Foto: Archivio Sandro Rodia

Ogni 25 Aprile, di mattina appena sveglio, invio un messaggio a una mia cara amica. Semplicissimo, senza particolari orpelli. Un abbraccio virtuale, vista la lontananza di qualche centinaio di chilometri che la vita ha messo tra di noi, e un nudo ma sincero “Buona Liberazione”. E se si sveglia prima di me, fa la stessa cosa. È un’abitudine nata per caso, durante gli anni universitari che ci hanno visti prima colleghi e poi grandi amici. Ho sempre adorato le amicizie femminili che, senza nulla togliere agli amici maschietti, ascoltano meglio. Ludovica, il nome di questa cara amica, oltre a portare a spasso con sé buonumore da vendere, mi ha regalato l’affetto e l’ascolto che di solito può donare una sorella. L’anno scorso però il nostro rituale è saltato, ahinoi. Presi da altro abbiamo dimenticato il messaggio. Ci siamo sentiti il giorno dopo, promettendoci che non sarebbe più accaduto. Il pezzo che sto scrivendo, quindi, oltre a dedicarlo a Francavilla, all’unico partigiano francavillese morto durante la Resistenza, lo dedico a lei. Ho da recuperare una mancanza.

Foto: Archivio Sandro Rodia

Confesso di aver saputo di Donato Della Porta solo nel dicembre 2016, quando Sandro Rodia e l’allora sindaco Maurizio Bruno mi invitarono a partecipare a un incontro con gli studenti delle scuole medie della nostra città. Un incontro su libertà e democrazia, in collaborazione con l’Anpi provinciale, a cui parteciparono anche Silvio Marcello Citroni, Sindaco di Cevo, un comune in provincia di Brescia, e Katia Bresadola, promotrice culturale del Museo della Resistenza dello stesso comune. In questa occasione ho scoperto Donato Della Porta, ho conosciuto i suoi parenti e la sua incredibile storia, degna di un copione cinematografico. O almeno di essere conosciuta. Ma andiamo per gradi. Perché il Sindaco di Cevo?

Donato Della Porta è nato a Turi, in provincia di Bari, il 17 marzo 1922, da mamma Maddalena e papà Arcangelo. Famiglia completata dalle sorelle Margherita, Maria Fontana, Angela e dal fratello Pasquale, con cui abitava in via Savoia 32 nella nostra Francavilla. Grazie alla testimonianza della sorella Angela, Sandro Rodia riuscirà nel 2014 ad avere notizie sul Donato adolescente, un ragazzo che lavorava come muratore e contadino per aiutare la sua famiglia, e a ricostruire dalla voce della sorella l’evoluzione di un’intera comunità durante il fascismo. L’intervista ad Angela, così come la storia di Donato, hanno dato vita al libro Sulle ali della memoria – L’eroe partigiano Donato Della Porta, dello stesso Rodia.

A vent’anni non ancora compiuti, esattamente il 28 gennaio 1942, Donato Della Porta fu chiamato alle armi e assegnato alla 79° Fanteria. Il suo reparto era di stanza a Cedognolo, in provincia di Brescia. Da qui, per il giovanissimo Donato, comincerà una nuova vita.

Foto: Archivio Sandro Rodia

Neanche a dirlo, questa nuova  vita inizierà l’8 settembre 1943, con l’armistizio che il re Vittorio Emanuele III e il maresciallo Pietro Badoglio dichiararono con gli alleati. Il messaggio era stato chiaro: difendersi da attacchi di qualsiasi provenienza. Tra la volontà di liberare l’Italia e la possibilità di far parte della nuova Repubblica di Salò comandata dai nazifascisti, Donato scelse la via del partigiano. E lo fece tra le montagne e i luoghi della Valsaviore, che ormai aveva imparato a conoscere.

Foto: Archivio Sandro Rodia

“Il Brindisino” fu il nome di battaglia di Donato all’interno della 54esima Brigata Garibaldi, ben voluto non solo dai suoi compagni partigiani, ma anche da tutti quei cittadini, resistenti, che lo aiutarono nell’approvvigionamento di viveri e medicinali. Il coraggio dimostrato in poco tempo nelle azioni militari e in quelle di pattuglia gli valsero il grado di comandante militare del Battaglione di Prà di Prà con sede in Valle di Saviore. Un luogo letteralmente assediato dalla presenza nazifascista e per questo molto pericoloso. Basti pensare che il 3 luglio 1944, durante i funerali di un partigiano che si tenevano a Cevo, il paese fu dato alle fiamme da un reggimento della RSI e bruciò per tre lunghi giorni. Rastrellamenti, impiccagioni di partigiani e civili, violenze di ogni tipo erano il macabro scenario che faceva da sfondo alla storia di Donato Della Porta.

