Pubblichiamo l’intervento integrale tenuto dallo studente e lavoratore Mino Bungaro, che ringraziamo, nel corso dell’incontro “L’Italia si cura con il lavoro”. L’evento, organizzato dai sindacati CGIL, CISL e UIL per la Festa dei Lavoratori, si è tenuto l’1 maggio 2021 a Castello Imperiali in collaborazione con l’Amministrazione Comunale (a questo link è possibile rivedere la diretta).

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Ho 26 anni, sono pugliese e sono uno studente. Da diversi anni per mantenermi e avere qualcosa da parte, alterno allo studio il lavoro da cameriere. Questo mi inserisce automaticamente tra i duecentomila giovani che in Italia si ritrovano impegnati in una vita divisa tra studio e lavoro. Duecentomila secondo i dati ufficiali.

Chiaramente questi dati non considerano quelli che potremmo chiamare gli “invisibili”. Il più delle volte, infatti, per poter trovare un equilibrio gli studenti lavoratori si ritrovano a fare dei cosiddetti “lavoretti”: si finisce sostanzialmente nell’ambito della ristorazione, tra i rider o in qualche call center. Quando si è fortunati a questi “lavoretti” corrisponde un contratto improponibile (esempio pratico, il contratto di lavoro intermittente), il più delle volte invece ci si ritrova ad essere lavoratori a nero, non considerabili e non conteggiati in quei dati ufficiali. E allora probabilmente siamo più di duecentomila.

L’occupazione irregolare rappresenta il 4,5% del Pil Italiano, con un tasso di irregolarità tra i lavoratori del 15,6%. Ovviamente, anche sulla base di quanto detto fino ad ora, le vittime predilette siamo noi giovani: tre quarti dei lavoratori informali, infatti, sono occupati nel terziario, settore di primo approccio dei giovani e di chi entra nel mercato del lavoro.

Personalmente, ho pensato e trovato più semplice alternare allo studio universitario il lavoro da cameriere. Ho fatto il cameriere in diversi posti qui a Francavilla ed è un mestiere che vedo diventare sempre più degradante. E non perché sia un lavoro più difficile di altri o che al contrario di altri richiede una più forte manodopera. Ma perché nel campo della ristorazione si vive dell’idea che tu debba lavorare accontentandoti di contratti sterili, lavoro nero e sfruttamento perché fa parte di quel pacchetto chiamato “gavetta”.

Per non parlare del maschilismo umiliante che molte mie colleghe hanno dovuto subire. Molti datori di lavoro, anche qui a Francavilla, selezionano il personale femminile sulla base di caratteristiche fisiche. In questi casi la possiamo chiamare comunque gavetta? E la dignità del lavoratore dove si colloca, in tutto questo?

Una frase poi che ho sempre sentito dai datori di lavoro è “nessuno vuole fare il cameriere”, riferendosi proprio all’assenza di giovani che vogliono intraprendere una carriera nel campo della ristorazione. Ora, un ragazzo che ha studiato per tre anni, per cinque o magari rimboccandosi le mani per forza di cose anche di più, dubito aspiri a deviare il proprio percorso di studi sminuendolo per fare il cameriere (e come il cameriere qualsiasi altro “lavoretto”). E questo non perché il cameriere sia un lavoro inferiore, ma perché un paese che punta sui giovani non chiede a questi di sacrificare i propri sogni.

Inoltre, bisogna anche parlare di quei giovani che invece nel campo della ristorazione ci vogliono lavorare e ci vogliono anche crescere: cosa succede alle loro aspirazioni quando si scontrano con orari di lavoro estenuanti, contratti lavorativi improponibili o inesistenti e continui abusi degradanti? Come fate a pretendere la professionalità e il lavoro duro se siete i primi a non riconoscerlo e valorizzarlo?

E sì, parlo dei camerieri, ma questo discorso poi si applica in ogni altro ambito lavorativo.

Noi italiani ci ritroviamo ai vertici europei della mancata corrispondenza tra adeguatezza dell’impiego ottenuto rispetto al percorso formativo: infatti nel nostro Paese il 20% dei lavoratori è sovra-qualificato.

Noi giovani, insomma, cerchiamo di sopravvivere in un mercato che continua a ripeterci quanto non siamo abbastanza qualificati e che piano piano continua ad alzare sempre di più l’asticella, nonostante non sia affatto necessario.

