Nichifalco e leon
Nichi Falco e il piccolo Leon

Maison Nichifalco è un posto unico nel suo genere a Francavilla: situata nei locali di Palazzo Salerno (in piazza Monumento, per intenderci), è un luogo di ricerca e sperimentazione nel campo della moda sartoriale. 

Varcata la soglia del portone, il primo ad accoglierci è Leon, un pinscher chiacchierone che ci fa strada su per le scale. È un sabato mattina di primavera; la luce invade gli ambienti ampi, dal soffitto alto. Alcuni affreschi ricordano che siamo in un palazzo storico, che negli anni non è stato minimamente intaccato dalla modernità. Tutti gli elementi dei vari ambienti – gli abiti, i manichini, le riviste di moda, i mobili d’altri tempi – si fondono tra loro, in armonia. 

Ci accomodiamo in una stanza, Leon salta in braccio a Nichi. L’intervista può cominciare.

maison Nichifalco
La maison

La prima cosa che voglio chiederti è come mai hai deciso di stabilirti proprio a Francavilla. 

Quando ero ragazzino io che conosco questo territorio, perché i miei erano originari della zona e venivamo in vacanza a Oria, dove avevamo una casa in campagna  il primo passaggio era venire a Francavilla per vedere le belle donne, per vedere il passeggio, per vedere le sfilate di moda perché si facevano abiti da cerimonia… Quello di Francavilla era un richiamo molto forte. Da Oria venivamo addirittura col treno o con la bicicletta! Con il passare degli anni, però, qualcosa si è spento: questa cosiddetta “esperienza” non è stata tramandata.

E perché? Non c’è stato un ricambio generazionale?

Forse perché, come tutte le cose di noi italiani, non sappiamo apprezzare il saper fare nostro, nel nostro territorio. Per cui hai bisogno di cercare un riscatto, andando fuori dal tuo territorio, al nord o addirittura oltre le Alpi. Non ti nascondo che se mi hanno invitato a Venezia a sfilare è perché mi hanno visto sfilare a Parigi sui social, non perché mi hanno visto sfilare a Francavilla. Quindi è come se ci fosse moralmente un taglio, una cesura tra nord e sud. Poi magari vengono in vacanza qua, sfila qui Dior, sfila qui Gucci, perché siamo un territorio pieno di ricchezze architettoniche, di emozioni già costruite: siamo noi che non abbiamo il coraggio di dire “noi siamo”. Il coraggio di sapersi, più che autocelebrare, saper dare quel valore aggiunto alla propria professionalità, che ti porta a dire che devi fare così tanta gavetta fuori che poi ti dicono bravo, o ti iniziano a copiare. Il fatto che ti inizino a copiare fuori vuol dire che stai seguendo il giusto percorso. E quindi il coraggio che ho avuto, anni e anni addietro, è credere che Francavilla potesse essere un contesto stimolante poiché mi ricordava l’infanzia.

Come sei arrivato a Palazzo Salerno?

Un giorno mi trovo per caso qui, in piazza Monumento. Decido di entrare in questa dimora, perché vedo qualcuno buttare dei libri… Penso subito che stanno dividendo le proprietà anche perché questa dimora è stata disabitata per trent’anni. Metto delle buste di plastica ai piedi perché è tutto invaso dai piccioni, entro… e scopro questa piccola Versailles. E quindi penso “Come fate a non rendervi conto che magari per un piatto di fagioli vi hanno fatto questa opera, che è chiusa agli occhi della collettività?”. Ho immaginato che forse poteva diventare un contenitore, un po’ alla francese, una maison, dove provare a dare visibilità al saper fare italiano. All’unicità del saper fare italiano, e non al cosiddetto processo di industrializzazione del capo di moda. L’idea era di provare a fare un salto indietro: se nel Novecento c’è stato questo correre al processo di industrializzazione di ogni elemento (dall’agricoltura al settore moda), le conseguenze sono state quelle che noi stiamo vivendo: conseguenze che non potevamo immaginare.

maison Nichifalco
I ferri del mestiere

Quali sono queste conseguenze?

La sarta o il sarto che venivano a casa e ti facevano l’abito sono stati riassorbiti dall’industria, un po’ come è successo nei centri commerciali: le piccole botteghe hanno chiuso perché tutta la gente ha cominciato ad andare nei centri commerciali, dove c’è l’aria fresca d’estate e l’aria calda d’inverno. E queste conseguenze le paghiamo tutt’ora: vent’anni fa, ad esempio, tutte le grandi firme sono scappate dall’Italia (prima in Albania, poi in Romania e in Turchia), per spostarsi dove il lavoro costa meno. Come fai a competere in un processo di industrializzazione dove la gente dorme accanto alle macchine da cucire? 

