“Il Fiffa era politico. Per questo era potente”. Alla fine lo ha ammesso, Andrea Chirico, anche se un po’ controvoglia, quasi gli stessi strappando chissà quale rivelazione. È successo più o meno a metà di questa chiacchierata in cui abbiamo cercato di capire, a dieci anni dalla nascita, cos’è stato il Fiffa inda Street.

Per chi se lo fosse perso, il Fiffa inda Street è stato un torneo di calcio tre contro tre che si giocava per strada, con delle piccole porte e i campi segnati con la calce. La primissime partite si giocarono dieci anni fa, il 29 marzo 2012, tra una dozzina d’amici, alla periferia di Francavilla. In breve, col passaparola, il Fiffa diventò un vero e proprio torneo che si giocava solo di lunedì (giorno di chiusura del Bar Chopin, locale in cui lavoravano alcuni organizzatori, tra cui lo stesso Andrea, suo fratello Massimiliano e il cugino Daniele Argentiero).

Edizione dopo edizione, le squadre iniziarono a raddoppiare, triplicare, quadruplicare, e così il pubblico di curiosi e tifosi. Arrivarono quindi le edizioni più grandi, i cosiddetti Fiffarroni, quelle di Natale, quelle al mare, e ancora altre in trasferta in giro per la Puglia. Non mancavano i Gran Galà, le feste e le serate collegate a quello che ormai era un vero e proprio movimento giovanile.

Negli anni nacquero anche dei piccoli Fiffa a Torino e Roma, tanto da portare lo staff a organizzare due Mondiali, giocati in Villa Comunale a Francavilla, con le nazionali che erano in realtà le rappresentative di città italiane. A quel punto l’evoluzione naturale fu portare il Fiffa ancora più lontano, con due tour in camper (il Fiffa Gran Tour) verso Roma, Torino, Milano, Bologna, Vicenza e persino Monaco di Baviera.

Va detto che fino alla chiusura, nel 2018, il Fiffa è stato tutto fuorché un torneo per professionisti o grandi spiriti agonistici. Il lato sportivo era l’aspetto meno importante e veniva molto dopo quello sociale, anzi: il fatto che ci si potesse iscrivere gratuitamente, anche senza aver mai calciato un pallone prima d’allora, rappresentava una grande attrattiva per le tantissime persone, di tutte le età, che furono coinvolte dal Fiffa.

Ma vediamo cosa ne pensa Andrea dieci anni dopo.

Andrea Chirico – Carosino, 2015.

Ciao Andrea, partiamo da te. Adesso dove sei? Cosa fai?

Da un anno e mezzo vivo a Torino. Lavoro al J|Hotel della Juventus. Da settembre sono responsabile di sala e coordino camerieri e baristi. Da poco convivo con Giada, la mia compagna.

Cosa ti sei portato dietro dell’esperienza del Fiffa?

Sicuramente la capacità di capire gli altri, capire cosa vogliono e cosa possono dare in un gruppo. La capacità insomma di saper stare in mezzo a un gruppo, trovare la mia posizione, coordinarlo. Ti racconto questa: una sera al lavoro c’era un briefing di fine giornata con i colleghi, persone molto brave e professionali, ma con caratteri molto diversi. Ho fatto uno dei miei discorsi, e alla fine ho detto che con loro mi vedo come un direttore d’orchestra, una specie di Peppe Vessicchio. Mi sentivo così anche ai tempi del Fiffa, quando ero circondato da tantissime persone.

Ecco, quante persone ha coinvolto il Fiffa negli anni?

Vediamo, è difficile. Nello staff c’erano sempre tra le trenta e le cinquanta persone, che nel tempo sono entrate, uscite, tornate, uscite e tornate ancora. Fuori dallo staff è ancora più complicato: abbiamo fatto talmente tante edizioni del torneo, ufficiali e non ufficiali, piccole e gigantesche, poi ci sono quelle giocate in altre città… Bisogna considerare anche tutti quelli che non giocavano, i curiosi, gli amici, quelli che hanno provato una volta sola per divertimento e poi sono rimasti a seguire da spettatori. Davvero non ne ho idea.

E che impatto ha avuto il Fiffa nelle vite di queste persone?

Come ti dicevo, per me ha impattato sul rapporto con gli altri. Mi ha reso più tollerante. Credo sia stato così anche per gli altri: abbiamo fatto talmente tante esperienze, rapportandoci con persone che avevano dieci anni meno di noi ma anche dieci o vent’anni di più, e poi con tanti coetanei, persone che ci schifavano, o ci invidiavano… Ci sarà stato anche chi ha avuto un’esperienza negativa col Fiffa, ma proprio perché eravamo in tanti.

«la prima Christmas Edition fu una festa in cui a nessuno importava di vincere o perdere.»

Carosino, 2015.

E con la città, com’è andata?

