The Klaudia Call, foto di Gabriele Fanelli

Sul palco da più di venti anni, una passione per la musica a prova di maturità, lavoro, figli, donne e guai, i primi a proporre nella Francavilla Fontana degli anni Novanta le sonorità della scena musicale indipendente che soffiavano forte dagli Stati Uniti, di certo i primi a portare in città gli Stadio con la cover di Chi te l’ha detto: sono i The Klaudia Call, una r’n’r band rinata dal passato dei Lova, che del loro abito “basso, chitarra e batteria” hanno fatto una cifra riconoscibile e molto personale. Discutere di quanto è accaduto nel rock pugliese e brindisino nelle ultime decadi significa subito riconoscere a Sandro Palazzo, Alessandro Garramone e Ciccio Di Coste la scorza dura di una passione per la musica fuori da ogni omologazione che ha arricchito tutti gli appassionati di oltre un centinaio di canzoni d’autore in lingua italiana. Con la stessa attitudine senza filtri, urgente e sincera di sempre, i tre artisti francavillesi hanno dato alla luce alla fine del 2016 il primo disco omonimo dei The Klaudia Call e fra qualche mese presenteranno al pubblico un nuovo lavoro che promette gioia sonora e un tocco di rivoluzione stilistica.

Tutte premesse favorevoli per rubare loro il tempo di una chiacchierata serale, cercando un confronto su cosa voglia dire oggi fare musica indipendente in Italia e nella cronica provincia meridionale. Sandro Palazzo ci accoglie nella sua villetta di campagna, sua moglie Francesca fa gli onori di casa mentre il piccolo Ernesto e il suo cane rincorrono un pallone. Alessandro Garramone e Ciccio Di Coste ci aspettano nella sala prove allestita in un fabbricato più in là: qualche fotografia e un paio di pezzi in anteprima, e le note di Anima Latina che si diffondono dallo stereo in salotto ci accompagnano ad accomodarci intorno al tavolo sotto la veranda.

Il singolo del vostro prossimo disco ha per titolo Odio l’inverno, un colpo per chi è della vecchia scuola e invece odia l’estate. Ascoltando il testo di quella canzone, “ma ti ricordi quando correvamo liberi / rallentavamo eppure non ci superavano”, si respira una malinconia da bilanci con la vita a quarant’anni. Oltre la metà dei vostri vissuti di musica, per giunta.

(Garramone) Va così: a questa età è molto più semplice diventare nostalgici e guardarsi indietro. Credo che questo sia un tema abbastanza ricorrente, anche nell’altro singolo Dietro la porta.

(Palazzo) Ecco, quello è un pezzo che non avrei mai scritto a vent’anni. A quell’età sei concentrato sul presente e sulle cose più prossime. Oggi abbiamo un occhio più lungo e un’ispirazione più larga. E poi c’è il mestiere e l’affiatamento acquisiti in questi anni di musica. Quando abbiamo presentato Dietro la porta lo slogan era “Tra sogno e violenza, chi vincerà?”. È una canzone che invita all’ottimismo e a non perdere di vista i propri sogni, nonostante tutto, nonostante questo mondo davvero brutto. Per noi il sogno fuori dall’ordinario resta la musica, ritrovarci e suonare, combattendo contro lo squallore qui fuori.

“Rock’n’roll will never die”, ne siamo sicuri quanto Neil Young. A proposito, forse si tratta di una citazione non voluta, ma l’immagine che accompagna Odio l’inverno sul vostro canale YouTube ricorda proprio la copertina di On the beach.

(Garramone) Non è per nulla una citazione involontaria: ho scattato quella foto su una spiaggia di Bilbao, in Spagna. Quando ho visto quell’ombrellone e quel cielo grigio ho subito pensato a On the beach. Mancava giusto una Cadillac mezza sepolta nella sabbia.

Vi abbiamo appena ascoltato in sala prove amalgamare suoni con grande affiatamento. La produzione delle vostre canzoni è così spontanea? Come nascono?

(Garramone) Siamo abituati ad arrangiare le canzoni che ci porta Sandro. Ce le fa ascoltare quasi pronte, nella sua mente ha già un’idea di come potrebbe essere la batteria o il giro di basso. Con le canzoni che invece propongo io c’è più lavoro da fare. Porto una canzone chitarra acustica e voce – “brutta”, direbbe Ciccio – e poi proviamo a farla diventare bella. [sorride]

(Palazzo) In realtà Alessandro ha un approccio più da autore, invece per me viene prima la musica.

