numero di matricola

“Abbiamo avuto un’idea: perché non scrivi un pezzo su Antonio Somma per il giorno della Memoria?”. Con queste parole i colleghi Petrolieri hanno fatto due cose. Primo: mi hanno assegnato il compito a casa più difficile di tutta la mia, seppur breve, carriera da scribacchino. Secondo: hanno trasformato la casa in cui vivo in una sorta di film muto in bianco e nero, in cui i ricordi scorrono veloci sulla pellicola. E non so ancora se ringraziarli o maledirli per questo. Senza portarla troppo per le lunghe, ho accettato questa sfida personale ma a una condizione: mi conosco troppo bene per non ammettere di non essere uno storico e che il partigiano Antonio Somma, il sindacalista Antonio Somma, il politico Antonio Somma per me sono molto più semplicemente nonno Antonio. Voglio dire che, oltre a far parlare i documenti storici per ricordare uno dei momenti più folli dell’umanità, parlerà anche il cuore di un nipote a cui il nonno puntualmente comprava il gelato al bar. Tutto qui.

antonio somma giovane

La cosa più strana in questo momento è scrivere all’interno della stanza che è stata per una cinquantina di anni lo studio-libreria del nonno. Da qualche anno la mia famiglia si è trasferita nella casa che è stata di nonno Antonio e nonna Nina e, sebbene sia cambiato l’arredamento, riesco ancora a vedere tutto com’era. Una lunga scrivania stracolma di libri da leggere o da consultare, che noi nipoti utilizzavamo come fosse una macchina del tempo nascondendoci sotto il piano scrittura, una lampada nera che illuminava le sue letture serali. Di fronte alla scrivania un mobile in legno scuro, fatto di vetrine verdognole e delle grate in ferro che disegnavano ghirigori (ricordo ancora quando li percorrevo con l’indice della mano destra). Una sporgenza nella parte inferiore, su cui spesso nascevano storie di avventura con i pupazzi delle Tartarughe Ninja o dei Transformers, dava vita a due cassettoni. Anche sotto questo mobile era possibile nascondersi, stesi per terra con annessi rimproveri dei genitori e i sorrisi divertiti dei nonni. Libri, libri e libri in questo mobile che non credo fosse nato per essere una libreria. Così come alle spalle della scrivania: un mobile color avana, costruito a misura di parete in lunghezza e altezza. Migliaia di libri, di qualsiasi tipo. Seduto alla scrivania, se guardo alla mia sinistra posso ancora vedere il mobiletto della musica, colmo di musicassette e cd di musica classica e lirica che il nonno adorava (aveva una voce niente male), con l’immancabile stereo, dal quale ascoltava programmi radio con l’attenzione di chi ha di fronte un interlocutore in carne e ossa. Un ultimo particolare: vicino alla finestra c’era un leggio, fatto costruire da un artigiano dopo aver acquistato la Bibbia del Giubileo. Già, nonno Antonio era un comunista cristiano. Tre anni prima di morire, il 2 agosto 2002, riuscì ad avverare un desiderio che con la sua inseparabile Nina aveva tenuto dentro per 52 anni: sposarsi in chiesa, cosa che nel 1950 era stato loro vietato per via della scomunica ai comunisti del 1° luglio 1949, ritenuti apostati da Pio XII.

Avrò avuto dieci anni la prima volta che ho sentito parlare il nonno di campi di concentramento. La maestra Giovanna, che conosceva il nonno e la sua storia più di quanto ancora non lo conoscessi io, invitò il partigiano Antonio Somma a parlare in una classe di bambini di quinta elementare. Studiavamo la seconda guerra mondiale e quei maledetti campi di sterminio così difficili da capire e accettare per un ragazzino a quell’età. Non che in età adulta sia più semplice, ma il cuore si fa più duro crescendo. Ricordo che mi sentivo fighissimo, ehi, mio nonno era la guest star! Una sensazione che non durò per molto. Alla fine di quell’incontro eravamo sconvolti. Il nonno aveva eccellenti doti narrative, come quelle di una voce fuoricampo che guida la tua immaginazione. Senza scendere in particolari macabri che ho scoperto solo più tardi, mio nonno 70enne era diventato uno di noi, raccontandoci la follia umana come avrebbe potuto raccontarla un nostro coetaneo. Ricordo il silenzio e qualche lacrima, comprensibile. Se penso alla mia infanzia spensierata, questo è uno dei primi ricordi scioccanti. In compenso però, uno di quelli che ha segnato una netta linea di demarcazione fra buono e cattivo, giusto e sbagliato.

antonio somma salsomaggiore

Adesso siamo adulti però. È bene che chi non sa, venga a conoscenza della barbarie. E che chi sa, non lo dimentichi mai. Credo poco nelle giornate dedicate a “questo e quello”. È come non dare il vero valore a ciò che si celebra. Come se dovessimo avere un tempo e uno spazio limitati per festeggiare o ricordare. Spero tuttavia che alcune di queste ricorrenze siano semplicemente il culmine di un pensiero costante. Non una cosa del tipo “dobbiamo andare al cimitero perché è il 2 novembre”, per fare un esempio. Con il rischio di cadere nel banale, mi perdonino i lorsignori dell’originalità, il ricordo va mantenuto vivo. Sempre. La memoria non è altro che un punto di forza, ma la tolleranza nei confronti dell’altro è qualcosa che possiamo coltivare davvero giornalmente, nei gesti più piccoli e insignificanti, nel capire un dolore e non prendendocene gioco, nell’aprire una porta e non chiuderla dietro una bandiera. Altrimenti nessun 27 gennaio avrà più senso.