Qual è una possibile soluzione a questo sistema?

Il passaggio è quello di uscire fuori da questa macchina produttiva. Quello che noi facciamo è un capo singolo: una cliente che entra qui potrebbe avere la fortuna di avere le misure delle modelle perché questi sono capi realizzati sulle misure della modella che lo indosserà. Oppure può accadere che il cliente vede il capo, ne rimane affascinato e quindi glielo realizziamo su misura apportando quelle che vengono chiamate “personalizzazioni”: questo significa che non sarà quasi mai uguale a quello che ha visto sfilare, proprio perché ogni abito diventa un pezzo d’arte e un pittore non dipinge mai due quadri perfettamente uguali. 

Come coesistono e come si intrecciano la dimensione locale e internazionale della tua maison?

A un certo punto ho deciso di portare fuori la mia esperienza, questo prototipo di passerella/sfilata che si basa sulla costruzione di un’emozione: per ogni capo/evento va studiato il movimento della modella, che non è semplicemente fare avanti e indietro, ma creare un’azione che faccia scaturire altro. E quindi abbiamo provato a proporla a Parigi. La cosa bella dell’ultima sfilata di Parigi è stata che l’emozione che abbiamo scatenato, sui social, ha generato trentamila visualizzazioni a costo zero, quindi senza investimenti mirati. C’è stato un tam-tam perché tutti volevano vedere la modella che si toglieva la giacca e la buttava a terra, per raccontare l’evoluzione di un bruco che diventa farfalla, e quindi l’esigenza di potersi spogliare del cosiddetto lusso perché io con il mio corpo e con l’unicità del mio corpo sono unica e non fotocopiabile da altri.

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Alcuni abiti esposti nella maison

Ci sono state altre sfilate che ti hanno segnato?

A Venezia abbiamo scoperto un’altra Italia, un’Italia che pagherebbe a peso d’oro il pezzo unico e non vuole produzioni industriali, non cerca la “firma”. Si tratta di persone che vogliono sentirsi raccontare una storia: come nasce quel capo. La cosa bella è che questa ricerca viene fatta da un mercato che non è necessariamente povero o ricco, ma cattura tutti. L’identità di una persona non può essere legata all’indossare un nome, un marchio risonante e internazionale. Probabilmente questo è anche l’elemento che mi affascinava da bambino quando venivo a passeggiare qui a Francavilla, su viale Lilla: perché Francavilla sa raccontare, soprattutto nella cosiddetta vita serale, il modo di essere dell’italiano o dell’italiana. Sembra strano, ma devi andare a Bari o a Trani per trovare lo stesso modo di comunicare con l’abbigliamento. Dobbiamo essere fieri di questo modo di fare innato, interno a noi, forse perché in ciascuna delle nostre case abbiamo una nonna, una bisnonna o una mamma che ha imparato a saper fare con le proprie mani: un gene che passa di generazione in generazione, che crea in noi il buon gusto nel saper vestire e nel distinguerci dai territori limitrofi, e di questo dovremmo farne tesoro. 

Quindi secondo te è questo il futuro della moda, la ricerca e la rivalutazione? È finita l’era del fast fashion?

Sicuramente il fast fashion non vale la pena neanche di lavarlo! Sono stato a lungo nel mondo accademico prima di trovare il coraggio per partire da solo, e vent’anni fa dicevo ai ragazzi di fare attenzione perché avevo capito che stavamo per entrare nel nuovo Medioevo industriale. Se le firme stanno tornando a produrre qui, sicuramente c’è una rivalutazione del saper fare e quindi hanno bisogno della nostra capacità manuale nel finire l’opera, perché è facile appaltare a un prezzo stracciato e poi avere contestazioni per un capo che non va. L’universo è così grande che forse un giorno ci saranno altri pianeti da vestire, quindi è importante la ricerca e l’evoluzione nel campo dei tessuti, il rapporto con l’ambiente, e poi anche l’unicità. Se vogliamo fondare il nuovo Umanesimo, dobbiamo avere il coraggio di prendere il vecchio capo e di ritrasformarlo, personalizzandolo. Costa meno prendere un capo Zara e personalizzarlo in base alla nostra identità, in modo da non ritrovarlo addosso agli altri. La cosa che mi dispiace è che qui c’è un tessuto produttivo artigianale e industriale, ma manca una scuola di moda. Manca anche la volontà di riconoscere un marchio territoriale, e vicino a noi ci sono degli esempi virtuosi (come le bollicine di Cellino San Marco), operazioni che aiutano anche e soprattutto i piccoli imprenditori. Non si tratta di copiare, ma di prendere spunto da quello che accade nelle realtà vicine a noi. Sono consapevole del fatto che se il territorio cresce cresco anche io. 

