Non c’è posto migliore del bancone di un bar per conoscere una città e i suoi abitanti. Al mattino presto per la colazione, accanto a lavoratori stagionali e spiriti notturni, al pomeriggio per un caffè, a notte fonda per consumare una serata tra amici.

Nel bene e nel male – ma io direi soprattutto nel bene – i bar hanno fatto la storia del ‘900 di questa come di molte città italiane; che poi è la storia di come gli abitanti di città e paesi hanno speso il loro tempo libero e il loro denaro cercando e creando socialità.

Ma non è ancora il caso di fare la storia dei bar di Francavilla. Per il momento ci dedichiamo a quella di un bar in particolare, il Bar Fiamma, quello “vecchio” su via Roma. Il bar ha chiuso nel 2013 per via di un contenzioso con i proprietari dell’immobile, come mi ha raccontato Pasquale Camarda, figlio di Mimino, che il bar lo aveva aperto sul finire degli anni ‘50.

Il modo in cui ho conosciuto Pasquale è a sua volta una storia nella storia. A fine marzo con Petrolio avevamo inserito, su Instagram, l’insegna del vecchio Bar Fiamma tra le “cose inutili” francavillesi. Per “cose inutili” intendiamo oggetti dell’arredo urbano che raccontano epoche passate, anche recenti, ma che sono ancora inspiegabilmente lì, a far bella mostra di sé, nonostante siano ormai fuori contesto (è il caso, per fare un altro esempio, delle cabine telefoniche di viale Lilla e piazza Marconi recentemente dismesse). Cose solo apparentemente inutili, insomma, che invece hanno ancora molto da raccontare a tutti i francavillesi.

Ma a Pasquale questa definizione di “cosa inutile” per il vecchio Bar Fiamma non era andata giù e ce lo aveva fatto notare su Instagram. Così, dopo aver letto i suoi commenti, avevo deciso di andarci a parlare di persona nell’attuale sede del Bar Fiamma su viale Lilla. Una volta chiariti (e dopo svariati assaggi di pasticcini e gelato), era nata l’idea di fare un salto all’interno del vecchio bar su via Roma, dato che oltre all’insegna anche il bancone, gli arredi, i quadri e le vecchie bottiglie sono ancora lì.

In effetti la sensazione, non appena si mette piede nel locale, è quella di un viaggio indietro nel tempo di almeno vent’anni. Ricordo in particolare il quadro col ritratto della bambina, un tempo nell’ingresso, e poi il grande scaffale di legno con le bottiglie e il bancone. “Il bar non ha mai subìto grandi cambiamenti” conferma Pasquale, “più che altro ha avuto delle evoluzioni. Qui era tutto artigianale, il bancone veniva da Bari, dall’azienda Di Venere, un tipo di banco che oggi non esiste più”. Il più grande cambiamento, allora, riguarda lo spostamento iniziale del bar: “Il bar” prosegue Pasquale, “inizialmente si trovava nel locale accanto. Fu aperto sul finire degli anni ‘50, poi nel 1965 fu spostato qui, in questi locali”.

E il nome, come fu scelto?

Ci sono due ipotesi. Mio padre raccontava che aprì a caso l’elenco telefonico su Brindisi e trovò un certo bar Fiamma: gli piacque e decise di utilizzarlo per questo suo nuovo bar. C’è poi la versione secondo cui il nome fu suggerito dal geometra Nicola Iaia, per sottolineare un’appartenenza politica che mio padre in effetti non ha mai nascosto.

Qual è la versione giusta?

Lo sa solo mio padre.

Quanti anni aveva Mimino quando aprì?

Ventotto. Ma aveva iniziato a lavorare al Bar dello Sport.

L’attuale Bar Fiamma su viale Lilla, giusto?

Sì. Ci lavorava col fratello Giovanni, per tutti Nino. Mio nonno Pasquale aveva chiesto al genero, mio zio Martino Cito, di aprire il Bar dello Sport per sistemare appunto mio padre e mio zio. Zio Martino aveva già fondato il Bar Centrale (dove lavorava anche sua moglie, zia Lina) e il Bar Tre Rose, e così dopo il buon avviamento lasciò il Bar dello Sport a Mimino e a zio Nino tornando a queste sue attività. I due fratelli andarono avanti per qualche anno, poi mio padre decise di intraprendere il cammino da solo aprendo il Bar Fiamma.

Com’era il Bar Fiamma, all’inizio?

All’epoca i bar erano caffetterie e latterie, così il Bar Fiamma. Il latte serviva anche per il gelato, ovviamente. Mio padre conobbe mia madre Angela in masseria, dove andava a prendere il latte. E poi c’era il gioco della birra: si faceva nel giardino interno, di là. I più anziani ricorderanno l’albero di pesco, faceva delle pesche grandissime. Qualcuno le mangiava di nascosto.

E poi, come cambiarono le cose?

All’inizio degli anni ‘70, dopo il matrimonio e l’arrivo di noi figli, mio padre decise di ampliare i servizi e professionalizzarsi, puntando sulla pasticceria insieme alla gelateria. Fino ad allora la pasticceria era distribuita qui al bar ma veniva da alcuni pasticceri di Grottaglie. Poi mio padre fece un corso a Taranto e iniziò a specializzarsi. In tutto questo, ovviamente, non si giocava più a birra.

Com’era allora, la pasticceria artigianale?

