Ritratto Turu Biason
Foto: Gabriele Fanelli

Registratore, due poltrone e bottigliette d’acqua. Gabriele sistema lo studio e insieme parliamo dell’intervista.
Ma chi è Carlos Biason? È un centrocampista della Virtus: non sappiamo altro.
E quanto è alto? Boh, dal campo sembrano sempre così distorti, così oblunghi.
Ma secondo te Carlos Biason si rompe le palle a fare le interviste? Non lo so, ma una cosa è certa: gliene hanno fatte davvero poche.

Poi Turu arriva a Studio Lampo ed è proprio come lo immaginavo. Anche senza la sua armatura di servizio sembra fatto di fasci muscolari sempre tesi, pronti a essere stimolati. Chissà se anche con le domande è così reattivo. Quando ho chiesto a Carlos di avvertirmi se qualche domanda gli fosse sembrata scomoda, lui è stato chiarissimo, solo usando le mani. Possiamo davvero parlare di tutto, cominciamo.

Per iniziare volevo chiederti: perché non ci sono tue interviste su internet? Sembra che la gente ti contatti solo per scrivere dei comunicati minuscoli nonostante tu sia qui da cinque anni!
(Sorride) Sì, ci sono alcune interviste fatte da qualche giornale argentino in merito alla mia esperienza al Belgrano, ma da quando sono qui mi è stato sempre chiesto di parlare della Virtus. Non mi hanno mai chiesto di parlare di me.

E allora ti faccio le mie domande da tifoso curioso. Perché ti chiamano Turu?Turu è un soprannome che mi ha dato un vicino di casa da bambino! Ho cercato di sapere, di chiedere che cosa significasse ma lui non ha mai saputo rispondere. E così Turu mi è rimasto addosso per più di trent’anni. Me lo sono portato dietro in Italia attraverso i social. All’inizio chi non mi conosceva credeva fosse il mio nome. Ero sempre lì a correggerli, a dire: “Io mi chiamo Carlos Ezequiel Biason”.

Turu limone
Foto: Gabriele Fanelli

Allora sei Turu per tutti, ma per molti e sopratutto per i tifosi della Virtus sei Pitbull. Perché sei esempio di grinta e di cattiveria agonistica, cattiveria sana.
Sì, so di questo soprannome e penso sia legato al mio modo di giocare. Se devo pensare a come sono davvero in campo allora ti dico che assomiglio davvero a un pitbull. Fuori dal campo sono tutta un’altra persona, mi piace vivere la mia vita tranquillamente e frequentare posti tranquilli.  In campo però sono come un pitbull: affamato.

E proprio a proposito di cani, tu sei spesso in giro col tuo.
Abbiamo un cane, io e mia moglie, lo abbiamo preso lo scorso anno a Brindisi: una ragazza ha fatto partorire in casa la sua cagnolina e poi, attraverso Facebook, stava cercando qualcuno a cui regalare i cuccioli. Ci siamo fatti avanti perché secondo me i cani non si vendono. I cani non sono dei prodotti da vendere. Adesso il nostro cagnolino ha due anni. Si chiama Tano.

Tano? Tano da Gaetano?
No, Tano perché in Argentina un italiano è un tano e quindi, quando ritorneremo a casa, Tano ci ricorderà dei nostri giorni passati in Italia.

Tornerai a casa, dove sei nato. Che poi è un’altra cosa che non sono riuscito a capire bene da internet, i riferimenti sono molteplici e su Transfermarkt c’è scritto che sei nato a Córdoba e che hai giocato in Ecuador.
No, sono nato nella provincia di Córdoba, a Jesús Maria, una città più o meno come Francavilla. Una delle feste più grandi che facciamo è il Festival de la Doma, dove vengono fatte, tra le tante cose, delle gare in cui bisogna rimanere quanto più tempo possibile su dei cavalli imbizzarriti. Poi si balla, c’è tanta musica folkloristica argentina. Vicino a Jesús Maria non c’è il mare ma ci sono i fiumi e le montagne, tanta natura.

Quando ci torni, in Argentina?
Ogni fine campionato: fino ai primi giorni di luglio stacco la spina e vado a visitare la famiglia e gli amici che non vedo da tanto tempo.

E tua moglie? Si sposta sempre con te o resta in Argentina?
Io sono arrivato nel 2009 insieme a mio cugino, che lavorava in Italia, ma ero già sposato. Ho fatto i documenti per la cittadinanza italiana, sono tornato in Argentina per poi ritornare qui nel 2011 con mia moglie, per iniziare insieme il mio percorso calcistico.
E comunque non ho giocato in Ecuador, per rispondere alla tua domanda.

