pietro parisi partigiano brindisi
Foto: Gabriele Fanelli

Magrissimo, il volto e la pelle consumati dall’età, a dispetto dei suoi 95 anni Pietro Parisi dimostra subito un’attitudine fanciullesca e giocosa. Forse anche per via dei pantaloni portati a vita alta, da scolaretto, e delle mani che si muovono con fantasia nell’aria, ad accompagnare il racconto di aneddoti infiniti. I piccoli occhi chiari e il ciuffetto di capelli bianchissimi, che evocano il biondo della gioventù, fanno il resto: Pietro Parisi è il simbolo vivente di qualcosa che sta oltre la morte, più che un uomo alla fine della sua avventura tra i vivi. Un simbolo comunque molto umano.

Lo incontriamo il 28 giugno 2019 in una saletta di Castello Imperiali. L’invito e l’occasione arrivano rispettivamente da Alessandro Rodia e dalla costituzione della sezione francavillese dell’ANPI, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, di cui Alessandro è presidente. La sezione è intitolata a Donato Della Porta, partigiano francavillese che morì da eroe, sul campo, per salvare alcuni compagni da un rastrellamento nazista.

ANPI Francavilla Fontana
Foto: Gabriele Fanelli

Pietro Parisi è l’ultimo partigiano in vita in provincia di Brindisi, dunque. A diciannove anni fu chiamato al fronte, al nord, “per combattere una guerra di cui non capivo né il senso né lo scopo”. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si rifugiò prima nei pressi di Asti e poi in Val d’Aosta. Dal novembre 1943 al giugno 1945 fu nella Resistenza, al fianco della 176ma Brigata Garibaldi. Come staffetta partigiana si occupava di tenere a bada il nemico in attesa delle truppe regolari che avrebbero liberato l’Italia dal nazifascismo. I suoi compiti consistevano nel sottrarre armi ai tedeschi e rifornire di viveri i compagni che organizzavano le imboscate al nemico tra le montagne della valle.

“Anche i fascisti mi facevano le foto…” dice Pietro con inconfondibile accento cistranese quando con Gabriele e Lorenzo di Petrolio gli spieghiamo come sistemarsi per il ritratto fotografico che apre quest’articolo. La battuta ci spiazza: certo non per l’autoironia del partigiano, quanto perché riporta al tempo presente un passato di violenza agghiacciante. Accadrà più volte nel corso della conversazione che segue, registrata da Lorenzo, e che mi trovo a sbobinare nei giorni dell’arrivo della Sea-Watch 3 a Lampedusa. 

Pietro, il tuo nome di battaglia durante la Resistenza era Brindisi. Fu una semplice scelta geografica o c’era dell’altro?

Be’, inizialmente i miei compagni mi chiamavano Lepre. Perché ero veloce e mi piaceva correre. Correvo da una parte all’altra della montagna per operazioni di sabotaggio o per portare ordini e armi ai compagni. Dovevo andare e tornare in sei o sette minuti, per evitare di essere scoperto dai tedeschi. Ma ho corso tanto anche dopo la guerra! (Sorride.)

Cioè?

Fino a qualche anno fa ho fatto corsa. Ho gareggiato e vinto più di qualche campionato. Diciamo fino a dodici, tredici anni fa.

Davvero?

Certo. I giovani – intendo anche cinquantenni – mi invidiavano… Adesso in teoria avrei il certificato di buona salute. Però se le gambe non ti accompagnano non è che puoi metterti a correre, a fare le gare. (Mima il movimento della corsa.)

E quindi Brindisi, come nasce?

Alla fine era perché venivo da qui, sì. Lassù non sapevano nemmeno dov’era la Puglia, e a qualcuno sembrava persino strano che fossi biondo. Pensavano fossi veneto! E che, un pugliese non può essere biondo?

Poi ci sei tornato, nei luoghi della tua Resistenza.

Sì, e ancora oggi in Val d’Aosta mi conoscono come Brindisi. Persone che all’epoca avevano dieci anni, oggi ottantenni, mi salutano così: “Brindisi! Sei vivo!” Il mio vero nome è venuto fuori dopo, dai documenti e dalle ricostruzioni storiche. È strano, a pensarci.

