Foto: Gabriele Fanelli

Mancavo dal cimitero di Francavilla da molto tempo, per cui quando ci sono tornato l’ho fatto con lo stesso spirito di chi si appresta a visitare quello di una città straniera. Almeno per certi versi. Perché poi i cognomi sulle cappelle di famiglia sono gli stessi che ritornano ogni giorno nella Francavilla dei vivi. La morte è una livella, si usa dire, ma la memoria no, per niente: le dimensioni delle singole tombe rivelano il peso della biografia di chi, nel bene e nel male, ha fatto la storia ufficiale della città viva.

Foto: Gabriele Fanelli

Soprattutto nella parte più antica e “monumentale” del cimitero, dove hai l’impressione di respirare l’aria di una Francavilla eterna. Qui le cappelle tendono al mausoleo, si fanno quasi gotiche con la pietra e i marmi ornati con clessidre, teschi, motti, stemmi di vecchi casati, animali fantastici e pesanti porte di legno chiuse ormai da tempo.

Foto: Gabriele Fanelli

Mi colpisce qualche tomba in ristrutturazione, come quella di Caterina Barbaro Forleo, che avrei voluto vedere più da vicino. È qui, in ogni caso, che avverti la presenza di qualcosa che ha plasmato la città che vivi quotidianamente. Allo stesso tempo, è come se questo qualcosa fosse venuto da un’altra dimensione per poi farvi ritorno e segnare una distanza incolmabile tra passato e presente. In un eterno presente sembra invece scolpita la memoria di due francavillesi, una sorella e un fratellino morti bambini, a distanza di pochi anni l’una dall’altro.

Foto: Gabriele Fanelli

Sempre in questa sezione ci sono delle tombe abbandonate. È strano, perché qui siamo più vicini alla strada, quindi alla vita: non puoi non chiederti dove siano finiti questi francavillesi, le loro genealogie interrotte. Basterebbe qualche domanda in giro o una piccola ricerca per avere delle risposte, ma ho la sensazione che si tratti della classica curiosità che è bene lasciare insoddisfatta. Forse sono questi i veri fantasmi, perché non ritornano più neppure nelle chiacchiere di paese.

Foto: Gabriele Fanelli

Il resto del cimitero non differisce molto da quello più antico, almeno per attitudine. Solo si è evoluto il gusto per l’architettura da parte dei francavillesi. Se è rimasta l’ambizione, la tensione verso una certa grandiosità, sono cambiati alcuni materiali – vetro e anticorodal sulle porte d’ingresso – e i caratteri con cui sono scritti i cognomi delle famiglie. Qualche volta a cambiare sensibilmente sono anche le forme degli edifici: c’è spazio per episodi più stravaganti (una tomba con infissi e targa viola), per tempietti con tanto di colonnati e capitelli, persino per una piramide.

Foto: Gabriele Fanelli

È evidente che la geografia di un cimitero tradisce le stesse peculiarità e idiosincrasie della città a cui il cimitero è legato. Il camposanto si espande, si rinnova, tende a escludere qualcuno e a glorificare per l’eternità qualcun altro. Ha le sue vie malfamate e quelle più rinomate, più ambite. In alcuni tratti si lascia attraversare con estrema facilità e piacevolezza, in altri si fa più spigoloso, inavvicinabile. Erige muri di loculi altissimi per ricordarti che c’è sempre un termine, da qualche parte, per poi aprirsi su grandi piazze del tutto simili a quelle intorno alle quali si è sviluppata la città viva.

Foto: Gabriele Fanelli

Una bella piazza ce l’ha anche il nostro cimitero. È dove sta la chiesa, ai cui piedi sono depositati, quasi ammassati, lumini e candele. Mi sembra che le statue sulla facciata e in cima siano anonime, che non rappresentino cioè dei santi riconoscibili. Il che dà anche a quest’edificio una strana aura di atemporalità. Qui, comunque, c’è spazio e la vista respira. Le cappelle intorno sono le case, la chiesa il municipio di questa città parallela che a differenza di quella viva conosce la dignità di chi pratica e rispetta il silenzio. Anche se non è propriamente silenzio neppure quello di un cimitero.

Foto: Gabriele Fanelli

Gli uccelli cinguettano, le auto ronzano sulla vicina superstrada, e poi c’è sempre una certa presenza umana, anche minima: un inserviente dà una sforbiciata alle siepi, una coppia di anziani con accento cegliese parlotta di ritorno da una visita ai propri cari. In un cimitero ogni rumore, anche il più insignificante, risuona il doppio, ti distrae dall’idea di pace che inseguivi quando hai deciso di venire a passeggiarci. È quando ci cammini da un po’, che inizi a sentire una certa sintonia col luogo, a sentire un silenzio interiore che non ha necessariamente a che fare con la spiritualità o col ricordo di qualcuno in particolare. Ti guardi intorno, pensi al fatto che potresti esserti perso, che l’uscita potrebbe essere di qua o dall’altra parte… Semplicemente, rifletti. Su cosa? Su niente di specifico. Questo, forse, significa pensare davvero.

Foto: Gabriele Fanelli

Poi ci sono gli spiazzi con il prato e le lapidi. Mancanza di denaro o semplice sobrietà, molti francavillesi riposano praticamente sulla nuda terra. Qui la curiosità lascia spazio al timore, un timore mescolato al rispetto: le lapidi sono così indifese, e indifeso allo sguardo altrui sei anche tu quando ti fermi davanti al marmo (vero o finto che sia). Casualmente mi ritrovo sulla tomba di un uomo morto giovane, diversi anni fa, che avevo conosciuto poco dopo aver finito il liceo. Ho saputo della malattia che lo stava consumando quando era ormai troppo tardi, e così ho preferito non presenziare al suo funerale. Ora guardo il suo volto sorridente e un po’ spaccone nell’ovale della fotografia. Per terra ci sono dei fiori secchi, ma a ben vedere potrebbero appartenere alla lapide accanto. Il vento, anche quando è timido, gioca brutti scherzi a chi riposa in questo spiazzo. Tra gli interstizi di pietra della lapide di questo mio vecchio amico c’è tanta terra, tanta polvere. Adesso non credo gli importi granché.

Foto: Gabriele Fanelli

Le persone che incontri in un cimitero hanno tutte un’aria insieme contrita e pragmatica. Come se all’eco del dolore per la perdita si fosse sostituita un’altra eco, quella del senso di colpa per essere ancora vivi. Che si esprime, più che estinguersi, dandosi da fare per i morti. Cambiando i fiori, pulendo le cappelle, o anche solo con una semplice visita, prima di andar via con passo affrettato ma calmo, commentando con altra gente le vicende dei vivi come se fossero quelle dei morti, e viceversa.

Foto: Gabriele Fanelli

Prima di andare via visito la tomba di Cesare Teofilato. Sulla lapide ci sono delle parole, oltre che le date di nascita e di morte. Parole d’amore che provo a trascrivere mentalmente sul taccuino della mia memoria. So per certo che le perderò, e allora penso di tirare fuori il telefono e scattare una foto, cosa che fin qui ho fatto poco o niente. Ma poi rinuncio. Da queste parti devo tornare, mi dico, devo tornare in questa città perduta e parallela quando quella dei vivi inizia a starmi stretta, a soffocarmi. Per ricordarmi che a volte queste due città coincidono.

Foto: Gabriele Fanelli

(Si ringrazia Sandro Rodia per la compagnia e per i preziosi suggerimenti sull’argomento.)

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