Fondamentalmente era una pasticceria domestica con cui si provava ad avviare una produzione su scala più larga. È il caso delle signorine della salita della Carità, per chi se le ricorda. D’altra parte non c’era la possibilità di formarsi in modo quasi scientifico come oggi. Mio padre fu tra i primi a industriarsi, a provare a fare qualcosa di più che una pasticceria domestica.

Ci riuscì, sicuramente. E il gelato?

Sul gelato ho i miei primi ricordi, considerato che ho messo piede nel bar da piccolissimo. Ricordo che ci mettevano a cuocere il latte per pastorizzarlo. Prima c’erano solo quattro gusti, come si può vedere dai quattro pozzetti del bancone: cioccolato, nocciola, crema spumone e caffè. Era un gelato più semplice, freddo, che si scioglieva subito: tuttora dovrebbe essere così. Ma oggi è difficile distinguere tra chi lo fa davvero artigianale e chi no. L’artigiano è chi riesce a tirare fuori un prodotto finito e personale da poche materie semplici ed essenziali, plasmandolo a suo piacimento. Noi lo facciamo ancora così, con prodotti freschi di masseria, andando a bilanciare ogni ingrediente, senza fretta, giorno dopo giorno.

E la pasticceria? Hai imparato da tuo padre?

Sì, ma col tempo. Nel bar sono entrato seriamente dopo il diploma. Aprivo, stavo al banco. La pasticceria invece era il mondo di mio padre. Nessuno voleva sostituirsi a lui prima del tempo. Una volta mi disse di andare ad impastare al posto suo, ma non me la sentii. Mi sembrava di accelerare il passaggio di consegne. Sapevo che avremmo potuto farlo al momento opportuno, non prima. Dopo la sua scomparsa, nel 2015, abbiamo ripreso le sue ricette così com’erano e abbiamo iniziato a svilupparle.

Una volta affermatasi la pasticceria e la gelateria, che bar era il Bar Fiamma?

Negli anni ‘70 e ‘80 diventò a suo modo un’istituzione, con una clientela sicuramente selezionata anche per via dei servizi di bottigliera e confezioni. E poi era un luogo di formazione per tanti che poi sono diventati pasticceri e gelatai a loro volta.

Come funzionavano le confezioni?

C’era la stanza-laboratorio di mia madre, che realizzava delle vere e proprie ghirlande, simili a composizioni floreali, con i cioccolatini. Si confezionavano anche la pasticceria e le bottiglie: come regalo per Natale, ad esempio, con i cesti. Era un tipo di servizio che offrivano per la maggior parte le pasticcerie e le salumerie. Noi avevamo anche bottiglie di un certo valore.

Ne parlavi prima.

La bottiglieria portò un certo prestigio al bar, che per molto tempo ebbe fama di ottima enoteca in tutta la provincia. Conservo tuttora bottiglie risalenti agli anni ‘40 e ‘50, comprate nei ‘60 e dunque già invecchiate, che oggi valgono parecchio. All’epoca si riusciva ad avere rapporti diretti con i produttori, come per il cioccolato, le cui maggiori aziende produttrici erano a carattere famigliare. Majani, Caffarel, Pernigotti: un ottimo livello di produzione, in cui però contava molto il rapporto umano, per cui si poteva avere un’interlocuzione diretta e fruttuosa per entrambe le parti. Non voglio esagerare, ma fu anche grazie a noi se queste aziende iniziarono a penetrare nei nostri territori. Le cose poi sono cambiate con l’arrivo delle multinazionali e della grande distribuzione.

Cioè?

Be’, con le multinazionali e le dirigenze “manageriali” è venuto meno il rapporto diretto… Quindi anche la possibilità di contatto, di ascolto delle reciproche necessità. Mentre la grande distribuzione ha pesato anche sul servizio di confezioni: al supermercato trovavi già tutto pronto, senza che ci fosse qualcuno che ti confezionasse artigianalmente il prodotto.

In che anni eravamo?

Per Francavilla direi attorno al 1992-1993, sono gli anni in cui la grande distribuzione si è imposta definitivamente anche da queste parti.

Qualche anno dopo avete affiancato a questa sede quella su villa Lilla, giusto?

Sì, nel 1996 ristrutturammo il vecchio Bar Sport. Lì decidemmo di fare anche la mescita con servizio al tavolo, che qui al vecchio bar non c’era, aprendo inizialmente anche alla ristorazione. La pasticceria però rimase su via Roma – sia come produzione che come vendita – ed ebbe risonanza ancora maggiore.

Se avessi la possibilità di riaprire? Come lo vedresti il Bar Fiamma, magari su una via Roma chiusa al traffico?

Lo vedrei bene. Ristrutturato, non stravolto, a partire dagli arredi. Lascerei intatto il suo vecchio stile, il suo carattere tuttora riconoscibile. Io la vedo come i giapponesi, che utilizzano l’oro per riparare gli oggetti in ceramica: le fratture non vanno nascoste, vanno esaltate. Sono la nostra esperienza, la nostra storia, verso cui bisogna avere rispetto.

_
Foto: Gabriele Fanelli

SOSTIENI PETROLIO!

Petrolio Magazine è fatto con dedizione, su base volontaria, dai soci dell’associazione Petrolio Hub. Non è un progetto a scopo di lucro, ma se ti piace il nostro lavoro e vuoi che continui, ti chiediamo di sostenerci con una donazione. Grande o piccola, ci farà decisamente felici: è bello sapere che quello che fai è importante per qualcuno. Grazie!