Nel vostro disco omonimo avete arricchito gli arrangiamenti con l’introduzione delle tastiere: una novità significativa per una power band come la vostra. Con l’introduzione dei synth non pensate di minare l’equilibrio di una formula ormai consolidata?

(Palazzo) Nessun timore, al contrario pensiamo di aver fatto un passo in avanti. E sarà ancora più evidente nel prossimo disco. Nel singolo Dietro la porta il riff di tastiera è incalzante, mai come prima. Ma restiamo comunque un gruppo rock “basso, chitarra e batteria”. L’obiettivo è sì fare delle canzoni più pop, allargare lo spettro degli strumenti, creare più atmosfera, ma in una maniera coerente con quanto riusciremo a suonare durante i live. Disco e live dovrebbero suonare quanto più possibile allo stesso modo. Preferiamo che l’intervento in sala prove e in postproduzione resti davvero minimo.

(Garramone) Questa formula a tre, senza il cantante come punto di riferimento, per noi rimane ancora nuova. Adesso che abbiamo più confidenza con questa formazione, siamo convinti che il prossimo disco sarà più evoluto del precedente, anche come composizione.

The Klaudia Call, foto di Gabriele Fanelli

Però ci avevate riprovato a far tornare in pista i Lova con il cantante Maurizio Ribezzo.

(Di Coste) Sì, avevamo già un disco pronto e molte di quelle canzoni, pensate con la presenza del cantante, che ha dovuto abbandonare il progetto, sono poi state riarrangiate per confluire nel primo disco dei The Klaudia Call. Ecco un altro motivo per cui il prossimo disco sarà un passo avanti: i pezzi sono stati pensati sin dal principio per la formazione a tre, con Sandro e Alessandro che cantano. In questo senso sarà il primo vero disco dei The Klaudia Call.

(Palazzo) Quando Maurizio ha lasciato il progetto eravamo confusi. Oggi lavoriamo sulle sfumature, cercando la precisione delle dinamiche, limitando i “chitarroni” grunge: questa è anche l’evoluzione che ricerchiamo. Vogliamo mettere a frutto l’esperienza e la maturità acquisita in questo anno e mezzo di musica, prove, concerti a tre elementi.

(Garramone) Qualsiasi altro pezzo potremo aggiungere nel nuovo disco, le canzoni emblema saranno comunque Dietro la porta e Odio l’inverno. Due canzoni molto diverse da quello che abbiamo registrato sinora. Un lavoro che non è tanto di sottrazione, ma di ricerca di precisione.

A questo punto il bravo intervistatore da giornalino musicale sciorinerebbe un lungo elenco di vostri possibili riferimenti artistici, dai Dinosaur Jr. ai Pixies, dai Pavement ai Diaframma. Forse non ci si può sottrarre al rito. Mi interessa però notare come da tutte queste band indie-rock la vostra musica sembra trarre una struttura molto solida e il sapore di una immediatezza ragionata.

(Palazzo) È la musica ascoltata da ragazzi, abbiamo cominciato a suonare con quelle note nelle orecchie. Anche non volendo, ti resta addosso tutta la vita. Poi è noto che a me piacciono molto anche i cantautori italiani, Battisti, De Gregori, Dalla.

I vostri ascolti si sono poi fermati a quelli di venti anni fa? Una ricerca condotta su un campione di utenti americani di Spotify ha rilevato che dopo i 33 anni si smette di cercare e ascoltare musica nuova.

(Garramone) Per nulla, gli ascolti si sono centuplicati. Dopo i trent’anni ho cominciato ad ascoltare generi diversi, dal jazz alla musica latina. È anche vero che si rimane legati a certi suoni e periodi, magari cercandone degli echi nella musica di nuova produzione. Poi dipende da cosa si intende per “musica nuova”: per me la musica nuova è quella che non ho ancora ascoltato.

The Klaudia Call, foto di Gabriele Fanelli

E dell’attuale offerta e disponibilità musicale pressoché illimitata? Nell’arco di alcuni anni siamo passati dal catalogo cartaceo di Nannucci alla bulimia musicale celebrata da Spotify.

(Di Coste) Venti anni fa per orientarti negli ascolti acquistavi Rumore o Linus, oppure ascoltavi Stereonotte. Prendevi il giornale o il catalogo Nannucci, appuntavi i tre quattro dischi da acquistare e aspettavi di avere i soldi per ordinarli. Una fatica che rendeva anche più piacevole l’attesa.

