Francesco Lanza protesi
Foto: Gabriele Fanelli

Mi ricordo bene quel giorno. 25 agosto 2016: ero al lavoro, al Bar Chopin, quando arrivò una notizia che sembrava venuta fuori da un generatore casuale di frasi. “Il nipote di Vito il macellaio ha avuto un incidente, gli hanno amputato una gamba”. Una cosa assurda e fuori dal mondo, che però era accaduta davvero. A distanza di qualche anno, mentre un procedimento civile e uno penale dovrebbero chiarire come si sono svolti i fatti, ho voluto che fosse direttamente Francesco Lanza a raccontarmi com’è cambiata la sua vita quel giorno.

Francesco, io non so niente di te. Partiamo dalle basi: chi sei?

Mi chiamo Francesco Lanza, ho ventidue anni e al momento sono disoccupato. Il motivo per cui credo di essere qui a parlare con te è che da quattro anni sono un amputato transtibiale: non ho più la gamba sinistra dal ginocchio in giù. In realtà da poco sotto al ginocchio.

Cos’è successo alla tua gamba?

A inizio 2016 ho mollato la scuola. Ho iniziato a lavorare al mercato. Poi ho fatto il bagnino in un parco acquatico. Ad agosto sono entrato in un’azienda, dov’è successo quello che è successo.

Di cosa si occupava la tua azienda, in particolare?

Costruzioni edili e pulizie di macchinari industriali in uno stabilimento nel barese. Io ero in raffineria.

E ci sei stato fino al 25 di agosto, giusto?

Sì. Quel giorno però lavoravo alla pulizia di un silos di sette/otto piani. Era la prima volta. Avevo quasi finito di pulire al terzo piano e stavo andando via, per tornare sull’impalcatura esterna, quando ho trovato un buco, diciamo così.

E allora che è successo?

Sì, mentre cadevo d’istinto ho provato a tirar fuori la gamba da questo buco. Ma ormai era troppo tardi, era bloccata. In quel punto c’era una tramoggia, un aggeggio meccanico che serve a macinare e raccogliere quello che ci metti dentro. Era acceso, al buio, io non sapevo nemmeno che potesse trovarsi lì. Sentivo come se qualcuno mi stesse prendendo per la caviglia. Il piede era bloccato tra le due lame dell’aggeggio, ero finito a terra. Per qualche secondo devo aver provato a voltarmi per accompagnare il giro delle lame, ma poi ho sentito un dolore fortissimo. Ogni tanto la notte ci penso intensamente e riesco a provarlo ancora, è come una coltellata al petto.

E poi?

Ho urlato per il dolore, chiedevo aiuto. È arrivato il caposquadra, hanno provato a spegnere la macchina. Per fortuna l’operaio che era con me è riuscito a bloccare le lame usando un palanchino d’acciaio. A quel punto, quando l’hanno tirata fuori, non sentivo più la gamba, solo dolore.

Sei rimasto lucido tutto il tempo?

Sì. Mentre arrivavano ambulanze ed elicotteri però pensavo davvero di morire. Non pensavo alla gamba o a una sedia a rotelle. Solo vita o morte. Intanto mi hanno tirato giù dall’impalcatura avvolto in una barella come in un bozzolo. Siamo partiti per andare in ospedale. Lì ho trovato un’intera squadra di medici pronta a visitarmi. Uno di loro mi ha prospettato due possibilità.

Francesco Lanza ritratto
Foto: Gabriele Fanelli

Cioè?

La prima: provare a ricostruire l’intera gamba, anche se era molto complicato rimettere insieme il sistema circolatorio di una parte del corpo così ampia. La seconda: amputare la gamba sotto il ginocchio, portare una protesi per sempre e avere però una vita tutto sommato normale.

Dovevi scegliere tu?

Sì, essendo maggiorenne. Il dottore è stato sincero: l’amputazione era l’unica via percorribile. Ho scelto di procedere. Ho firmato e ho chiesto di avvisare i miei genitori.

Come l’hanno presa?

Mio padre non ci credeva. Era impazzito. Chiedeva che tagliassero a lui la gamba per darla a me. Ma ovviamente non sapeva cos’era successo, e poi lui è il classico uomo che farebbe qualunque cosa per i suoi figli.

Come ti sei sentito dopo l’operazione?

All’inizio nella mia stanza c’erano i miei parenti. Poi, quando sono rimasto da solo con mia madre, ho sollevato il lenzuolo e mi sono guardato. Mi aspettavo qualcosa di diverso, non so cosa. Comunque dovevo farmelo piacere perché avevo solo diciott’anni e non potevo stare a pensarci più di tanto. Però quella notte ho scoperto cos’è un arto fantasma. 

Cioè?

Mi sono svegliato alle tre di notte perché sentivo dolori forti alla caviglia che non c’era più. I dottori me lo avevano anticipato, ma non ci avevo creduto. Non riuscivo a darmi pace, toglievo la coperta e vedevo che al posto della gamba c’era il letto e sentivo tanti piccoli aghi che mi pungevano in un punto invisibile. C’era da impazzire, per diciott’anni il mio cervello ha saputo con certezza che alla fine della mia gamba sinistra c’era un piede e adesso doveva abituarsi all’idea che non ci fosse più.

E i giorni successivi?

Ah, ci sono tante piccole cose che ricordo bene. Tipo la prima sigaretta dopo giorni senza fumare. Poi qualche giorno dopo un ragazzo nella mia stessa stanza ha invitato un amputato con protesi a farmi visita. Questo signore ha provato a farmi capire quanto fossi fortunato ad avere ancora il ginocchio. Diceva che con un pantalone nessuno si sarebbe accorto di niente.

