Adriano Saponaro La settimana santa Petrolio
Foto: Gabriele Fanelli

C’è chi sostiene che la Settimana Santa è il Sanremo dei francavillesi. Con tutt’altro portato spirituale, certo: ma in particolare il Giovedì e il Venerdì Santo sono a tutti gli effetti un fenomeno di costume, seguito e commentato dai francavillesi proprio come il festival della canzone italiana a livello nazionale.

E c’è un cantautore francavillese che ha voluto mettere in musica quello che rappresentano i Riti per ciascuno di noi, soprattutto come memoria personale e collettiva. Adriano Saponaro, studente di lettere, arti e archeologia a Ferrara, ha pubblicato l’anno scorso La Settimana Santa. È il suo primo disco: lo ha registrato al Temple of Noise di Rosario Magazzino ed è disponibile sia su Youtube che su Spotify.

Sinceramente: quando l’anno scorso l’album mi è stato proposto da Adriano non gli avrei dato due lire. Un po’ per la giovane età di Adriano, un po’ per il sound vagamente retrò: da un ventenne mi sarei aspettato non dico un disco trap, ma quantomeno più elettronico. Dopo diversi ascolti, e con i ritornelli di un paio di canzoni ormai ben piantati in testa, posso dire di aver cambiato radicalmente idea.

Tra episodi acustici, interessanti code strumentali e improvvisi attacchi grunge e punk, La Settimana Santa si presenta come un lavoro stratificato, molto raffinato anche dal punto di vista dei testi, che creano immagini decisamente riuscite. Ad esempio quella degli “uomini trasformati in lenzuola pentite”, che fa da contraltare ai grembiuli dei giovani studenti, dismessi proprio in primavera, quando “rinasce Cristo”.

Detto senza mezzi termini: ascoltato in profondità, La Settimana Santa è un bellissimo inno laico ai nostri Riti e una manifestazione d’attaccamento viscerale a Francavilla e più in generale alla vita di provincia.

Di seguito il singolo, che dà il nome all’album, e poi una breve chiacchierata con Adriano.

 

A vent’anni hai voluto dedicare il tuo disco d’esordio a un vecchio rito di una piccola città del sud in cui non vivi nemmeno più. Non è da tutti.

Il mio rapporto con la città e con i Riti è molto cambiato nel corso degli anni, certe cose le ho capite dopo. Ma comunque la Settimana Santa mi ha sempre affascinato, anche quando pensavo di non sopportarla. Volevo mettere in musica soprattutto i ricordi di quand’ero piccolo: le strade bloccate per le processioni, i pappamusci, le croci, l’arrivo della primavera, il lento avvicinarsi della fine della scuola.

Il disco è molto personale, in effetti.

Sì, diciamo che racconta una Settimana Santa interiore. C’è sicuramente l’aspetto folkloristico, ci sono tutte le cose che succedono in quei giorni, ma ci sono soprattutto io, con i miei ricordi, la mia frustrazione, la mia rabbia. C’è una nostalgia che va oltre i sacramenti e i riti religiosi, insieme a uno sguardo più aperto sulla città. Però è vero pure che quando rinasce Cristo, rinasco anch’io, come dico in una canzone. La città e i Riti sono profondamente collegati, che ti piaccia o meno.

Com’è stato accolto?

All’inizio c’è stato un po’ di scetticismo, soprattutto tra i miei coetanei che vivono a Francavilla. Se vivi ogni giorno la città ne hai le tasche piene, figuriamoci se hai voglia dell’ennesima cosa sulla Settimana Santa. Però qualcuno l’ha riascoltato e si è ricreduto. Invece è piaciuto subito a qualche amico più giovane, forse più in sintonia con il mix di rabbia e affetto verso Francavilla che attraversa le canzoni.

E lontano da qui, com’è andata?

