fabio paiano kheiron rugby
Foto: Gabriele Fanelli

Ho provato più volte a parlare con gli appassionati di rugby di questo sport. Al di là delle regole, più o meno complicate che siano, è stato quasi sempre il termine lealtà che è venuto fuori. Verso il compagno, che non va mai abbandonato per nessuna ragione al mondo; nei confronti degli avversari, che prenderanno un sacco di botte e non diranno una sola parola; e verso gli arbitri, indiscutibili giudici di ogni match. E se penso al periodo in cui questo sport ha destato il mio interesse, effettivamente ricordo l’estrema correttezza in campo come il valore aggiunto.

Eppure sembra quasi un controsenso. Uno sport di contatto, alle volte anche violento, che fa del sacrificio, della lealtà e della correttezza i suoi valori portanti. Ed è proprio per questo che una decina di anni fa, quando il rugby e la nazionale italiana stavano raccogliendo consensi in tutto il territorio storicamente calciofilo ma deluso dagli ennesimi scandali, si è intravista una speranza di crescita. Nella conoscenza del rugby, della sua filosofia, della sua storia. Abbiamo anche iniziato a praticarlo, prima di spegnere nuovamente la luce.

Anche Francavilla ha vissuto questo periodo. È nata un’accademia, la Kheiron, che ha avuto come obiettivo la crescita di nuovi giocatori di rugby e nuovi uomini. Progetti nelle scuole, campionati giovanili e seniores. A sette anni dall’inizio di tutto questo però Chirone, maestro di numerosi eroi tra cui Achille, Enea e Aiace, ha deciso di mollare le armi. Lo abbiamo scoperto per puro caso, in una soleggiata mattina di una brevissima primavera. Il fondatore della Kheiron Academy, Fabio Paiano, intento a tenere un breve corso di rugby al Liceo Scientifico Ribezzo (una delle tante scuole con cui ha collaborato) ci ha comunicato che quest’anno la Kheiron chiuderà i battenti.

Ragazzi dell’Itis Fermi di Francavillla durante la giornata finale di un Pon. Foto: Gabriele Fanelli

“Non siamo un Paese di amanti dello sport, siamo tifosi. Il rugby non è uno sport per tutti, ha una filosofia molto diversa rispetto al calcio, per esempio. E questo soprattutto riguardo al tifo”. Prima di intervistarlo, con Fabio scambiamo qualche battuta. E sorseggiando un caffè, con questa frase mi rendo conto  già di avere il titolo per il mio pezzo.

Quando e come nasce la Kheiron Academy?

Nasce nel 2012, dalla necessità di avere una società sportiva che potesse presentare il rugby nelle scuole e che sensibilizzasse al gioco. Così ho creato un’associazione che da subito ha intercettato la voglia anche di ragazzi più grandi, rispetto ai progetti creati per la scuola primaria. In poco tempo siamo finiti ad allenarci al campo della Rosèa (campo in terra battuta che si trova sulla strada parallela alla via per Grottaglie). Abbiamo letteralmente iniziato da zero, perché a Francavilla non c’era una cultura rugbystica.

Quanti ragazzi hanno aderito al progetto?

Il primo anno abbiamo avuto un totale di 90 tesserati, fra giovanili (under 12 e under 14) e seniores (dai 17 anni in su). Una media di 22 tesserati per categoria. Il progetto ha attirato immediatamente l’attenzione e sono stato contattato da tecnici amici. Così per tre anni abbiamo giocato nel Brindisi, una realtà che ha una lunga tradizione, con ragazzi portati in nazionale, cosa non facile partendo dalla Puglia. Ogni domenica almeno undici quindicesimi in campo erano di Francavilla.

Ragazzi dell’Itis Fermi di Francavillla durante la giornata finale di un Pon. Foto: Gabriele Fanelli

Come mai a Brindisi?

La società era in difficoltà e abbiamo dato una mano, così come poi abbiamo fatto con Mesagne in un secondo momento, giocando un campionato come Messapica Rugby. Ma senza strutture, senza tecnici…

Mi pare di capire che il problema sia in questa sospensione. È questo il motivo per cui la storia della Kheiron è giunta al termine?

È più complicato di così. La Kheiron nasce male, l’entusiasmo iniziale e la buona risposta delle scuole mi hanno fatto pensare che il rugby avesse la possibilità di intercettare parecchia gente. Ed è stato così, in effetti. Ma non ho avuto la mano che speravo di avere. I primi anni ero presidente e allenatore, in quanto l’unico ad avere la qualifica per allenare. E lo facevo in tutte le categorie, avendo la possibilità di allenare fino alla Serie B. Però una società è composta da varie figure, a fare tutto solo diventa sempre più difficile. E tre anni fa la macchina ha iniziato a incepparsi.