(Garramone) Con i giornali non mi capita più, però consulto le recensioni sui siti internet come indie-rock.it e se mi incuriosiscono ascolto l’album intero. Quando un disco ti conquista, uno come noi se lo va a comprare.

(Palazzo) Nonostante l’idea romantica e analogica delle riviste, è inevitabile essere fagocitati dal nuovo modo di fruire la musica: al rapporto quasi fisico con i dischi è stato sostituito lo switch compulsivo dei brani digitali. In passato l’ascolto musicale era molto faticoso, richiedeva tempo da investire e sapeva di conquista, come del resto la costruzione delle amicizie intorno a questa passione da condividere. Oggi tutto questo è vissuto più in solitudine.

È cambiata anche la maniera di produrre musica: gli strumenti digitali ti permettono di creare brani professionali senza spostarti dalla tua cameretta. Si produce di più e si distribuisce anche in maniera molto veloce, dappertutto, anche qui in provincia.

(Palazzo) Di certo è un vantaggio, ma qual è il rovescio della medaglia? Quando abbiamo cominciato a suonare si faceva la gavetta, producevi il tuo demo e lo inviavi ai giornali e alle etichette discografiche, sperando in una recensione positiva o addirittura in una produzione. Di etichette indipendenti negli anni Novanta ce n’erano tantissime. Le case discografiche e le riviste facevano già una prima scrematura, prendendo in considerazione i demo più meritevoli. Oggi con un po’ di fortuna e abilità con i social, metti il video su YouTube e collezioni migliaia di visualizzazioni. Questo purtroppo non vuol dire che venga premiato il talento. Anzi, quello è molto difficile che emerga: da qualche parte nel mondo c’è un nuovo John Lennon che però non riesce a farsi strada perché schiacciato dalle mode che si succedono quotidianamente e da chi usa i social in maniera più intelligente. “Facciamo finta che chi fa successo se lo merita”, canterebbe Niccolò Fabi.

The Klaudia Call, foto di Gabriele Fanelli

E l’industria dei talent musicali?

(Palazzo) Proprio X Factor è l’emblema della trasformazione dell’approccio alla musica, non più strumento per esprimere se stessi e socializzare ma un mezzo per raggiungere la celebrità e basta. È la stessa logica del tronista, del tutto e subito, tipico di una società compulsiva. Può anche esserci talento, ma di certo sembra mancare la disponibilità al sacrificio: l’arte non si alimenta di solo talento, ma anche di lavoro quotidiano e disciplina. Per fortuna resta qualche extraterrestre con un approccio più romantico e mitizzante, anche da queste parti: a Francavilla l’ultima traccia rilevata di ragazzi che sudano in cantina per un repertorio proprio è quella dei Naviga di Adriano Saponaro. Peccato che adesso non suonino più. E poi i Francavilla Posse: anche se bazzicano territori musicali distanti dal nostro hanno giusta attitudine, chiara passione ed è un collettivo che organizza numerosi eventi.

Ma oggi si suona ancora? I millennial suonano ancora la chitarra o i Naviga sono un’eccezione?

(Di Coste) Si suona davvero molto meno di prima. E i ragazzi non vanno nemmeno più ai concerti. Lo noti in giro per i locali, il pubblico è sempre meno giovane. E poi gli spazi per esibirsi diminuiscono. A tal proposito, è un peccato che non esista più lo Yeahjasì organizzato dall’exFadda di San Vito dei Normanni, una formula molto stimolante che faceva incontrare musicisti del territorio con artisti già affermati.

(Garramone) Se i millenial suonano? Per esempio non vedo una chitarra sulla spiaggia da non so quanto tempo. Ma sono sicuro che in qualche garage o cameretta ci siano ragazzi che si divertono ancora a suonare “analogico”.

(Palazzo) Oggi vale la logica dell’evento, a cui devo poter dire di aver partecipato, magari facendolo sapere a tutti con un post sui social. Fuori dagli eventi non c’è granché pubblico. Un esempio? L’anno scorso i Rolling Stones hanno suonato al Circo Massimo a Roma con un pubblico di settantamila persone. Mick Jagger in Italia vende sì e no tremila dischi, se va bene. Impossibile allora che tutti quegli spettatori fossero fan, gente che magari conosce a memoria canzoni e album. A quel concerto bisognava esserci per prendere parte all’evento, nient’altro.

