Foto: Gabriele Fanelli

È domenica mattina. C’è il sole, ma non picchia. Dopo mesi di afa asfissiante, non può che essere il primo segno della ripresa dell’autunno. Bene. Via Roma è quasi deserta, chiusa al traffico, ma si prepara ad accogliere un evento in tutto il suo splendore. Con Gabriele abbiamo appuntamento al Carmine, destinazione casa del prof. Camarda. Luigi, Gino, fate voi. Il Basket francavillese, insomma.

Siamo in leggero ritardo e ce ne scusiamo. Ci fa accomodare nel suo studio, dopo avergli ricordato che sono stato suo alunno. La sagoma del professore mi sembra gigantesca oggi con il mio metro e ottantadue centimetri di altezza. Immaginate quali sensazioni suscitasse in un ragazzino di scuola media appena lo vedeva. Ma era ed è tutt’ora un ingiustificato timore reverenziale. Il professore è una di quelle persone che da subito annienta le distanze e, perché no, le altezze. Una battuta e iniziamo a ridere. Non ho problemi a dire che sarà una delle conversazioni più piacevoli e divertenti della mia carriera da scribacchino.

Un paio di occhiali tiene fermo un foglio sulla sua scrivania. E poi un portapenne e un fermacarte rigorosamente coordinati, la Settimana Enigmistica lasciata aperta alla pagina del rebus di turno da risolvere, una copia della Gazzetta del Mezzogiorno, una lampada da tavolo. Ho memorizzato tutto perché ho pensato che difficilmente avrei rivisto una scrivania tanto elegante. E poi due foto, una delle quali incorniciata, della sua amata Elena. Premi e riconoscimenti sui muri, così come il diploma di laurea in Giurisprudenza.

Il ghiaccio è stato già rotto dalle prime battute del professore, adesso devo sciogliermi io. Per la prima volta farò domande a un mio insegnante, quando mi ricapita? La mia intervista è pronta da giorni, ma voglio iniziare con un ricordo.

foto gino camarda giovane
Foto: Gabriele Fanelli

Se penso agli anni con lei, il primo ricordo che mi viene in mente è un canestro fatto nel taschino della mia camicia con un gesso!

(Ride) Tutti si ricordano del gesso. Io lo tenevo sempre sulla cattedra, se qualcuno non stava attento pam! Il fatto che sia finito nel taschino è un caso. Sono sempre stato convinto che un ragazzo non può essere attento più di dieci minuti, ecco perché facevo queste cose col gesso, col cassino (ride)…

E poi ricordo i soprannomi che ci dava, tipo we recchi pà!

Ce ne sono tanti, ma recchi panne è diventato famoso. A un ragazzo che aveva le orecchie a sventola, che non andava benissimo a scuola, durante gli esami di terza media chiesi “come si dice in francese recchi panne?”. Siccome glielo avevo ripetuto tantissime volte durante l’anno, mi guardò e disse “oreilles épandues!”. Per me l’esame poteva anche finire lì!

Veniamo al basket. Come si sono incrociate le vostre strade?

Facevo il Liceo. Venne un allenatore americano a Brindisi per tenere un corso d’aggiornamento ai professori di educazione fisica. Il mio professore, dopo aver fatto questo corso, mi disse “Camà, tu hai fatto il lavativo fino a questo momento e se adesso non fai come dico io, ti boccio”. All’epoca al Classico si bocciava per una materia, e mi disse che dovevo fare pallacanestro. Accettai, e iniziai così, innamorandomi successivamente di questo sport. Da lì organizzammo una squadra interna al Liceo Classico. Un campo all’aperto dove attualmente c’è la palestra della Bilotta, su cui segnavamo le linee di sabato per giocare la domenica. Si invitavano le ragazze per venirci a vedere ed è lì che ho conosciuto mia moglie ed è nato il nostro amore (dice guardando una delle sue foto). Da lì poi è cominciata la mia carriera in questo sport.

(Al prof. piace raccontare e noi siamo due nipoti attenti, lo lasciamo fare.)

foto squadra gino camarda
Foto: Gabriele Fanelli

Successivamente facemmo un campo dove adesso c’è il parcheggio dello stadio e da lì passammo al convento e alla fine in fiera. Un giorno, durante l’allenamento, venne il geometra D’Antona per prendere la figlia e, vedendo le condizioni in cui ci allenavamo, disse che ci avrebbe regalato tutto il materiale per evitare di giocare sull’asfalto. Con un finanziamento del Coni facemmo il campo in fiera, entrando dal lato della stazione, dove c’è il primo padiglione. L’inconveniente più grande era che avevamo un solo pallone, che puntualmente si forava su una pianta spinosa che era lì vicino. Poi al tensostatico e infine tanti anni alla San Francesco.

(Lo sguardo del professore è cambiato, si legge una tristezza mista a desolazione che mi spiazza. Non volevo che i suoi ricordi più piacevoli iniziassero a fare a pugni con l’amarezza. Ma voglio capirci qualcosa in più.)

Ci spiega la situazione del basket francavillese?

Non è buona. Mancano gli incassi e a malapena riesci a pagare le pulizie della palestra. Manca una struttura che ti permetta di progettare qualcosa.

E la San Francesco?

Non c’è spazio, vengono poche persone, non c’è possibilità di assistere agli incontri.

Per il campionato?

Non possiamo fare una squadra importante, siamo da metà classifica, l’obiettivo è conservare la serie C gold. Non possiamo illuderci, salire di categoria adesso sarebbe rovinoso.

foto epoca gino camarda
Foto: Gabriele Fanelli

Parla di strutture: avete ricevuto rassicurazioni sul palazzetto?

Sì, da cinquant’anni almeno. Dicono che il palazzetto sarà pronto entro la fine dell’anno. Resta il mio più grande sogno non realizzato. A Francavilla si è operato sempre nel disinteresse generale. Manca ancora una cultura dello sport, cosa che comunque non ci ha impedito di essere tenaci e raggiungere grandi risultati. Per esempio siamo la più antica società di basket della Puglia e la cosa ci riempie di orgoglio.

Dalla scuola al basket, lei è ed è stato educatore a tempo pieno. Riesce a scegliere se preferisce i banchi di scuola o il parquet?

Dovevo andare in pensione a 65 anni e ho chiesto di andare invece a 67. Adoravo stare in classe con i ragazzi. Insegnavo divertendomi e li facevo divertire, così si apprende di più. Bisogna essere simpatici agli alunni, perché quella simpatia si riversa sulla materia. Famiglia, scuola e basket sono state le mie ragioni di vita. Il basket qualche volta ha avuto il sopravvento, infatti mia moglie mi rimproverava di non essere mai a casa, ma io non avevo vizi di nessun tipo, solo il basket (sorride).

Il campo da basket in villa?

Una buona iniziativa, un buon modo per divertirsi. L’importante è che si utilizzi nel migliore dei modi, divertendosi senza danneggiarlo.

Ci saluta Petrolio in francese?

Je vous souhaite un bon travail!

Ci alziamo, facciamo un giro nel suo studio. Il professore ci mostra foto in bianco e nero, ci racconta aneddoti di quegli anni. Era esattamente così che ricordavo le ore passate con il professore Camarda. Lo salutiamo. Io e Gabriele abbiamo gli occhi divertiti. Scuotiamo il capo, quasi increduli di tanta forza vitale. Merci, Monsieur le professeur!

 

 

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