Determinata, puntuale, lucida. Sono quasi incredulo se mi soffermo a pensare che sto parlando con una ragazza di 17 anni. Un punto a favore per lei. Sono bastati un paio di messaggi perché accettasse di parlare con Petrolio, senza farsi inseguire inutilmente. Un altro punto. Ci ha fatto conoscere uno sport che ignoravamo. Punto. Ha portato Francavilla quasi sul tetto del mondo. KO. Parliamo di Aurora Caroli, vice-campionessa del mondo di savate, categoria juniores, ai mondiali di Budapest, che a novembre ha ricevuto un encomio da parte della giunta comunale di Francavilla Fontana.
Facciamo chiarezza prima di ogni cosa: il o la savate?
La savate, che praticamente è kick boxing francese.
Ci spieghi in cosa consiste?
Sono tre match, la cui durata dipende dal fatto che i savateur siano senior, cadetti o juniores. Io ho gareggiato negli juniores, tra 15 e 18 anni. In questi tre match viene analizzata la tua performance in base ai tocchi che fai all’avversario. Sono punteggi differenti se tocchi faccia, addome o gambe. A scalare nel punteggio, e il tocco in faccia vale di più.

Come mai uno sport di questo tipo?
Sono passata dal fare danza e pianoforte in terza media a scegliere un giorno di fare savate, tramite un amico che lo praticava. È stato innamoramento immediato, sin dal primo allenamento. Non è andata molto bene perché sono caduta davanti a tutti durante il riscaldamento, però la cosa non ha intaccato il mio amore.
Hai continuato a suonare?
A casa ho il pianoforte, però no. La scuola e la passione per lo sport me lo hanno impedito. È più che altro un hobby.
Ci descrivi l’abbigliamento che bisogna indossare durante un match?
Dipende dal tipo di gara che stai andando a presenziare. Se rappresenti l’Italia ovviamente la divisa viene fornita dal nazionale. Ho avuto l’onore di indossare questa divisa per tre anni. Mentre per le altre gare ho indossato l’abbigliamento classico della mia palestra, una tuta a due pezzi nera e gialla.
Ci sono protezioni da indossare?
Sì, per noi donne il paraseno, la conchiglia, il parastinchi e paradenti. Il caschetto per gli juniores e i cadetti. Quando diventi senior puoi decidere se indossare o meno il caschetto.
Il tuo colpo migliore?
Il revers al viso alto.
Spiegaci… siamo totalmente profani.
Sarebbe uno schiaffo al viso con la punta del piede. È un colpo che vale molto perché non è semplice da riportare, ma è bellissimo da vedere.

Argento ai mondiali juniores a luglio a Budapest, però non è stata la prima volta. Anche in Croazia argento. Quanto tempo dedichi agli allenamenti per questi risultati? E soprattutto dove ti alleni?
La mia è stata una storia un po’ particolare, andando al liceo scientifico e con l’intenzione di fare una carriera che prescinde dalla savate, sono sempre stata molto impegnata con la scuola purtroppo. Con gli allenamenti sono stata sempre un po’ carente, nonostante i richiami del mio allenatore. La preparazione dipendeva dai miei impegni scolastici, quindi poteva partire 3-4 mesi prima dall’inizio della competizione o un solo mese prima, come è avvenuto l’anno scorso per l’europeo in Belgio, anche lì mi sono piazzata al secondo posto. La mia palestra si trova in via Portogallo e il mio grande allenatore si chiama Domenico Iaia. È lì che facevo i miei allenamenti.
Quante volte a settimana?
Sotto gara tutti i giorni, incluso sabato e domenica mattina. Quando non ero sotto gara un giorno sì e uno no, incluso il sabato.
Sempre una faticaccia, insomma… Quando sei entrata in nazionale? Come vieni a sapere di essere in squadra?
Devi fare match contro altre ragazze italiane della stessa categoria di peso. Quando ti classifichi al primo posto vieni convocata in un collegiale, dove vieni messa sotto esame, viene valutata la tua tecnica e poi vieni scelta oppure no. Bisogna sostenere questo esame per accedere alla nazionale. Se va bene, vieni scelta dai giudici.
Tre anni in nazionale vuol dire che hai sostenuto l’esame tre volte?
Sì, la convocazione in nazionale è valida un anno.
E adesso? Ci sono altri esami in vista?
Adesso devo sostenere l’esame di Stato e sono molto impegnata, quindi sono in stand-by con lo sport. Preferisco chiamarlo così.
Ti sei mai trovata a dover utilizzare questa arte al di là dello sport?