The Klaudia Call, foto di Gabriele Fanelli

Mi sembra però che sia cambiato non solo il pubblico ma anche il ruolo dell’artista nella società.

(Palazzo) Per noi Battiato e De Gregori erano anche dei riferimenti culturali, un’occasione per conoscere scrittura e arte anche al di fuori della musica. Oggi si lotta per diventare non un artista migliore ma un personaggio più in vista nello show business. Vedi l’esempio di Levante, da cantante di talento e prospettiva a influencer e testimonial pubblicitario di profumi o gioielli. Allargherei il discorso in generale sul fatto che in Italia l’artista pop è considerato un giullare, invitato nelle trasmissioni televisive fra un telequiz e l’altro o come intrattenimento da festa di paese. Un paradosso tutto italiano se pensiamo al Nobel di Dylan o al governo francese che finanzia attivamente giovani artisti che scelgono di fare musica, indipendentemente dal genere. E mi sembra che i dischi di De André o Battisti, per fare altri due nomi, non abbiano valore culturale inferiore né che possano essere relegati – per quanto bellissima cosa – a semplice colonna sonora delle nostra vita. Caruso o La donna cannone valgono meno di un libro di Fabio volo?

E suonare in questo contesto di “tronisti musicali” vi diverte ancora?

(Palazzo) Che ci diverta non c’è dubbio, altrimenti smetteremmo. E poi la musica ci stimola al miglioramento: l’idea principale è sempre quella di fare un passo in avanti. Quando entriamo in sala prove a registrare un pezzo lo facciamo come se stessimo per registrare il White Album. Ma la nostra è un’ambizione che è sempre rimasta autenticamente artistica e la perseguiamo con dedizione, anche se sappiamo benissimo di essere fuori moda. È la nostra piccola forma di resistenza culturale.

Con i Lova avete però provato a fare passi più lunghi e in fondo qualche piccola e grande soddisfazione ve la siete tolta.

(Palazzo) Quando abbiamo iniziato con i Lova avevamo vent’anni e l’età portava ad avere ambizioni che riguardavano anche il successo. Ti accorgi più tardi che puoi vivere di musica solo ad altissimi livelli. Resta quella ambizione artistica di cui parlavo, calibrata sulla nostra idea di musica, che ci porta a venire in sala prove a suonare dopo dodici ore di lavoro. E questo non vuol dire che non desideriamo esibirci davanti a diecimila persone. Il desiderio che ci muove è avere una gratificazione da musicisti. Guardo come esempio ad Amerigo Verardi, uno che ha sempre messo al primo posto la sua idea di arte.

Avete registrato il vostro primo disco presso il Centro di aggregazione giovanile di Brindisi. Si tratta di un bene confiscato, razziato e vandalizzato chissà quante volte, nel quartiere periferico del Paradiso.

(Garramone) E pensa che i master delle nostre registrazioni sono stati rubati durante uno di questi furti di cui parli.

Per voi ha un valore particolare registrare proprio lì?

(Di Coste) Andiamo lì per essere partecipi del loro progetto. È una scelta politica. Ci sono limiti organizzativi, si può accedere alla sala di registrazione per sole quattro ore al mese. E diversi limiti tecnici: metà del nostro primo disco è registrato in un altro studio, il Purerock studio da Nanni Surace. Però ci piace l’idea di continuare a produrre lì.

The Klaudia Call, foto di Gabriele Fanelli

È una scelta politica anche aver affidato la tutela dei vostri diritti non alla Siae ma all’ente indipendente Patamu?

(Di Coste) È una scelta ragionata. Patamu tutela davvero gli artisti e i pezzi che registri con licenza Creative Commons. Basta caricare sul sito un file audio e il testo e questi diventano la “prova legale” del tuo prodotto artistico. Altro discorso la Siae: è un sistema che fa tutto un calderone dei diritti d’autore e delle royalty, e nel sistema di ripartizione la parte pressoché totale va a finire nelle tasche degli artisti più noti. [Qualche giorno fa l’Antitrust ha condannato la Siae per abuso di posizione dominante, a seguito di una segnalazione di Patamu, NdR]

Il vostro modo di intendere il rock è minoritario rispetto allo standard italiano, per il quale il concetto di rock si traduce nei nomi di Vasco Rossi, Ligabue o Litfiba.