A Ferrara ho suonato in un centro sociale, e mi è sembrato che le canzoni siano piaciute. In generale, per essere un disco indipendente e autoprodotto da un tizio che non si caca nessuno, è andato bene anche online. Su Rockit è uscita una bella recensione, l’autore del pezzo è entrato decisamente nel mood dell’album. Così come altre persone che non conoscevo e che non conoscono Francavilla e i Riti, che mi hanno scritto per complimentarsi.

Prima dicevi che il tuo rapporto con la città è cambiato, nel tempo.

Quando sei lontano scatta una sorta d’attrazione per la tua città natale. Una calamita, che ti riporta sentimentalmente dove sei nato. Senti che ti appartengono anche i ricordi più spiacevoli, quelli più rabbiosi. Ti dico di più: se non fossi andato via da Francavilla, questo disco non lo avrei mai scritto.

“Non ho mai visto una città così brava ad incassare i miei insulti”, canti nel singolo.

Sì. Credo definisca bene il rapporto che ho avuto con Francavilla fino a prima di lasciarla.

Foto: Gabriele Fanelli

A proposito di rabbia. Il sound è molto punk, grunge. Decisamente fuori moda, e anche un po’ strano, per uno della tua età.

Ho cercato un sound diverso da quello che si sente in giro. Volevo tenermi lontano dall’it pop e dall’indie. All’inizio volevo farlo acustico, poi – anche grazie all’aiuto di Rosario Magazzino, con cui mi sono divertito un sacco – ho deciso di osare un po’. Il rock si fondeva meglio con i miei ricordi più rabbiosi, o con la mia incazzatura più generale per questioni sociali e politiche. Quindi sì, alla fine c’è un po’ di rock potente, ma comunque d’autore (in quel periodo ascoltavo molto i Nine Inch Nails). È il genere che ascolto da sempre, anche se non mi piace pensare in termini di generi.

Perché?

Be’, quando componi è limitante pensare in termini di generi musicali. A me piace mischiare, iniziare da un punto e arrivare da tutt’altra parte. Prendi Lucio Battisti: parte dalla Canzone del sole e arriva ai pezzi con Panella, tutt’altro che cantautoriali. Oppure i Radiohead: da Pablo Honey a Ok Computer c’è un universo, in mezzo. E poi una canzone è bella e funziona a prescindere dal genere in cui viene inserita. Tra 100 anni, insieme alla musica suonata dagli alieni, ascolteremo ancora Ornella Vanoni perché è fantastica, non certo perché la sua musica sta in questo o quell’altro genere.

Tra 100 anni… Nel frattempo stai scrivendo altro?

Sì, sto scrivendo un sacco di roba, ma voglio crescere ancora un altro po’ prima di registrare e pubblicare qualcosa di nuovo.

Intanto potresti cercare un’etichetta.

Non lo so… è un mondo strano. Oggi è molto facile produrre e diffondere musica. Volendo, puoi fare tutto da solo. Se non ti conosce nessuno però devi impegnarti parecchio sulla promozione. Alcuni amici, anche loro con dischi autoprodotti alle spalle, passano giornate intere a promuovere i propri lavori online. In un mare di contenuti, è difficile catturare l’attenzione altrui. Poi sì, ci sono anche le etichette, ma alcune ti propongono pacchetti a pagamento. Finito il periodo concordato per la promozione, ti mollano e ti ritrovi al punto di partenza, ma con un migliaio di euro in meno nel portafogli.

Non sembri molto convinto. O forse è il contrario, è che lo sei molto.

È che al momento preferisco studiare e crescere musicalmente, come ti dicevo. Non mi interessa diventare qualcuno, andare a X Factor o altre cose simili. Sono contento per com’è andato il disco, sono contento di suonare per me ogni giorno. Per me la musica è tutto, è il mio carburante, il mio modo di esprimermi, camminare, respirare. Tutto quello che faccio nasce da lì. E per musica intendo tutta la musica: da Al Bano e Romina fino ai Radiohead, passando per Nicola Di Bari. Senza la musica italiana, banalmente senza La canzone del sole, non avrei mai imparato a comporre.

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