Allora chiederemo a quelli di Transfermarkt di correggere. Come è stato all’inizio, lontanissimo da casa per la prima volta?
Sinceramente all’inizio non è stato per niente semplice. Da ragazzino sono andato via da casa, a 16 anni, per giocare a calcio, ma sono rimasto sempre in Argentina. Tornavo a casa ogni fine settimana. Poi sono arrivato in Italia e all’inizio poter tornare dai miei solo una volta all’anno è stato difficile. A questo devi aggiungere anche la paura delle società di calcio italiane, dei loro modi di fare che non conoscevo. Sono arrivato a Mantova, a casa di alcuni amici argentini dove ho alloggiato per due mesi. Tramite Facebook ho conosciuto un procuratore di Massa Carrara. Ha organizzato una partita tra giocatori senza squadra e mi ha proposto di affidarmi a lui per trovarne una.

Turu Biason Supertele
Foto: Gabriele Fanelli

Da lì sei finito a Tricase?
Sì, lui aveva dei contatti qui e ho firmato a Tricase, in una squadra che sembrava solida. Alla fine, come succede spesso, la situazione è peggiorata e gli stipendi non sono più arrivati. Cosa puoi fare in quel momento? Lontano da casa e senza soldi, senza lo stipendio del tuo lavoro, è normale che incominci a farti qualche domanda.

Hai fatto una puntualizzazione che mi piace, hai parlato di lavoro.
Per noi calciatori questo è lavoro, non un gioco. Non è divertimento. Quando ero a Tricase, mentre succedeva tutto questo, pensavo che nulla succede mai per caso e grazie a Dio in quel momento ho conosciuto il presidente Magrì. Dopo un anno e mezzo a Tricase, dopo tutto quello che è successo, ho pensato di dire basta, di smettere col calcio. Avevo 26 anni, con mia moglie abbiamo discusso della possibilità di mollare tutto. Ma qualcosa dentro di me mi diceva che non potevo arrendermi, che dovevo mettermi completamente in gioco. In quel momento ho firmato in promozione col Francavilla.

Accettando la proposta del presidente Magrì.
Esatto. Ho visto in lui una persona seria, affidabile e mi sono tranquillizzato. Avevo bisogno di potermi fidare di una persona, da quel momento ho pensato solo a fare il mio lavoro. Adesso posso dire che tutti i sacrifici che ho fatto dal mio arrivo in Italia sono stati ripagati.

E il procuratore che ti aveva portato a Tricase?
Scomparso. Ogni tanto ci sentiamo, ma penso che avrebbe dovuto mettermi in guardia su come venivano fatte le cose lì. Non c’è più lo stesso rapporto di prima, ovviamente lui non è più il mio procuratore. Il contratto con la Virtus l’ho firmato che ero già da solo, perché credo che in queste categorie non ci sia bisogno del procuratore, basta semplicemente fare il tuo dovere in campo.

Cambio tutto, cambio campo e vado con le curiosità: spiegami che cosa è un barrio.
Puoi affermare con sicurezza che il barrio è il quartiere San Lorenzo delle città argentine? Che Tevez sarebbe nato alla zona 167 se fosse stato di Francavilla?
Il barrio è un quartiere, sì. In Argentina si usa per definire soprattutto i quartieri più poveri, le case popolari dove anni fa si viveva la fame e in alcuni casi ancora oggi. Tevez appunto veniva da un barrio.

È vero che hai giocato con Mario Bolatti, quello che ha giocato in Nazionale Argentina e nella Fiorentina?
Sì, sì. Siamo amici, io e Mario. A Belgrano eravamo i centrocampisti centrali del settore giovanile, nella stessa categoria anche se forse lui è un anno più piccolo di me. Col centrocampo a due, al centro c’erano Biason e Bolatti.

Tu invece, dopo enormi sacrifici, sei arrivato a giocare due stagioni in Lega Pro, due stagioni belle piene. Se oggi dovessi fare un bilancio della tua carriera, pensi di aver avuto quanto meritavi oppure credi che forse ti è mancato qualcosa?
Penso che se sono arrivato in Serie C e ci sono arrivato giocando sempre è perché qui ci posso stare. Ho messo insieme parecchie presenze da titolare e per me è un traguardo enorme se penso che nessuno, nessuno mi conosceva quando sono arrivato in Italia. Forse sono arrivato un po’ tardi in questa categoria, arrivando un po’ prima forse avrei potuto dire la mia per più tempo. La Serie C è un campionato bello tosto e io mi ci trovo bene.

Te l’aspettavi di arrivare fin qui?
No, ma ho sempre lavorato per arrivare dove sono adesso.

Perché giochi col numero 8?
Perché mi è sempre piaciuto sin da bambino e perché fin da piccolo gioco a centrocampo. O numero 8 o numero 5.

