Foto: Gabriele Fanelli

di Rita Mariateresa Mascia e Marco Montanaro

Imad Dalil, francavillese d’adozione, lo scorso agosto è stato nominato direttore dell’hotspot di Taranto. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua storia e parlare del suo nuovo incarico, accoglienza e flussi migratori.

Complimenti per la nomina a direttore dell’hotspot di Taranto. Di cosa ti occupi ora?

Adesso mi occupo di tutta l’organizzazione e della gestione interna della struttura: dall’ingresso degli ospiti ai servizi necessari per la permanenza. Coordino gli operatori e prendo le decisioni inerenti a tutti i servizi dell’hotspot, ad eccezione dell’ambito della sicurezza, di competenza della questura. La prefettura invece si occupa delle decisioni in merito agli ingressi e ai trasferimenti.

In precedenza hai lavorato come mediatore, sempre all’interno dell’hotspot di Taranto. Che cosa fa il mediatore?

Il mediatore accompagna gli immigrati presso gli enti territoriali, insegna loro le procedure, cerca di “smussare gli angoli” per lavorare sull’integrazione, che è l’obiettivo principale dell’accoglienza. In sostanza, il mediatore cerca di fare da ponte tra le diverse etnie e la cultura italiana. Non è un mero traduttore, infatti la dicitura completa è mediatore linguistico-culturale. Il primo approccio è complesso perché, oltre a importanti differenze linguistiche, ci sono differenze di tradizioni, usi, religione. Per qualsiasi persona inserirsi in una società nuova, a volte completamente diversa da quella di provenienza, risulta molto difficile.

Hai lavorato come mediatore anche altrove?

Sì, ho iniziato al CAI di Manduria, nel periodo della tendopoli, una decina d’anni fa, per poi passare al CARA (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) di Restinco. In seguito ho lavorato per Senis Hospes a Maruggio e Torricella, poi per l’ONG Gruppo Umana Solidarietà a Villa Castelli, dove, data l’esperienza acquisita, facevo anche l’informatore legale.

Con quali etnie hai lavorato nel corso della tua esperienza?

Praticamente con tutte. Parlando arabo, inglese, francese, spagnolo e italiano riesco a coprire tutte le macrolingue dell’immigrazione. E quindi ho lavorato con persone provenienti dal Bangladesh, Tunisia, Pakistan, Nigeria, Costa d’Avorio, Afghanistan, Iran, Etiopia, Etritrea, Somalia… Mi aiuta il fatto di essere specializzato nei dialetti dell’arabo, molto differenti tra loro: l’arabo che si parla in Siria è completamente diverso da quello che si parla in Tunisia o in Marocco, ad esempio. Questo per via della colonizzazione: a proposito del Marocco, molte parole francesi sono state “arabizzate” nello slang comune. Anche gli accenti sono completamente diversi: è la stessa differenza che possiamo sentire tra milanese e fiorentino.

Sempre a proposito del Marocco: tu sei nato lì, giusto?

Sì, nel 1986. E sono arrivato qui quattro anni dopo, nel 1990: siamo entrati in Italia regolarmente, tramite l’aeroporto di Fiumicino il 23 giugno del 1990 (conservo ancora il passaporto con il timbro).

Eri con la tua famiglia?

Sì, ma mio padre è arrivato qui per la prima volta negli anni Ottanta. In quegli anni si poteva entrare in Italia molto facilmente con i visti turistici: bastava avere un tot di contanti in tasca, il biglietto, e si poteva chiedere il visto all’ambasciata. Poi a due anni mi sono rotto il femore e mio padre è stato costretto a tornare immediatamente in Marocco, per poi rientrare in Italia via mare da Trapani. Nei primi mesi degli anni Novanta c’è stata la sanatoria, e così mio padre ha avuto la possibilità di regolarizzarsi, perché aveva un impiego stabile in Abruzzo. Dopo la regolarizzazione ha potuto richiedere il ricongiungimento familiare con me e con mia madre, ed eccoci qui.

La tua storia personale ha inciso sulle tue scelte professionali?

Sì, ma non subito. Sono cresciuto con la passione per l’informatica e avrei voluto realizzarmi in quella materia, visto che la studiavo a scuola, quando vivevo in Abruzzo. Verso la fine delle superiori si è accesa la lampadina: parlavo bene italiano, inglese, francese e arabo, ed ero il punto di riferimento tra gli amici di famiglia quando qualcuno aveva bisogno di compilare documenti o di essere accompagnato in questura. Ero il più giovane e più preparato, quindi in un certo senso ho solo continuato a percorrere quella strada, specializzandomi attraverso lo studio.