No, per fortuna mai. Non mi piace la violenza, per assurdo. Ho capito che ci si può difendere meglio verbalmente e chi pratica questi sport lo capisce meglio di chi non li fa.
Interessante quello che dici, quindi è vero che le arti marziali tirano fuori qualcosa dalla mente?
Sì, sono arrivata in terza media in palestra con l’autostima a terra, insicura. Il mio allenatore mi ha aiutato molto. La savate mi ha reso più forte e consapevole, sicura di me.
Hai ricevuto un encomio da parte della giunta di Francavilla su proposta del presidente del Consiglio Comunale Domenico Attanasi. Chi ti ha detto che saresti stata premiata?
Proprio lui, il presidente del Consiglio. È successo in una situazione spiacevole, ho ricevuto la notizia via messaggio mentre ero a un funerale. Poi ci siamo sentiti telefonicamente fino a quando mi hanno convocata per l’encomio.
Quei tre secondi posti non ti fanno sentire…
Sono arrivata a Budapest dicendo o vinco o vinco. Nel mio sport la nazionale più forte è la Francia, dove la savate è sport nazionale. Ogni mia finale è stata contro una francese. Capita che i francesi agli occhi del giudice abbiano qualcosa in più. E in caso di parità nel punteggio il giudice può assegnare un voto ulteriore a uno dei due savateur. Diciamo che sono benevoli nei confronti dei francesi. Ogni volta ho perso per maggioranza e non all’unanimità sul totale dei tre voti che vengono assegnati.
Ma quindi quest’oro quando ce lo porti?
Eh (sorride), quando non daranno il bonus a una francese.
Ma sarai ancora juniores?
A febbraio compio 18 anni, quindi dovrei passare nei senior.
Si sente il peso di vivere in una città di provincia per uno sport del genere?
Di sicuro se mi fossi allenata in una città più grande avrei avuto altre possibilità a livello di confronti con altre persone, ma non mi è mai mancato nulla.
In cosa consiste un allenamento tipico?
Dipende dall’umore del mio allenatore e dalla mia forma fisica. Consiste in un riscaldamento di venti minuti, con corsa frazionata da esercizi. E poi esercizi di concentrazione, come quello con la palla da tennis.
Cioè?
Bisogna saltellare palleggiando con la palla da tennis, muovendosi in un modo particolare. È un esercizio che serve a sviluppare equilibrio e concentrazione. Poi sacco e incontri tra di noi. E ancora le passate con il mio allenatore, che sono le cose che odio di più (sorride).
A livello di alimentazione cambia molto quando ti prepari per una gara?
Sì, perché dovendo rientrare in certe categorie di peso devi prendere o perdere chili. È un’alimentazione equilibrata, bisogna essere leggeri. Anche se tutto dipende dalla categoria, appunto.
Quando a tredici anni hai detto ai tuoi che andavi a dare botte, che ti hanno detto?
La reazione è stata scioccata, erano incerti. Da danza e pianoforte alla savate… Però mi hanno appoggiata, non hanno dovuto fare un grande sforzo per accettarlo ma all’inizio mi hanno chiesto: uno sport un po’ più da femmina, no? Alla fine mi hanno sempre accompagnata in tutto.
Cosa vuoi fare da grande?
Non sono mai riuscita a far coincidere scuola e sport, adesso purtroppo ho sacrificato il secondo. Per il futuro mi piacerebbe continuare a toccare con mano quello che questo sport mi fa vivere. Ma farò altro nella vita.
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Proprio nei giorni in cui ci siamo visti e sentiti con Aurora, c’è stata un’evoluzione (o almeno si spera!) nella considerazione del binomio donne-sport. Per chi non lo sapesse, per l’attuale Legge sul professionismo sportivo, la 91/1981, le donne possono praticare sport esclusivamente a livello dilettantistico. Cioè, in teoria, una donna non potrebbe mai essere considerata una professionista. Benvenuto 1920!
Un emendamento approvato dalla Commissione di Bilancio del Senato, che prevede un esonero contributivo al 100% per tre anni per le società sportive femminili che stipulano con le atlete contratti di lavoro sportivo, sembra essere un primo passo verso la parità di trattamento rispetto ai colleghi uomini. Speriamo possa essere la giusta apertura verso il professionismo femminile. Anche perché, per fare un esempio post mondiali femminili di calcio, appena un mese fa Giulia Orlandi ha detto addio al calcio a 32 anni perché costretta a scegliere tra il lavoro e lo sport. Una che nel 2017 ha vinto lo scudetto con la Fiorentina.
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