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Foto: Dino Maglie

“Ma come mai proprio Francavilla?”. È la domanda che quasi tutti i non francavillesi mi rivolgono quando dico loro di essermi trasferito da poco tempo. La curiosità è legittima. Quasi tutti danno per scontato che c’entri in qualche modo il mio lavoro da libero professionista, perché altre ipotesi non sono neanche prese in considerazione, se si esclude anche il trasferimento per questioni sentimentali.

Francavilla da lontano non è certamente vista come una tappa esotica, né una meta turistica ambita, né un luogo dove ci sono particolari condizioni di vita piacevoli per decidere di venirci a vivere. Io sono cresciuto tra Taranto e la sua vicina provincia e per noi ragazzini di fine anni ’90 questa cittadina ha sempre rappresentato due cose: il commercio che conta, perché lo sentivamo dire dagli adulti, e l’uscita bisettimanale fuori dai confini, quando ancora il Salento, per noi industrializzati, era solo una grande prateria di mandrie allo stato brado. Non importa se eravamo figli di operai o talvolta anche meno, per i miei amici tarantini purosangue il triangolo dell’economia, che ovviamente toccava Martina Franca, potevo solo chiudersi a Francavilla. (Per anni mi sono chiesto quale fosse quell’unico locale che frequentavamo; solo qualche mese fa ho avuto l’illuminazione: il Nettuno di viale Lilla). Oggi la Puglia è diventata internazionale ma si è anche rimpicciolita, adesso si va a Polignano a mangiare il pesce o a Lecce a prendere un gelato sul corso, ma questo non ha permesso a Francavilla Fontana di modificare almeno in parte la sua reputazione: ancora oggi rimane per i miei compaesani solo una città di validi commercianti e imprenditori.

Questa nomea finisce inevitabilmente col condizionare l’idea stessa della Francavilla urbana. Quando cerco di spiegare che in fondo esiste anche un centro storico e che è anche molto carino, la maggior parte degli interlocutori rimane un po’ spiazzata. I più fiduciosi si limitano a dire che non ci sono mai stati in centro o si giustificano dicendo che ci sono sempre passati al volo, i più giramondo mettono sul piatto subito il confronto con Ostuni, a loro avviso impietoso, ma non è detto che ci siano mai stati per davvero.

La cosa divertente è che la stessa domanda iniziale mi viene posta anche dai francavillesi. Il tono, però, in questo caso cambia. C’è chi fa una piccola pausa prima di chiedermelo con titubanza, chi aggrotta la fronte, chi la accompagna con una risatina sarcastica. Mi fanno sentire ogni volta un po’ come quei turisti ingenui che a Roma, mentre prendono il sole alla fermata di Piazza Venezia, ti dicono che amano quella città e vivrebbero lì per sempre. E quindi mi ritrovo spesso nella condizione paradossale di difesa di un luogo che non conosco bene, che non posso ancora considerare mio, ma che nel confronto con altre realtà ritengo abbia diverse carte da giocare.

Intanto continuo ad andare in avanscoperta quotidiana. Inizio a riconoscere visivamente le strade, ricordare i nomi di alcune vie, inizio a capire in breve tempo il tragitto più breve da percorrere, l’altro giorno ho addirittura dato la mia prima indicazione ad un passante. Francavilla la sto conquistando pezzo per pezzo, buca per buca, pizzeria per pizzeria. Non so per quanto tempo ci rimarrò, per ora mi godo il bello del sentirsi trattati bene da tutti, come si fa coi forestieri. E ogni tanto per sentirmi più sereno passo dal mio posto preferito, la piazza della Chiesa Matrice. Lì dove la prima volta rimasi sbalordito, sorpreso dal fatto di non aver mai conosciuto commercianti così bravi a fare anche gli architetti. E dove su un gradino silenzioso, una mia cara amica una sera di un paio d’anni fa mi chiese “ma perché non ti trasferisci a Francavilla?”. E io la presi per matta.

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