Foto: Gabriele Fanelli

“Il termine madonnaro fu coniato nel 1973 dal giornalista Enzo Tortora, che organizzò per primo i raduni di questi artisti a Grazie di Curtatone (un paesino vicino Mantova), per attirare gente e ridare vita all’antica fiera delle Grazie di Ferragosto. In passato i madonnari venivano chiamati tincisanti. Non ci sono fonti certe, ma potrebbe essere un’arte di origine bizantina, per le similitudini con le sacre immagini affrescate dell’epoca.”
Mino non mi dà il tempo di accendere il registratore che inizia il suo racconto appassionato, in cui la sua storia personale e quella dell’arte madonnara si intrecciano e si fondono, rivelando un temperamento artistico inaspettato.

Quando è nata la tua passione per questa forma d’arte?

Il mio primo incontro con l’arte madonnara risale all’infanzia, ma è un ricordo molto vago, quasi un sogno: una volta vidi un madonnaro che disegnava per terra, e io tentavo disperatamente di farmi strada tra le gambe delle persone che lo circondavano, mentre mia madre mi strattonava via. Probabilmente non voleva lasciare l’offerta… E adesso si ritrova un figlio madonnaro!

E la tua prima vera esperienza sul campo, invece?

La mia prima vera esperienza come madonnaro risale al 2001: durante la festa patronale di Francavilla il professore D’Amone che faceva parte del comitato organizzativo decise di organizzare un concorso. Mi trovavo a passare per caso dalla piazza (ricordo che ero tutto in tiro per via della festa), e incontrai un mio cugino anche lui nel comitato che mi chiese se volessi partecipare al concorso. Io avevo quindici anni e frequentavo l’istituto d’arte di Grottaglie, ma mai avrei pensato di poter disegnare coi gessetti per terra! Mio cugino riuscì a convincermi e quindi andai a comprare in tutta fretta una scatola di gessetti; disegnai una Madonna, con risultati che oggi mi sembrano pessimi. In quell’occasione c’era anche un madonnaro vero, Pino Resta (originario anche lui di Francavilla): ero così affascinato che fui la sua ombra per tutto il tempo. Ero così insistente e affamato di conoscenza che a un certo punto cercò in tutti i modi di mandarmi via!
Il secondo concorso a cui ho partecipato si teneva a Sava, e da quel momento in poi ho partecipato a tanti altri eventi di questo genere, e anche a molte feste patronali. Poi mi sono fermato e ho ripreso solo nel 2008 a Roma: ogni domenica disegnavo in via del Corso. Nel 2010 sono entrato in contatto con chi organizza festival a livello internazionale e non mi sono più fermato.
Se vuoi sapere se mi piace di più fare il madonnaro ai festival o alle feste patronali…

Dimmelo!

Della festa patronale, mi piace che quando disegno per strada non sono nessuno, e quindi si instaura un particolare rapporto tra me e chi guarda: quando lo faccio in questo modo, liberamente, la gente può osservare da vicino la fase di realizzazione dell’opera, e non solo il disegno finito. È come se mettessi completamente a nudo le mie insicurezze: chi osserva lo percepisce e lo apprezza. E poi amo il senso di libertà che sento in quelle situazioni: disegno quello che mi pare, parlo con chi voglio e dono qualcosa a chi si ferma a guardare. Quelle che però preferisco in assoluto sono le vecchiette che si fermano e si fanno il segno della croce: ogni volta mi fanno venire la pelle d’oca.  
Ai festival invece è diverso: in molti ti conoscono e hanno grandi aspettative su di te. Sento molta tensione e mi preoccupo quando non c’è! Se manca quel brivido non posso concentrarmi.

Ma raccontami un po’ del Chalk Festival.

È stata la terza volta che gli organizzatori mi hanno invitato. Rispetto alle altre edizioni, questa è stata più sentita perché c’erano meno artisti (cinquanta, mentre le altre volte ce n’erano duecento) e abbiamo potuto condividere di più. È stato bello perché c’erano artisti nuovi, ovviamente molto bravi. Si respirava un’aria fraterna.
Questa edizione si è tenuta nella città in cui è nato il festival, Sarasota, in quello che per loro è il “centro storico” niente a che vedere con i nostri, ovviamente!

Descrivi il tuo lavoro: cosa rappresentava?

L’ho dedicato alla scoperta della Florida. Si tratta in realtà di una leggenda: nel 1513 un conquistadores, che era già governatore della Costa Rica, sentì raccontare dagli indios la storia della fonte dell’eterna giovinezza, che dicevano si trovasse in quella zona. Questo conquistadores, motivato dalla necessità di trovare un antidoto all’impotenza sessuale che lo affliggeva, si racconta che decise di partire alla sua ricerca e così scoprì la Florida. Ho rappresentato una donna, personificazione della stessa Florida, che bevendo l’acqua miracolosa riacquista la propria giovinezza.

È piaciuta al pubblico del festival?