L’impatto con la città è stato importante, ma secondo me era naturale che in un posto come Francavilla una cosa come il Fiffa diventasse un fenomeno di grande attrattiva. Questo a prescindere dai grandi numeri che faceva il torneo. A Francavilla allora non c’era niente, e credo sia ancora così: poche idee, pochi luoghi, poche persone con cui condividere qualcosa di interessante. Quindi basta poco per attirare l’attenzione: che sia il calcio, una libreria, un’associazione o qualsiasi altra attività non puramente commerciale, funziona. Che sia per cinquanta o mille persone ha poca importanza. Il Fiffa non è stato determinante solo per i numeri.

Sarà, ma a un certo punto era davvero gigantesco, con centinaia di persone (lo dico io, a questo punto) coinvolte tra staff, squadre e pubblico. Vi siete mai montati la testa?

Sì, è successo. A un certo punto inizi a sentirti lusingato ben oltre il fatto che sei consapevole di aver realizzato una cosa buona per gli altri. Ti riconoscono, ti fermano per strada persone che fino a poco tempo prima non c’entravano nulla con la tua vita. “Ah, tu sei quello del Fiffa”. È facile darsi delle arie, perché sai che hai dato vita a un movimento che è anche una vera e propria moda. Ed è vero, per via dei grandi numeri sapevamo benissimo di essere presi in considerazione e ascoltati da molte persone che diversamente non ci avrebbero filato di striscio, inclusi politici e imprenditori. Ed eravamo consapevoli di avere sempre il coltello dalla parte del manico, per così dire.

Però avete comunque tenuto la barra dritta, mi sembra.

Diciamo che abbiamo cercato di tenere sempre i piedi per terra, gestendo la nostra “notorietà” e usando la nostra rete per fare cose che ritenevamo buone, collaborando con altre realtà che sentivamo vicine. Ad esempio con piccoli centri di accoglienza per immigrati, o col campo estivo della Kheiron Academy di rugby che sposava i nostri stessi valori educativi, prima ancora che sportivi.

In effetti nello staff del Fiffa c’era sempre un’aria di responsabilità verso quello che facevate e verso gli altri.

Assolutamente. Questa della responsabilità è una cosa che abbiamo capito subito, quando il torneo iniziava ad allargarsi a venti, trenta squadre per volta. Come accennavo prima, entravamo in contatto con ragazzi di quattordici, quindici anni, che si avvicinavano al Fiffa a modo loro, con una percezione molto diversa dalla nostra che di anni ne avevamo tra i venti e i trenta. Li portavamo per strada, o in altri luoghi anche fuori città, e sapevamo che il lato sportivo era probabilmente la cosa meno importante, a quel punto.

«Il fiffa era Un’idea aperta agli altri, alla condivisione e alla contaminazione.»

Simone Cagiva, Oronzo Camarda e Vincenzo Carlucci, 2015.

Quand’è successo che il Fiffa ha iniziato a ingrandirsi?

Determinante è stato l’incontro col Laboratorio Urbano. Il Fiffa era nato per caso, senza un progetto. Una cosa fra amici. L’incontro con il Laboratorio Urbano e con le persone che ci lavoravano ci ha aiutato a migliorare quello che facevamo, a dargli una struttura a partire da un obiettivo comune e da regole condivise. Concretamente, quest’incontro ha reso possibile il primo Fiffarrone, per noi importantissimo, e poi i Mondiali del Fiffa. Ma soprattutto ci ha aiutato a capire il valore sociale di quello che facevamo. Il valore politico del Fiffa, perché il Fiffa era politico, lasciamelo dire. Per questo era potente.

In che senso politico?

Era un’idea che generava condivisione e un senso di appartenenza molto forte. Un’idea aperta agli altri, alla contaminazione. Chiunque entrava nel Fiffa anche solo per fare una grafica o delle foto lo contaminava, lo cambiava. Lo rendeva migliore, a volte anche peggiore, ma era bello per questo. Un contenitore enorme, certamente con delle regole condivise, ma che poteva accogliere persone molto diverse tra loro per età, estrazione sociale e culturale. Il Fiffa era in continua metamorfosi, a volte sembrava anche sfuggirci di mano, e questo per me lo rendeva infinitamente affascinante.

Sono i motivi per cui è rimasto sempre gratuito, immagino.

Sì, anche se quello economico è un problema che ci siamo posti spesso, soprattutto quando il Fiffa era diventato una specie di istituzione, un gioco a cui tutti volevano prender parte, che si ingrandiva sempre di più generando molte aspettative. Con un solo euro a partecipante avremmo potuto realizzare qualcosa di ancora più grande e più bello. Ma i soldi creano sempre una selezione, una distinzione tra le persone. Per questo abbiamo evitato. Preferivamo farci il culo, andando anche in difficoltà. Ci sembrava che fosse una cosa molto nobile, oltre che romantica.