Il sistema scolastico ormai è schiavo di questo sistema: l’introduzione del curriculum dello studente non fa altro che inserire i più giovani in questa specie di darwinismo sociale, dando una prospettiva di quello che spetta loro una volta terminato il ciclo di istruzione.

La disoccupazione dei laureati italiani oscilla tra l’8 e il 13% (contro un 2-4% tedesco). Questo perché ad oggi le politiche di welfare sono state inutili se non inesistenti. Il mercato, proponendo politiche attive del lavoro per agevolare i lavoratori ed integrare più giovani, non ha fatto altro che indebolirli e indebolirne i diritti.

Prendiamo ad esempio il tirocinio extra-curriculare. Nel nostro Paese rappresenta la misura più diffusa, rappresentando più della metà delle politiche attive avviate (arrivando al 60% al Sud). A conti fatti si traduce in menzogne. Il 56% dei tirocinanti, infatti, alla fine non ha ricevuto alcuna proposta di lavoro. Questo perché per una azienda pare essere più conveniente sopperire all’assenza di risorse non assumendone di nuove, ma riciclandole periodicamente.

Quindi sì, all’apparenza ci stiamo muovendo lentamente verso un aumento del tasso di occupazione, ma stiamo lasciando dietro lavoro stabile guadagnando invece stagionali, interinali e precari. Volendo comunicare in cifre: nel 2019 solo il 20% degli iscritti agli interventi di politica attiva è riuscito a farsi assumere (inclusi coloro che il lavoro lo hanno trovato poi attraverso altri canali).

E tutto questo laddove comunque c’è la possibilità di trovare un lavoro. Cosa che al Sud sembra essere diventata pura fantascienza. E no, la mia non è solo la percezione della situazione attuale.

Nel 2019, il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno raggiungeva il 45% contro un 21% nel Centro e nel Nord. In Puglia 1 giovane su 5 abbandona la scuola e chi invece continua il suo percorso formativo si ritrova ad un certo punto a dover “scappare”. Come sappiamo, l’emigrazione giovanile è forte anche a Francavilla.

Chi studia nelle nostre università, poi, va via per le scarse opportunità di valorizzazione dei propri percorsi di formazione e quel poco lavoro a disposizione è sempre insufficiente, precario e senza nessuna prospettiva futura.

Rispondendo a un piano europeo, dal 2013 l’Italia ha aperto inoltre il programma Garanzia Giovani, iniziativa sublime rivolta ai NEET (Neither in Employment or in Education or Training), ovvero i soggetti non inseriti in un percorso formativo e non impegnati in un’attività lavorativa. In Italia, però, nel programma risulta occupato solo il 26%: troppo poco per il Paese che ha il numero record nell’UE di giovani che non studiano e non lavorano. Una cifra che è destinata ad aumentare considerando che solo nell’ultimo anno gli inattivi sono cresciuti di quasi 900mila unità.

Per lo stesso motivo però la Commissione Europea ha deciso di rinnovare Garanzia Giovani e l’OCSE ha anche raccomandato all’Italia di riprendere e rinnovare “significativamente” il programma.

Ma ciò che al Governo Nazionale deve essere chiaro è innanzitutto chi siano i NEET, per quale motivo ci sono e cosa desiderano. Questo è utile per capire innanzitutto che i NEET non sono tutti uguali e poi in che modo operare con strategie diversificate per territorio e categorie di inattivi. È utile promuovere alternative al lavoro nero e cercare di prevenire, non curare, la caduta dei giovani nel limbo dell’inattività. Soprattutto nel periodo post Covid.

In Italia, e soprattutto al Sud, sta crescendo il fenomeno dei Working Poors. I lavoratori a rischio di povertà e che non riescono ad arrivare a fine mese, nonostante un salario fisso, ad oggi rappresentano il 12% dei lavoratori italiani.

Ad incidere su questo fenomeno è tutto ciò che è stato detto fino ad ora, quella che viene chiamata economia di piattaforma, ovvero dei lavoretti. Si tratta di lavoratori, e qui non parlo più solo di giovani, che cercano di sopravvivere con basso reddito, tutele il più delle volte inesistenti e un reddito orario al limite del ridicolo. Nel 2021, e da qui in poi nel periodo post Covid, non saranno più sufficienti solo i sussidi, fino a quando questi non verranno combinati a reali politiche di reinserimento nel mondo del lavoro.

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