Ti ha aiutato?

Sì, mi ha fatto stare bene, perché significava che avrei potuto ancora guidare con la mia gamba, mettere i passi senza sembrare zoppo. Ma comunque la prima volta che mi sono guardato allo specchio ho avuto come uno sbandamento. Non ero io, non ero il me stesso che conoscevo.

Quando ti hanno dimesso?

Dopo cinque giorni. I dottori dicevano che stavo benissimo, e in effetti è andata bene per qualche settimana. Poi sono ricominciati i dolori in piena notte. Ho preso farmaci e psicofarmaci per stare più tranquillo, ma l’arto fantasma continuava a perseguitarmi. Mi addormentavo alle cinque del mattino, sfinito dal dolore e dalla rabbia per una sensazione che apparteneva a un pezzo del mio corpo che non c’era più.

Francesco Lanza protesi
Foto: Gabriele Fanelli

E la vita quotidiana, com’è cambiata?

All’inizio non immaginavo quante cose avrei dovuto riprogrammare. Ti faccio un esempio. Una sera, prima di partire per Bologna per la protesi, sono uscito con gli amici. Ero con le stampelle, dovevo stare attento a non farmi male altrimenti avrei rallentato tutto il processo legato alla protesi. A un certo punto mi scappa la pipì, mi sposto in un angolo al buio e in quel momento passa una pattuglia dei carabinieri. Non stavo facendo nulla di male, ma il timore che potessero fermarmi mi ha messo in agitazione. Senza pensarci sono sceso dal marciapiede senza stampelle. Un disastro: sono caduto proprio sul moncone. Un dolore atroce, sono scoppiato a piangere mentre i miei amici mi riportavano in macchina.

Non dev’essere stato facile.

Per niente. Poi all’inizio, quando uscivo senza protesi, le persone mi fissavano di continuo. Di solito non ci facevo caso. Una sera, però, eravamo al cinema e c’era un sacco di gente fuori, in attesa. Mi sono fatto coraggio, sono sceso dalla macchina e mi sono accorto che a quanto pare ero io la vera star del film: mi guardavano tutti, all’altezza della gamba. Ci sono rimasto male. Posso capire la curiosità, ma insomma… Io non avrei fatto lo stesso.

Cosa ti ha lasciato quest’esperienza?

Prima ero davvero molto, molto timido. Stavo sempre per i fatti miei, con gli amici, non mi interessava stare in giro, piacere alle ragazze. L’incidente mi ha cambiato. Ha tirato fuori il mio vero carattere: tutti pensavano che mi avrebbe abbattuto, e invece è stato dopo l’incidente che ho iniziato a vivere appieno la mia età.

E la protesi?

L’ho fatta al Centro Protesi INAIL di Budrio, vicino Bologna, probabilmente tra i migliori in Europa. Avevo una stanza tutta per me, degli orari prestabiliti. Potevo uscire dalle 17 a mezzanotte. E infatti all’inizio cercavo di star fuori il più possibile (i miei avevano affittato una casa a cinque chilometri dal centro), perché lì mi sentivo privato della mia libertà, dei miei affetti. Ma dopo un mese avevo la mia protesi e quando ho iniziato a camminare senza stampelle o supporti, credimi, mi sono sentito rinato.

Tempo fa ho visto una foto in cui sei in spiaggia e indossi una protesi particolare.

Sì, quella da mare. È in silicone, riproduce perfettamente una gamba: ha l’osso, i peli, le vene e la caviglia. E ha lo stesso colore della mia pelle, anzi, è leggermente più scura per sembrare abbronzata. L’ho fatta a due anni dall’incidente e a me fa ancora impressione. Sembra di avere una gamba vera.

C’è qualcosa che ti pesa tra le cose che non puoi fare?

Be’, ad esempio mi stanco molto più degli altri quando facciamo una passeggiata. Oppure mi dispiace non poter decidere di buttarmi in acqua, a mare, di punto in bianco. Specie quando sono con gli amici o la mia ragazza. Il fatto è che non mi butterei mai senza protesi, e non voglio che le persone stiano lì a guardarmi mentre la tolgo ed entro in acqua saltellando.

Cosa ti piacerebbe fare in futuro?

Vorrei provare a trarre il meglio da questa situazione, spingermi al massimo delle mie possibilità. Ultimamente sono stato di nuovo a Budrio per farmi realizzare una protesi da corsa. Sono entrato in contatto con un’associazione sportiva, l’ASD Non Mollare Mai, che si occupa di avvicinare giovani con disabilità allo sport. Vorrei anche provare a essere utile ad altre persone che hanno dovuto affrontare una situazione simile alla mia.

Hai avuto già modo di incontrarne qualcuna?

Sì, tempo fa ho conosciuto un bambino davvero piccolo, dieci anni al massimo, a cui hanno amputato una gamba dopo un grave incidente in bici. Non oso immaginare cos’avrà pensato quando gli hanno dato la notizia dell’amputazione. Mi sono sentito in dovere di dargli tutto il supporto possibile. Mi ha chiesto “Ma gli altri ti insultano?”, e ti assicuro che è il tipo di domanda che mi sono fatto anch’io a diciott’anni. Il punto è che non voglio essere compatito e non voglio starmene fermo nella mia disabilità. Il giorno dell’incidente mi sono detto: “Se esco vivo da qui, devo farlo a testa alta”. Così voglio vivere la mia vita. E voglio dire agli altri che si può fare.

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