Massimiliano Chirico durante il Fiffa Grand Tour – Torino, 2016.

Il tuo ricordo più bello legato al Fiffa?

A distanza di qualche anno restano soprattutto i ricordi che c’entrano poco o niente col lato sportivo. Per questo ti dico la prima Christmas Edition al campo del Carmine a Cantagallo. Era una festa vera e propria, un rave andato avanti tutta la notte in cui a nessuno importava di vincere o perdere. Per lo stesso motivo ci metto pure l’edizione a mare, i Mondiali in villa con le squadre di città da tutta Italia, il Gran Tour, gli incontri con realtà completamente diverse dalla nostra come la ciclofficina di Bari, l’Ardita Due Mari di Taranto, la scuola regionale di Bollenti Spiriti o il gruppo di ragazzi di Carosino.

Il ricordo più brutto, invece?

Ce n’è uno in particolare, legato a uno di quei rari momenti in cui il lato agonistico prendeva il sopravvento. Durante una partita un giocatore, preso dalla foca per non ricordo cosa, ha preso a calci una pompa per gonfiare i palloni. La pompa è finita addosso a una ragazza, sfigurandola. Ecco, lì io per primo non ho avuto la prontezza di fermare tutto, di dire no, il Fiffa non è questo. Quell’episodio ci mandò in crisi, ma lo abbiamo affrontato e ne siamo usciti, cercando di riprendere subito in mano le redini e lo spirito del torneo.

«A un certo punto avevamo spremuto ogni singolo chicco d’uva di quella vigna sterminata.»

Fiffa Grand Tour – Vicenza, 2016.

Ma poi com’è finito il Fiffa?

C’è stato un primo momento di sofferenza quando ha chiuso il Laboratorio Urbano. Avevamo pensato anche di investire un po’ di soldi per rendere quella struttura ancora più casa nostra, per renderla più funzionale al torneo. Lì ci sentivamo protetti, a un certo punto era diventata la nostra base operativa. Quando sono arrivati i profughi siriani, credo fosse il 2014, e per qualche giorno il Laboratorio è stato smantellato e trasformato in un centro d’accoglienza, abbiamo capito che la nostra collaborazione sarebbe finita. Dovevamo cercarci un’altra casa e non è stato facile. Infatti non l’abbiamo più trovata.

Ma il torneo è andato comunque avanti.

Sì, abbiamo continuato, e anche i Gran Tour, due esperienze molto belle, sono arrivati dopo la chiusura del Laboratorio Urbano. Ma era tutto più difficile. Comunque il Fiffa si è esaurito per altri motivi. A un certo punto abbiamo capito di aver spremuto ogni singolo chicco d’uva di quella vigna apparentemente sterminata. Sono venuti meno gli stimoli, e – fatto da non sottovalutare – siamo anche cresciuti. Molti di noi hanno avuto sempre meno tempo a disposizione, tra lavoro e famiglia. Purtroppo, crescendo ti rendi conto che la socialità, quel tipo di socialità intensa e continua come quella richiesta per tenere in piedi il Fiffa, non basta più.

Dopo il Fiffa è arrivato il Monday Nights. C’era qualcosa del Fiffa, nel Monday?

Nel Monday Nights abbiamo messo le nostre capacità organizzative, questo è certo. Ma tutto sommato il Monday era un ottimo torneo di calcetto organizzato nei minimi dettagli, e la cosa finiva lì. Non c’era la potenza emotiva del Fiffa, lo spirito di appartenenza e la sorpresa che era in grado di generare a ogni edizione. Mancava la sua rilevanza politica e sociale, come dicevo prima. Forse con la sede del Monday su via Roma abbiamo provato a fare qualcosa di simile, un’associazione che era un luogo fisico di ritrovo, scambio, socialità. Stava funzionando, ma la pandemia si è messa di traverso.

Francavilla Fontana, 2015.

E allora qual è, se c’è, l’eredità del Fiffa?

Direi la rete di contatti, gli incontri tra le persone. Oggi che il Fiffa è passato restano le persone che si sono incontrate grazie ad esso. Uno scambio che è rimasto nel tempo. Dal lavoro all’amore al sesso. Hai frequentato quelle persone in un momento in cui per poter far parte di questa cosa dovevi crederci. Tantissimi tra noi che si sono conosciuti col Fiffa sono rimasti amici. Alcuni si sono innamorati, altri vivono insieme, altri ancora si sono spostati insieme per andare a cercare fortuna e lavoro lontano da Francavilla. Pensa a me: se sono a Torino è grazie a Nicola Modugno, che viveva già qui, e ogni volta che tornava a Francavilla veniva a giocare con noi. Nicola lo conoscevo già prima del Fiffa, ma è stato grazie al Fiffa che ci siamo incontrati davvero.

Ultima, inevitabile domanda, allora. Pensi che possa tornare, il Fiffa?

No.

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(Foto: Gabriele Fanelli)

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