Molti francavillesi hanno scoperto l’arte di Dino Clavica dopo la sua scomparsa, lo scorso dicembre. Ma lo stesso Dino, che da tempo abitava a Bari, sull’argomento glissava o faceva volentieri lo gnorri. Per carattere e inclinazione personale, perché il non prendersi troppo sul serio faceva parte del suo stare al mondo.

Con Dino si parlava di molte altre cose, in compenso. Di solito ci beccavamo a sera tardi, soprattutto d’estate, in piazza a Francavilla o in giro per la Puglia. Molto spesso per caso. Il primo argomento di conversazione era il mare: io gli chiedevo quando aveva fatto il primo bagno, la risposta era sempre marzo o aprile. Se ogni tanto confessavo d’aver preferito San Pietro a Campomarino, di cui Dino era il king indiscusso, scattava il rimprovero, divertito ma fermo.

Arte poco o niente, insomma. Al massimo si parlava dell’associazione Veluvre, di cui Dino faceva parte, e delle tante iniziative importanti cui aveva dato vita, come ha ricordato Oscar Iarussi in un bel ritratto uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno.

In un paio d’occasioni ho provato a convincere Dino a portare le sue opere in mostra a Francavilla. È successo dopo che aveva esposto a Bari. “Non puoi più nasconderti” gli ho detto. E lui: “Vedremo”, ridendosela sotto i baffi. Credo che l’idea di diventare un local hero in campo artistico non gli andasse troppo a genio. Non riuscivo a dargli torto, anche se prima o poi contavo di metterlo alle strette.

Credo c’entrasse anche il fatto che Dino stava ancora cercando la sua strada, divertendosi con linguaggi e materiali di ogni sorta: tanto i colori quanto gli oggetti d’uso quotidiano. Tra questi ci metterei pure lo schermo dello smartphone su cui disegnava, usando un dito soltanto.

Scorrendo oggi l’Instagram di Dino si ha l’impressione di una sperimentazione continua, anche giocosa, che non aveva nulla dell’autoreferenzialità un po’ criptica di certi artisti alle prime armi. Spesso si considera il talento artistico come un dono ricevuto per sé: andrebbe inteso anche come un dono da restituire agli altri.

Il dono principale di Dino era sicuramente un tocco naïf genuino e delicato, che troviamo sia nelle semplici linee che si attorcigliano e si sciolgono attorno a corpi e oggetti come nelle esplosioni di colore in slow motion degli ultimi post (spesso accompagnati da un ottimo sottofondo musicale: in fatto di musica, pure, Dino aveva gran gusto).

Non mancano anche momenti di illustrazione pura, o collage che rimandano direttamente alla digital art come al graphic e al visual design.

In questa eterogeneità di linguaggi visivi ci sono comunque elementi e temi ricorrenti. Ad esempio l’infanzia, soprattutto coi soldatini, fotografati e isolati sulla tela digitale come oggetti provenienti da un passato sognato, trasfigurato come fosse un’altra dimensione.

Altre volte le proporzioni di questi oggetti sono completamente stravolte: i pupazzi diventano giganti intenti a sbrogliare ancora una volta il filo che Dino si divertiva a segnare e intrecciare con l’indice.

Altro tema che torna è il mare, ovviamente, con ancore, pesci e balene. Ma la natura è rappresentata anche da nuvole, alberi, cervi, fiori, cavalli, serpenti. A volte rimpiccioliti e adagiati su una mano enorme, altre accostati a un cuore umano, che pure fa spesso capolino tra un’opera e l’altra.

Più in generale, l’accostamento di forme ed elementi in apparenza inconciliabili suggerisce un lavoro di continua decontestualizzazione, un vago senso di estraneità. Espresso però con toni delicati e colori pastello, dunque rassicuranti – cosa ancora più strana e straniante, se vogliamo.

Credo che per chi ha conosciuto Dino sia prematuro cercare di comprendere di più della sua arte, e che un articolo come questo lo avrebbe imbarazzato e fatto sorridere allo stesso tempo. Penso anche sarebbe stato bello scriverlo prima, comunque. Ma è andata com’è andata e non posso farci niente. A parte andare più spesso a Campomarino, l’estate prossima.

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