Tre domande volanti ancora: la finale di Firenze?
Gli anni più belli della mia vita, avevamo un gruppo spettacolare e vedere tanti tifosi a Firenze è stato spaventoso.

Palermo-Virtus Francavilla di Coppa Italia?
Sono partito dalla panchina ma entrare al Barbera, uno stadio così carico di storia, è stato un orgoglio. Per me e per tutta la squadra perché lì capisci che qualcosa l’hai fatta.

E il gol al Trapani?
Bello perché è il mio primo gol in Serie C, segnato contro una grande squadra come il Trapani che era davvero in forma. Una sensazione bellissima.

Adesso proviamo a sfatare un tabù: cosa pensa un giocatore di una stagione giocata sempre in trasferta? Per un professionista fa differenza entrare in un campo pieno di tifosi propri o di tifosi avversari? È più fastidioso giocare lontano dal tuo stadio o la rottura di palle di doverti spostare sempre?Sicuramente giocare senza i propri tifosi è diverso. Un giocatore quando sente i tifosi che lo incitano, quando sente i tifosi dalla sua parte: ecco in quel momento è tutto più bello. Sei più carico, scatta qualcosa. Quest’anno è stata abbastanza dura non poter avere dalla nostra parte il campo e tutta la nostra gente. Fortunatamente noi e i tifosi abbiamo cercato di fare il massimo per la nostra società.

Rimarrai a Francavilla?
Me lo auguro perché qui sto bene e l’ho detto già parecchie volte.

E nemmeno se ti chiedono di rimanere nella Virtus anche una volta che avrai smesso?
Non è semplice. Io e mia moglie abbiamo tutto in Argentina, i miei genitori stanno diventando anziani e vorrei stargli vicino. In tutti questi anni ho lasciato la mia vita in Argentina e quindi la mia idea resta quella di tornare a casa.

E cosa farai una volta smesso? Ci hai pensato?
Cerco di non farlo perché quando inizi a pensare alla fine ti viene un po’ d’ansia. A volte pensiamo che un giocatore, qualsiasi giocatore, col calcio diventa ricco: non riusciamo a capire che un discorso del genere vale per i giocatori di Serie A, per quelli che giocano molti anni in Serie B e poi basta. Per chi gioca dalla Serie C in giù gli stipendi sono tutta un’altra cosa e hai bisogno davvero di pensare a cosa fare una volta smesso, ma al tempo stesso devi avere la serenità di goderti il momento che stai vivendo.
I calciatori come me spesso fanno una vita normale: ogni mese penso a mettere qualcosa da parte da portare con me in Argentina, per provare a fare qualcosa lì quando tornerò. Non sono grandi somme, però non mi lamento mai, questa vita l’ho voluta io e Dio me l’ha donata.

E finalmente arriviamo alla domanda cardine, alla curiosità maestra che mi ha spinto a chiedere di poterti intervistare. Un giorno sei entrato nel bar dove lavoro il pomeriggio e mi hai chiesto una maledetta birra al limone e io ho chiesto di intervistarti solo per chiederti: perché diavolo bevi una cosa orrenda come la birra al limone?
(Ride) Io non sono uno che beve tanto o che ama bere, quando mi va di bere cerco di smorzare l’alcol con qualcosa tipo limone o arancia. In quel momento credo mi piacesse la Dreher al limone, ma ora non la trovo più.

Supertele limone
Foto: Gabriele Fanelli

Siamo in dirittura d’arrivo: com’è per te vivere a Francavilla? Sei “passivo” perché tanto sai già di dover andare via?
No, anzi, io ho trovato il mio posto qui. Francavilla è una città tranquilla, che ti permette di poter uscire liberamente per fare una passeggiata. Qui la gente anche se deve fermarti lo fa sempre con rispetto. Quando tornerò in Argentina penso che mi mancherà questo posto.

Se a Francavilla ci fosse una discoteca ci andresti?
No, perché non sono il tipo.

E se ci fosse un campo da golf?
Sì, perché fa parte di quel tipo di sport che rispecchia la mia natura.

E se ci fosse un parco per portare i cani?
Ci andrei tutti i giorni con Tano.

E se ci fosse un museo sulla storia di Francavilla?
Sicuramente ci andrei, perché ho questa città nel cuore e mi piacerebbe saperne di più sulla sua storia.

A Francavilla il museo c’è ma è chiuso.
E speriamo che lo riaprano prima che vado via.

Domanda finale: hai la cittadinanza italiana e la residenza a Francavilla: vai a votare?
(Ride molto) Sì, ho già votato altre volte.

E perché ridi?
Perché ho capito dove vuoi arrivare.

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