È arrivata la parte più dura, quella che gli adulti devono poter sopportare. Nonno Antonio ha raccontato la sua storia in un libro-intervista a cura di Alessandro Rodia, La storia di un protagonista del Sud. Si parte dall’8 settembre del 1943 fino agli ultimi giorni trascorsi in politica. Quello che il nonno raccontò a un registratore con cassette, lo aveva fatto tante volte nella sua vita, sempre con la stessa dovizia di particolari da buon narratore qual era. E lo aveva fatto anche con noi nipoti. Avete presente le scene da telefilm in cui il nonno si siede in cerchio con i nipoti a raccontare storie vicino al camino? Ecco, il nonno lo ha fatto tante volte, togliete il camino però e metteteci una lunga scrivania.

9437. Questo numero non lo dimenticheremo mai. E, se qualcuno in famiglia dovesse essere un po’ smemorato, in tutte le case dei figli di Antonio Somma, mia madre e i miei zii, c’è una foto incorniciata. È la foto di una fascia rossa con questo numero scritto in nero. Era il numero di matricola assegnato al nonno nel lager di Bolzano, dove fu trasferito il 25 febbraio 1945, dopo essere stato catturato in quanto partigiano e comunista. Ecco il perché della fascia color rosso. Il 9437esimo di una lista lunghissima in cui non comparivano i nomi dei prigionieri ebrei, perché degli ebrei non c’erano nomi e non doveva restare traccia. Il nonno è stato torturato con scariche elettriche che attraversavano tutto il corpo fino ad arrivare all’intestino, cosa che toglie qualsiasi forza vitale, sottoposto a finta fucilazione, colpito alla testa con una tavola di legno fino a quando la stessa non si ruppe. Selezionato nel lager di Bolzano per finire a Mauthausen, dove i prigionieri duravano appena tre mesi prima di essere eliminati. Erano i primi giorni di marzo. 68 ore di viaggio in un vagone di un treno in cui oltre 70 persone rimasero in piedi, senza dormire né mangiare, immersi nei loro stessi bisogni fisiologici. Nel campo di Mauthausen la vita divenne ancora più dura, per tutti i prigionieri. L’esercito tedesco e Hitler stavano per cadere sotto i colpi degli alleati e i campi di sterminio divennero ancora più crudi, se possibile. C’era da fare una sola cosa, resistere. “Resistere era una prova che andava oltre l’uomo”, diceva il nonno. Chi mostrava segni di cedimento, come una semplicissima febbre, veniva eliminato immediatamente. Senza aspettare i tre mesi. Bisognava resistere, bisognava dimostrare di essere in salute. Lo “scugnizzo”, nome da partigiano del nonno, non si lamentava mai. Era una caratteristica del suo modo di vivere in realtà, anche quando la sorte gli ha riservato un diabete che gli metteva sul piatto sempre riso in bianco e pesce al forno con l’insalata. Non gli ho mai sentito dire una parola sul suo menu, che al suo posto mi avrebbe reso matto dopo due settimane.

lager bolzano

Il 30 aprile del 1945 fu la sua salvezza, come di tutti i sopravvissuti ai campi di sterminio. La morte di Hitler li liberò da quell’incubo, anche se mai definitivamente. Chi ha vissuto un lager non potrà mai eliminarlo dalla testa. C’era un senso di gratitudine nel nonno, una serenità che credo lo abbia aiutato fino all’ultimo respiro. Credo che il ricordo sempre vivido di quello che aveva vissuto ad appena 22 anni, sia stato una guida invisibile. Crescendo ho maturato il pensiero che il nonno, quel francavillese d’adozione innamorato delle sue origini campane, abbia saputo trasformare l’angoscia e i tormenti facendoli diventare punti di forza. La voglia interminabile di sapere, di studiare da completo autodidatta, è una delle prime conseguenze alla salvezza.

La storia è un buon insegnante, tanto quanto la memoria è indelebile. Come quei nomi che il nonno sapeva pronunciare come un mantra, nomi di giovani francavillesi che persero la vita nei campi di sterminio nazisti: Cosimo Andrisano, morto a Dachau l’11 maggio 1945; Cosimo Ardito, morto il 20 giugno del 1944 a Gelsenkirchen-Buer; Giosuè Candita, morto il 14 aprile 1945 a Weimar Buchenwald; Giovanni Cinieri, morto il 24 settembre 1944 a Bergen-Belsen; Luca Lonoce, morto il 12 febbraio 1945 a Dachau; Luca Martina, morto il 21 febbraio 1945 a Fustenberg; Pasquale Saponaro, morto il 17 marzo 1945 a Gelsenkirchen-Buer. A loro, tramite i ricordi dolci e amari di mio nonno tornato a casa, è dedicata la nostra memoria. A loro come a tutti i 17 milioni di morti della follia nazista. Ogni giorno della nostra vita.

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