Cos’hai studiato?

Mediazione linguistica e comunicazione interculturale all’Aquila. In seguito ho frequentato un corso di specializzazione in gestione dei servizi migratori e ho iniziato a lavorare in questura, sempre all’Aquila.

Foto: Gabriele Fanelli

Cos’è cambiato in Italia a proposito di immigrazione, rispetto agli anni in cui sei arrivato tu?

Rispetto ad allora sono cambiate le leggi, si sono chiuse le frontiere e si sono inasprite le pene. Il visto turistico è molto difficile da ottenere se provieni da determinati paesi (anche dallo stesso Marocco), e in generale è più difficile ricevere accoglienza sia per migranti economici che richiedenti asilo. Chi emigra perché nel suo Paese non c’è lavoro non ha diritto a richiedere una protezione, quindi viene identificato e rimandato indietro: è il caso di marocchini, tunisini, algerini e albanesi, ad esempio.

E nel caso di chi chiede asilo politico?

In quel caso, per avere diritto alla protezione devi riuscire a dimostrare di essere stato vittima di episodi di persecuzione per motivi politici, religiosi o di orientamento sessuale nel tuo Paese. Se non riesci scatta il rimpatrio, ma si tratta comunque di una procedura molto lunga, anche perché l’identificazione è molto difficile per chi non ha con sé i documenti. In quel caso si procede per tentativi tramite l’invio delle impronte digitali a tutte le ambasciate.

Cos’è cambiato invece negli ultimi anni, in cui l’immigrazione è stata percepita e raccontata come vera e propria emergenza?

Direi che da qualche tempo è il sistema di accoglienza italiano è molto più strutturato, perché ha dovuto fronteggiare protocolli stringenti e numeri importanti anche con l’emergenza Covid-19. È chiaro che si potrebbe fare molto di più: parliamo ancora di migranti come emergenza, appunto, quando invece dovremmo essere in grado di fare una stima annuale delle persone che arrivano ed essere pronti ad accoglierle. Sicuramente l’istituzione di SPRAR e hotspot ha dato una mano importante in questo senso, allentando ad esempio il carico su Lampedusa.

Cosa si può migliorare ancora?

Sicuramente pecchiamo nel momento successivo a quello dell’accoglienza, quello dell’inserimento. Le questioni sono soprattutto legali: come accennavo prima, i tempi della burocrazia sono ancora troppo lunghi. Se arrivo in Italia e richiedo protezione, devo aspettare che si riunisca la Commissione territoriale che esamina il mio fascicolo. Una volta esaminato il fascicolo, devo aspettare una risposta. Qualora la risposta dovesse essere negativa, i tempi di ricorso sono molto lunghi, il che porta ad una dispersione dell’immigrato, che rimane un richiedente che si perde sul territorio. Se la persona in questione dovesse pure perdere il ricorso, tendenzialmente avremo un clandestino in più in giro.

Notizia di questi giorni: dodici paesi dell’Unione Europea vogliono costruire un muro per arginare i flussi migratori.

Sì, si tratta di molti paesi dell’est e del nord Europa. L’idea è quella di contrastare i flussi diventati ancora più massicci dopo il ritiro delle forze occidentali in Afghanistan. Poi c’è Lukashenko che spinge i flussi dalla Bielorussia verso il confine europeo. Quello che mi preoccupa è la posizione europea.

Cioè?

La Commissaria Ylva Johansson ha detto che la proposta del muro può essere accolta a patto che i dodici paesi se lo costruiscano a loro spese. Il problema è che non c’è alcuna considerazione di tipo umanitario, etico o morale rispetto all’approccio che invece la comunità europea ha avuto con Trump e al suo muro contro i migranti dal Messico.

Citavi l’Afghanistan. Adesso se ne parla meno rispetto a questa estate, ma com’è la situazione?

La stessa di prima. Le leggi politico-religiose adottate dai talebani sono state quelle che si prevedevano, gli attentati e le rappresaglie sono all’ordine del giorno. La gente fugge, e i muri che si vogliono costruire sono la conseguenza di questo fenomeno, ossia delle rotte intraprese dal Medioriente via terra, passando quindi dai Balcani e prima ancora dalla Turchia, porta d’ingresso d’Europa (con Erdoğan “arbitro” di questa partita, con una carta politica enorme da giocare). Noi parliamo sempre di sbarchi, ma se andiamo a vedere i numeri sono molti di più gli ingressi via terra. Gli sbarchi e i naufragi fanno più notizia, ma la tragedia è ovunque.

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