Come si vestono i francavillesi, in base a quello che vedi ogni giorno? Qual è il loro (il nostro) stile?

Sicuramente è uno stile che cambia in funzione dell’età. Abbiamo tutti dei riferimenti nella scelta dei colori, nella scelta degli accessori. Prima anche i parrucchieri erano quelli che, insieme al settore dell’abbigliamento, raccontavano meglio lo stile. Anche loro hanno perso questa voglia di esprimersi. Venti, trent’anni fa non c’erano i social: la televisione era il volano della moda. Raffaella Carrà faceva moda. Adesso vedi una Ferragni, una qualunque fashion blogger ed è difficile identificare uno stile. 

Anche perché la moda cambia continuamente: lo scorso anno andavano gli anni Novanta, quest’anno siamo a cavallo tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila… 

Esatto, è uno stile fuggitivo. Non c’è un momento in cui qualcuno può dare un’identità ben chiara, che ha un inizio e una fine. Ti posso raccontare che quando siamo stati a Venezia e abbiamo portato il tema dei colori abbiamo affascinato la città: queste dieci modelle che indossavano questi cappotti colorati facevano sembrare la città spenta. Tutti i passanti si sono fatti comunicatori, attraverso i social, del colore che avevamo portato noi. Quindi è difficile dirti qual è lo stile che va di moda adesso. La cosa più bella che può accadere è che ciascuno di noi prenda spunto dagli attuali strumenti comunicativi per raccontare se stesso, e non quello che va di moda. Io spero e mi auguro che Francavilla possa essere un punto di riferimento per raccontare l’unicità di ciascuno di noi.

maison Nichifalco
Il laboratorio sartoriale

Cosa pensi della body positivity e dell’inclusività nel racconto della moda? Da qualche anno i grandi marchi collaborano con modelle e modelli che non rispecchiano i canoni estetici convenzionali.

Io penso che i grandi marchi abbiano un problema: come fare rumore. La donna brutta, la donna sovrappeso fa rumore: è uno strumento di comunicazione. Vai sempre alla ricerca di quello che non è stato visto. E adesso si fa velocemente, mentre prima dovevi aspettare la stampa di Vogue. Noi Vogue lo prendiamo per la nostra biblioteca, ma le notizie sono già vecchie dopo un mese. Da parte dei grandi marchi c’è solo un’azione di marketing: a volte vengono buttati degli ami per capire come il mercato può rispondere. Questa difficoltà noi non l’abbiamo, perché produciamo capi unici: chi viene ha la possibilità di esprimere completamente la propria identità. 

Ultime due domande. Prima: la francavillese o il francavillese meglio vestiti.

Oddio… Beh, non li conosco! [ride] 

E i peggio vestiti?

[ride] Ti ricordi quando da ragazzini si usava tenere lo stereo a tutto volume nella propria macchina? Quello era un modo per comunicare “Amore mio, sto passando sotto la finestra: affacciati così mi vedi”. Ecco, più accorciamo i pantaloni… Metti gli shorts! La giacca con gli shorts è più figa del pantalone appena sopra la scarpa, per far vedere il nome della tua futura moglie “ricamato” sulla caviglia. Quella è la moda sbagliata: solo perché un calciatore ha messo un abito strafigo con un pantalone appena sopra la caviglia, non significa che tu debba copiarlo. Forse non ve ne rendete conto, ma vivete in una città che ha dei palazzi pazzeschi che raccontano stile, e forse non lo percepite perché girate poco, o siete così abituati da non vederli più, e vi perdete le migliori sfumature. Non dobbiamo fare lo stesso errore con la moda. La bravura sta nel non copiare le cose più sciocche: meglio affidarsi a un architetto (!) o a un fashion stylist, che possono dare dei consigli validi.  

Foto: Gabriele Fanelli

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