(Palazzo) Abbiamo cominciato quando in Italia è sbarcato in maniera importante l’indie, il grunge. Oggi ad andar bene, se un ragazzo italiano pensa al rock, pensa ai Foo Fighters (con tutto il rispetto per Dave Grohl). Per musica pop si intendono le canzonette e il rock indipendente è considerato una specie di sottocultura di serie b. Un po’ come quanto accade al fumetto. L’industria discografica e le emittenti maggiori hanno fatto passare per rock prodotti quasi sempre standardizzati e posticci, con l’effetto di omologare il gusto musicale. Difficile che si apprezzino dischi che suonano “male”, come quelli dei Pavement. E poi un artista che fa rock decide di assecondare le proprie inclinazioni e ispirazioni, avendo come obiettivo la crescita artistica: deve prima di tutto sentirsi libero, anche di suonare “male” in maniera intelligente.

E se un ragazzo oggi volesse avvicinarsi alla musica rock come la intendete voi, quale disco gli consigliereste di ascoltare? Ditemene uno soltanto.

(Garramone) Uno è impossibile! Su due piedi mi viene in mente Either/Or di Elliott Smith. La storia ci dirà che Smith è stato grande quanto Bob Dylan o John Lennon, ai quali si è anche ispirato.

(Di Coste) I Wilco con A ghost is born del 2004: farei ascoltare quello.

(Palazzo) Devo per forza dirne più di uno. Il primo, London Calling dei The Clash, forse il più grande disco rock di sempre. E Nevermind dei Nirvana, che lo è stato sicuramente per la mia generazione. Aggiungo Anima Latina di Lucio Battisti. Se ascolti il primo pezzo, Abbracciala Abbracciali Abbracciati, non suona così diverso da quanto producevano i Pink Floyd: c’è spazio, trovi note sospese, qualcosa che anticipa di molto i tempi. E poi Battisti è l’emblema del musicista libero che asseconda i propri desideri: in questo senso è rock, come lo è del resto Franco Battiato.

The Klaudia Call, foto di Gabriele Fanelli

Bisogna forse raccontare come la musica ti cambi anche la vita. Sono sicuro che sareste state persone diverse senza l’incontro con la musica, forse non avreste fatto alcune scelte e incontrato alcune persone fondamentali. Un po’ come in Sliding doors, non credete?

(Garramone) Al di là del saper suonare uno strumento, la musica ti indirizza la vita anche soltanto da ascoltatore.

(Palazzo) Conta anche l’intensità con cui ti butti nella musica. Ha fatto differenza impegnare i nostri pomeriggi in prove e giornate per concerti, magari rubando tempo allo studio. Pensandoci, forse non è un caso che noi tre e Maurizio siamo gli unici del nostro vecchio gruppo a non essere riusciti a laurearsi [sorridono tutti]. Di sicuro qualcosa lasci, ma trovi tanto altro. Senza i Lova, ad esempio, non sarei diventato amico di Amerigo Verardi, una persona eccezionale. E poi tanti altri come lui.

Siamo alle battute finali, tempo di toglierci un paio di curiosità. Ad esempio, lei, Claudia Koll, vi si è mai palesata in qualche modo?

(Palazzo) Nei sogni liceali ogni notte. Adesso credo sia impegnata a esplorare l’aspetto sacro della sua persona dopo averne vissuto il profano. Questa dicotomia sacro/profano della bella Claudia non si trova del resto in tutti i grandi dischi rock?

Immagino proprio di sì. Ma è ancora vero, come cantavate in una vostra canzone, che “saltare è uno sport bellissimo”?

[sorridono] (Garramone) Da ragazzi osservavamo i leader delle band preferite muoversi sul palco, Cobain, Fiumani, per dirne due, che facevano grandi salti durante i concerti: ci meravigliavamo di come sapessero suonare così bene pur dimenandosi in quel modo. È un gesto naturale di libertà, anche artistica.

C’è ancora molto da saltare, allora. Intanto aspettiamo il vostro prossimo disco.

(Palazzo) L’idea è di registrarlo questo inverno. Lanceremo una campagna di crowdfunding per promuoverlo in modo adeguato. Le etichette piccole e indipendenti non esistono più e le major non ti considerano: il crowdfunding ci permetterà di coinvolgere chi crede nella nostra musica e fare un passo avanti nella promozione.

E poi cos’altro ancora farete?

(Palazzo) Un disco ancora più bello, chiaro!

Questo articolo è dedicato alla memoria di Davide Tomaselli, musicista di grande valore che ha assecondato il suo talento sino in fondo, a dispetto del successo che avrebbe meritato.