Di quali figure avresti avuto bisogno?

Allenatori per categorie più piccole, un assetto societario diverso anche per la gestione della burocrazia e delle questioni amministrative, per ottenere i permessi, di chi si occupasse delle normative sanitarie, delle pubbliche relazioni. Il tempo si riduceva ed è bastato poco perché tutto crollasse. Ma non è stato strano che sia accaduto. È uno sport particolare: se non lo hai mai praticato, è difficile si possa mettere la passione che magari ci ho messo io. Sento il bisogno comunque di ringraziare tutte le persone che hanno fatto parte di questa associazione, i giocatori che si sono caricati la responsabilità di fare i dirigenti, ci hanno provato. Così come è doveroso ringraziare le aziende che ci hanno permesso di disputare i campionati come Kheiron.

Immagino che anche la questione campo non sia stata semplice da gestire.

Abbiamo una carenza strutturale notevole. E questo colpisce sport minori che sono partiti prima del rugby, quindi immagina cosa possa significare. La prima struttura utile per ospitare uno sport come questo è a Trepuzzi, campo in erba e federale. È difficile giocare da queste parti, è difficile creare giocatori di alto livello se non esistono le società e se non ci sono le strutture. Il primo anno ci siamo allenati sul campo di Francavilla, dando il nostro contributo economico. Poi è diventato off-limit anche per via dei successi della Virtus, cosa che nel nostro paese ha riportato a giocare a calcio ragazzi che avevo intercettato anni prima.

Ragazzi dell’Itis Fermi di Francavillla durante la giornata finale di un Pon. Foto: Gabriele Fanelli

Dei novanta tesserati iniziali, a quanti siamo arrivati oggi?

Quest’anno non ho fatto nessun tesseramento se non per i ragazzi under 16, perché confluivano in un progetto di franchigia territoriale. La Federazione aveva dato la possibilità alle squadre, in situazioni in cui è difficile disputare campionati, di tesserare anche per brevi periodi giocatori che militano in altri campionati cadetti. È una regola che esiste anche a livello internazionale. Con questo meccanismo delle franchigie societarie giovanili, le società conferiscono dei giocatori che rimangono comunque tesserati nelle squadre originali, però fanno il campionato come franchigia. Pescano ragazzi che possano giocare sia con il primo club che con un’altra squadra. Mi sono impegnato in questo progetto, quindi i quattro ragazzi che avevano la possibilità di disputare il campionato under 16, con grandi sacrifici e con grande continuità, due volte a settimana sono venuti con me fino a Trepuzzi. Ma ne è valsa la pena, visto che tutti e quattro hanno confermato le convocazioni in Puglia.

E cosa ne sarà di questi quattro ragazzi l’anno prossimo?

Non lo so. Purtroppo il rugby vive un’annata di crisi generale. A parte due società, Bari e Trepuzzi, tutte le altre che sono vicine sono in difficoltà. Se non riapre Brindisi o Taranto, dove sono registrate tre società di rugby, si fa dura…

Ragazzi dell’Itis Fermi di Francavillla durante la giornata finale di un Pon. Foto: Gabriele Fanelli

Perché si vive questo momento nel rugby?

È un problema di cultura rugbystica. Ci sono due tipi di appassionati di rugby, quelli che vogliono un rugby più fisico e di contatto, fatto di regole non scritte. E poi quello che vuole la Federazione, cioè creare giocatori di alto livello e dedicarsi esclusivamente alla loro crescita. Ma questo è difficile da fare dove mancano strutture e società. C’è una costruzione culturale che andrebbe fatta. Ho insegnato il rugby partendo dallo spirito, dalle regole, senza il contatto. Cosa che convince anche le mamme più apprensive (sorride). Ma c’è bisogno di un supporto per fare questo.

Credi che sia uno stop definitivo?

Uno stop è uno stop. Ci sono anche problemi di carattere federale. Durante un corso di aggiornamento ho scoperto che per mantenere le abilitazioni di allenatore devi disputare almeno tre partite in un anno per la categoria di riferimento. Se lavori e non hai una società, dove vai a fare queste panchine? Credo che questa cosa si ritorcerà contro la stessa Federazione. Non so se riprenderò il discorso Kheiron. In realtà abbiamo creato una domanda senza essere pronti a offrire un’offerta valida. Quando hai una funzione educativa o la fai bene o rischi di fare qualche danno. Come deludere le persone che hai intercettato, ragazzi che non riescono più a partecipare ai campionati. Io ancora ricordo le cose che mi hanno fatto stare male da piccolo. Se saremo capaci di offrire qualcosa di concreto, lo faremo. Altrimenti non si può promettere qualcosa che non c’è.