Cosa?

Essere ancora qui. Raccontare queste storie. Soprattutto quando mi capita di tornare lassù. Guardo le montagne, i ponti che ho attraversato di corsa, e penso: davvero io ho fatto tutto questo? Davvero sono ancora vivo?

Hai qualche ricordo particolare della guerra?

Tantissimi, per la verità: se inizio a raccontare non mi fermo più. Ho dormito nelle stalle, ho visto i miei compagni morire e gli amici deportati in Germania. Ma ci sono anche ricordi piacevoli: le feste nelle valli, con le persone del luogo, feste a cui andavamo disarmati per evitare storie con i montanari… Dovevamo rientrare entro le 10 di sera, perché a quell’ora cambiava la parola d’ordine del rifugio e rischiavamo di restare fuori.

Che valore ha ciò che hai vissuto, adesso?

Be’, a me non resta molto da vivere, e quello che ho fatto non l’ho fatto per me: mi importa solo che ciò per cui abbiamo combattuto non vada perduto. Sto parlando di libertà e di memoria: l’importante è diffondere la memoria, insegnare ai giovani. Andare nelle scuole, far studiare nelle scuole e nelle università la storia della Resistenza, raccontare la Costituzione.

Nelle scuole ci sei andato e ci vai ancora.

Sì, perché i giovani non sanno niente di quello che è accaduto. C’è stato anche qualche episodio spiacevole, una volta, qualche provocazione da parte di alcuni studenti. Ma mi hanno chiesto scusa. Il problema è che i politici non hanno voluto che nelle scuole si parlasse di Resistenza. Hanno voluto dimenticare, oppure non gli conveniva.

Ti sono capitati altri episodi spiacevoli?

Subito dopo la guerra, quando sono tornato a Cisternino. Mi hanno mandato in galera, come altri ragazzi appena tornati dal fronte.

Perché?

All’epoca c’era molta confusione, non si sapeva bene cos’era successo. Perciò per me è stato importante testimoniare sin da subito ciò che avevo vissuto, non appena tornato in libertà. Una volta ero dal barbiere e stavo raccontando: un tizio disse che fosse stato per lui mi avrebbe fatto impiccare. Come un comune criminale! Lo mandai via, gli dissi che non doveva farsi più vedere. È ancora vivo, e tuttora mi evita quando m’incontra per strada.

A proposito di ragazzi: nella Resistenza ci sei entrato giovanissimo, a diciannove anni.

Sì, ma non è che pensavo di andare a fare la Resistenza: all’inizio io mi sono ribellato, semplicemente. Ho deciso di ribellarmi a delle cose che non mi piacevano. Non mi piaceva che il fascismo non permettesse ai poveri e ai contadini di studiare, ad esempio: io non avevo istruzione e non l’ho avuta. Non mi piaceva che i padroni trattenessero o rubassero i soldi ai lavoratori, che invece si spaccavano la schiena in campagna. Anche mia madre, che aveva capito subito cos’era il fascismo, si ribellava a questo stato di cose, di continue prevaricazioni. Se fosse stata al nord con me sicuramente sarebbe stata una partigiana.

Ribellione è una parola che torna spesso nei tuoi discorsi. Oggi a cosa dovremmo ribellarci?

(Sorride, stavolta con amarezza) Be’, oggi… Oggi la situazione è… Alle ultime europee ha vinto Salvini, anche al sud. C’è da fare molta attenzione: lui fa quello che vuole senza dare conto a nessuno, è uno che ignora il 25 aprile. I segnali sono chiari e non vanno ignorati.

In effetti il clima politico non sembra dei migliori. Cosa possiamo fare?

Io penso che dalla Puglia possa nascere qualcosa di buono. Proprio da questa terra che non ha conosciuto la guerra, o almeno non come al centro o al nord Italia. Dobbiamo portare un messaggio di speranza e di pace, diverso da quello che si sente in giro ogni giorno.

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Per saperne di più su Pietro Parisi e in generale sui partigiani brindisini, consigliamo di fare un giro nella sezione Indice della Memoria del sito di ANPI Brindisi. A questo link trovate invece il nostro articolo su Antonio Somma, partigiano francavillese deportato a Mauthausen.