Foto: Archivio Sandro Rodia

La situazione peggiorò con l’inverno del 1944, non solo per le temperature rigide che provavano il fisico, ma soprattutto per le azioni di repressione e violenza a cui i nazifascisti sottoposero l’intera popolazione. Uomini, donne, bambini, partigiani, furono catturati, torturati e trucidati senza alcuna distinzione. E i prigionieri che non morivano, venivano deportati nel campo di sterminio di Mauthausen. A Donato e alla sua squadra spettava l’unico compito possibile: resistere. E per il nostro concittadino la resistenza durò fino al 9 dicembre 1944. A essergli fatale fu una spia di 16 anni e l’animo nobile di un compagno.

I primi giorni di dicembre la sua squadra aveva catturato Lodovico Tosini, un ragazzo di Grevo in servizio presso le SS italiane che aveva il compito di spiare i ribelli. Nel gruppo di Donato erano in molti a pensare che non si dovesse uccidere un ragazzino. La sua punizione fu un calcio nel sedere e il consiglio fraterno di comportarsi bene. Invece quel ragazzino, l’8 dicembre, tornò di corsa al presidio  della Guardia Nazionale di Capo di Ponte e raccontò tutto ai suoi superiori. Da lì si organizzò un rastrellamento per la notte, che sarebbe stato guidato proprio dal giovane Tosini.

Donato e altri partigiani della Brigata Garibaldi, attardatisi per una riunione di comando che si era tenuta a Cevo di Valsaviore, avevano deciso di trovare rifugio all’interno di una baita a Baulè di Ponte di Valsaviore, anche perché il freddo e la neve rendevano difficoltosa la risalita presso la base. Scelta che risultò fatale. I sei partigiani furono accerchiati alle sette del mattino. Non c’era via d’uscita, se non quella di resistere rispondendo al fuoco nemico. Ci fu una sparatoria lunga quattro ore, fino a quando i nazifascisti riuscirono a dare fuoco alla cascina. A questo punto Donato Della Porta pensò quello che ogni comandante avrebbe pensato: salvare il resto del gruppo. Uscì fuori dalla baita, gridando di essere il comandante. Così fu colpito a morte. L’incendio nel frattempo aveva quasi interamente distrutto la baita. André Jarani, Franco Ricchiulli e Bruno Trini si arresero. Gli altri due invece, Mekertich Dashetojan e Zimmerwald Martinelli, continuarono a resistere fino a quando capirono di non poter fare più nulla. Scelsero di morire per mano propria che per quella del nemico, suicidandosi.

Donato non era ancora morto e don Francesco Sisti, parroco della Parrocchia “San Bernardino” di Valle di Saviore, aiutato da altri quattro ragazzi, fece di tutto per salvargli la vita. Ma dopo ore di sofferenze “Il Brindisino” spirò sul tavolo della cucina della canonica. Era il 9 dicembre 1944, aveva appena 22 anni. Tosini, il sedicenne che non aveva saputo cogliere il senso di quell’atto magnanime, qualche anno dopo sarebbe entrato in convento, mangiato dal rimorso.

Ecco perché Cevo e il suo Sindaco. Donato Della Porta è stato identificato da subito come un eroe della Liberazione, tanto amato in Valsaviore da meritare una poesia scritta da Benita Surioni e riportata nel libro già citato di Rodia, e da trovare oppositori nella volontà della sua famiglia di riportare la salma a Francavilla. Cosa che è avvenuta il 16 novembre 1945. Ancora una volta con scene degne di una pellicola: a bordo di un autocarro Lancia, accompagnata da due carabinieri e sei rappresentanti della Brigata Garibaldi. E ogni tappa che la salma faceva nel ritorno verso la sua prima casa e la sua prima vita era scandita da manifestazioni di solidarietà e commozione.

Foto: Archivio Sandro Rodia

Nel Museo della Resistenza di Valsaviore il nostro Donato ha meritato ampio spazio, oltre a una lapide in memoria della tragedia proprio dove era situata la baita di Baulè, e in quel 17 dicembre 2016 i Sindaci delle due città piantarono in villa comunale un albero proveniente proprio dalla Valsaviore. Da quel giorno Donato Della Porta è diventato sicuramente meno sconosciuto, almeno a Francavilla. Il che resta un grande paradosso. Oggi la giovane sezione ANPI locale porta il suo nome. Oggi, che ognuno di noi vivrà la propria Liberazione in modi diversi, sognando varie libertà e sperando in tempi migliori, oggi – dicevo – il mio grazie va a Donato, al suo sacrificio per quei valori così importanti quanto affascinanti. E un abbraccio, virtuale, a Francavilla. E uno particolare a Ludovica.

Buona Liberazione!

Se volete andare in pellegrinaggio nei luoghi in cui è nata la nostra Costituzione, andate sulle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità della nazione, andate lì, col pensiero che lì è nata la nostra Costituzione”.
Pietro Calamandrei

(Si ringrazia il lavoro di Sandro Rodia, senza il quale non avremmo potuto documentarci sulla figura di Donato Della Porta.)

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