Il mio lavoro è stato molto apprezzato a prescindere, ma quando la gente leggeva la storia non sembrava molto entusiasta, sebbene si trattasse di un racconto legato a quella terra. In effetti il popolo americano è un mix di altri popoli, di varie etnie. Loro, quando parlano di storia, si riferiscono generalmente ad eventi accaduti appena un secolo addietro: non riescono ad avere una visione ampia come quella di noi europei. Ho quindi avuto modo di toccare con mano questo aspetto dell’America che mi mancava.  

Hai partecipato anche ad altri festival?

Ho partecipato ad un concorso in Messico, a Monterrey, due volte (nel 2014 edizione in cui ho vinto, e sono ancora l’unico europeo a poter vantare questo primato e nel 2015). È l’esperienza che ricordo con più piacere perché mi sono tuffato completamente nella cultura locale: gli statunitensi non hanno un’identità definita, ma i messicani sì. Soprattutto visitare i mercati rionali è stata un’esperienza unica, sebbene ci fosse un gap insormontabile tra la parte povera e quella ricca della città. Monterrey è praticamente al confine con gli Stati Uniti, ed è tristemente nota per il narcotraffico. Poi sempre nel 2015 sono stato in Francia, a Toulon, e nel 2018 in Germania, nella Bavaria.

E qual è la situazione in Italia?

Anche in Italia ci sono dei festival, in cui vengono di solito assegnati dei premi (a differenza del Chalk Festival in Florida). Ho partecipato a quello di Grazie di Curtatone che esiste dal 1973, vincendo per ben due volte! Lì puoi trovare ben tre generazioni di madonnari, e partecipano solo i migliori, per la maggior parte italiani. I secondi migliori al mondo, secondo me, sono invece i messicani. Sempre a Mantova si tengono corsi per bambini e ragazzi sull’arte madonnara, per garantire un cambio generazionale.
Un altro festival importante è quello di Nocera Superiore, a Salerno: è organizzato da oltre vent’anni e mi ha permesso di farmi conoscere a livello internazionale. Qui ho vinto per tre anni consecutivi, ed è per me come una seconda casa.

Foto: Gabriele Fanelli

Qual è la culla dell’arte madonnara?

L’arte madonnara nasce in Puglia, precisamente nel Salento. Durante le feste patronali, soprattutto nel sud Salento, percepisco di essere parte integrante della festa patronale. I tre elementi che la caratterizzano, infatti, sono: cassarmonica/banda, luminare e madonnaro.  
È celebre il detto popolare: “Zzuccaturu e tincisanti, sempre arretu e mai annanzi!”. Gli zzuccaturi sarebbero i cavatori di pietre, i tincisanti i madonnari: venivano accomunati dalla lentezza con cui si muovevano, e dal fatto che rimanevano sempre indietro con il lavoro. Posso confermare che in parte è vero: io di proposito non finisco subito il mio lavoro. Magari faccio un mezzo busto velocemente (in un paio d’ore al massimo, in ogni caso) e poi rallento, per far durare l’esecuzione del lavoro per la durata dell’intera festa.     

C’è stato qualcuno che ha reso mainstream l’arte madonnara?

Negli anni Settanta la figura del madonnaro ha vissuto un’evoluzione: un californiano, Kurt Wenner, si è innamorato di quest’arte e ha deciso di rielaborarla in chiave tridimensionale. Questa rivisitazione ha avuto un grandissimo successo negli Stati Uniti, diventando un vero e proprio business: i primi festival hanno riscosso così tanto successo da divenire un appuntamento fisso. Nel 2016 ho collaborato con Kurt alla realizzazione di un suo 3D: è stato fantastico!

Organizzeresti un festival di madonnari a Francavilla?

A me piacerebbe tantissimo! Ci ho pensato seriamente qualche anno fa. Avevo persino fatto un’indagine sulla qualità dell’asfalto
corso Garibaldi e viale Lilla sarebbero stati perfetti sotto questo punto di vista. La vera domanda è però: i francavillesi sarebbero pronti a ospitare un festival di madonnari?

Secondo te?

La prima volta che ho fatto il madonnaro qui a Francavilla, durante la festa patronale, le persone erano incuriosite e mi chiedevano da dove venissi: rimanevano tutte deluse quando sentivano la mia risposta. L’anno successivo la gente neanche si avvicinava! Per non parlare del calo improvviso delle offerte… Nonostante tutto, penso che la gente non sia insensibile all’arte, ma può essere educata ad apprezzarla: il problema è nelle istituzioni che non si fanno promotrici di certe iniziative, e non danno la possibilità di creare un confronto serio e costruttivo. Negli Stati Uniti non conoscevano l’arte madonnara, ma la gente ha saputo apprezzarne fin da subito il valore grazie ai festival organizzati negli ultimi anni. Oggi sono disposti a pagare per vedere i madonnari all’opera!
Per tornare all’idea del festival, penso che se si invitassero madonnari da fuori i francavillesi lo apprezzerebbero. Però secondo me è importante che la cosa non sia fine a se stessa: è fondamentale che ci sia un ritorno sul territorio, sia dal punto di vista culturale che dal punto di vista economico. Se in America sono riusciti a farlo diventare un business, perché non farlo anche qui?