco, al presidente della Regione, non vuol dire “uscire dal carbone”, ma dal carbonio – che è alla base sia del carbone, sia del gas metano, sia del petrolio. Passare al gas significa portare avanti l’inquinamento fossile almeno fino al 2050: lo scopo è eliminare il carbone entro il 2025, e il metano entro il 2030. Questi sono gli obiettivi a livello mondiale, mentre l’industria fossile continua a spingere in senso opposto.

Tu sei anche un attivista No Tap. Qual è la situazione?

Tap arriva qui, tra Brindisi e Mesagne, in contrada Matagiola. Stiamo seguendo la distruzione del nostro territorio: hanno già espiantato tantissimi ulivi; sono rimasti solo gli ulivi monumentali, ma espianteranno anche quelli. Tap e Snam sono state aiutate dalla xylella, che ha distrutto tantissimi altri ulivi. I lavori sono ad uno stadio molto avanzato: è un’opera inutile, perché trasporterà gas non destinato all’Italia. Per il nostro territorio, già fortemente provato, avere a Melendugno il PRT di Tap, a Brindisi la centrale di interconnessione, l’arrivo di Poseidon da Israele (che porta altro gas) a Otranto, è una vera e propria catastrofe. Successivamente verrà costruito un altro metanodotto che da Brindisi va a Massafra, e che poi confluisce nella rete nazionale – a cui, tra l’altro, mancano alcuni pezzi qua e là; tutto questo fino a Minervio, vicino a Bologna. Tap e altri hanno scelto proprio Brindisi perché qui il centro di interconnessione esiste da trent’anni, nel senso che qui già arriva il gas dalla Tunisia e dalla Calabria, gas che poi viene smistato sia a nord che a sud. Solo sul tratto che collega Melendugno a Brindisi, per una lunghezza di 55 km, sono 8600 gli ulivi interessati dalla costruzione del gasdotto, per non parlare di tutti gli alberi che non sono protetti. Per quanto riguarda la costruzione del gasdotto Poseidon, abbiamo stimato che sono più di diecimila gli ulivi a rischio. Per le multinazionali è molto più facile procedere per via della xylella: tutte le leggi di emergenza per la xylella sono a loro favore. 

E i #fridaysforfuture?

Venerdì 27 settembre c’è stata a Brindisi la grande manifestazione di #fridayforfuture, a cui hanno partecipato ben 500 ragazzi della mia scuola. Tanti miei studenti sono parte attiva del movimento, e si stanno muovendo per organizzare delle iniziative: ho capito che i ragazzi hanno bisogno di agire, perché si sono resi conto – meglio di tanti adulti – di cosa sta succedendo. A Brindisi non si vedeva una manifestazione così da tanto tempo! Forse non sanno ancora bene come muoversi, ma sono molto determinati ad agire.

Come ti poni rispetto a questo movimento? Sei ottimista?

Se me lo avessi chiesto sei mesi fa, ti avrei detto di no: fino a poco tempo fa i ragazzi non erano presenti alle battaglie ambientaliste. Quando ero giovane io, c’era molta più adesione da parte degli studenti a tutti i movimenti. Ma dopo la manifestazione del 27, e soprattutto dopo l’ascesa della figura di Greta, secondo me l’idea che si possa fare concretamente qualcosa è rinata. Bisogna agire per contrastare i cambiamenti climatici, e i ragazzi in meno di sei mesi hanno sviluppato una coscienza responsabile. Sinceramente non me lo aspettavo, e sembra che siano sempre più determinati: chiedono iniziative, chiedono di studiare, di conoscere le cose. Ora sono veramente molto ottimista. Dopotutto, questa è la prima generazione che vive nell’emergenza climatica.

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