Settimana Santa Archivio Tony Carriere
Foto: Archivio Tony Carriere

Odori, quali odori… (Adriano Saponaro)

La Settimana Santa porta con sé un alito di vita unico, al quale è difficile rinunciare: per me e per tanti altri francavillesi, questo periodo rappresenta la quintessenza dell’infanzia. A me, da bambino come oggi, pare che i Riti, pur caratterizzati dai toni minori della Passione, siano la celebrazione della vita. Ne ho avuto conferma riprendendo in mano il libro più bello sui Riti: La Festa Cresta, di Rosario Jurlaro, oggi quasi introvabile. Rosario Jurlaro è un uomo molto colto, nei primi anni ‘50 ha operato come giornalista a Roma; in seguito è tornato in Puglia ed è stato direttore della biblioteca “A. De Leo” di Brindisi dal 1957 al 1993. Nella prefazione a questo libro che è un’emorragia di ricordi, l’autore scrive: “Ho cercato di scoprire i motivi che mi spinsero a scrivere questo libro e ho capito che era stato in me da sempre, fin da bambino…” ed è da qui che voglio partire, da quando ero bambino. Pur trovandosi a varie latitudini cronologiche, chi ha partecipato ai Riti sin da piccolo ha immediatamente fatto esperienza di un modo di scandire il tempo legato alle stagioni: il tempo dell’età del pane, come la chiamava Chilanti. Sette giorni in cui dalla morte si passa alla vita, dagli ultimi freddi si passa al primo sole primaverile. Non potrebbe essere diversamente in un territorio che nasce con una vocazione schiettamente agricola. Per esempio nei piatti del mercoledì c’è la reminiscenza dei Giardini di Adone, dei veri e propri piatti ante litteram. Tutto è, in realtà, sintonizzato con i tempi della vegetazione. Il seme arido entra nelle viscere della terra e germoglia, come il Cristo che risorge. Questo tempo dei contadini io l’ho vissuto parzialmente grazie ai miei nonni e a mio padre. Per me, con quei piatti iniziava la primavera.

L’odore delle frese

Quando la Pasqua veniva alta, mio nonno e mia nonna tornavano da campagna con dei fiori che loro chiamavano frese e che in questo preciso momento ho scoperto chiamarsi fresie. Dico questo perché i miei nonni avevano un linguaggio, dei profumi e una mimica tutta loro. Intessevano una danza di ccè ti serve con mia madre e sparivano nell’arco di cinque minuti. Quell’odore di frese mi riempiva il cuore: la Settimana Santa stava arrivando. A partire dall’apparizione dei miei nonni c’era un’attesa che durava fino al Venerdì santo, il giorno dei Misteri. La prima volta che vidi una processione la ricordo parzialmente. Mio padre si era attardato a causa delle consegne e fui costretto a vederla dalla Tipografia, in via Immacolata. La processione passò in mezzo alle facce ebbre di quelli del Bar Piccolo Ristoro ca’ sta’ škitràunu. Tra loro spicavva Ciccio Telajo, denominato così perché non era semplicemente magro: era trasparente. Rimasi folgarato. “Papà Papà, cce mmi possu vistè?”, il gioco fu presto fatto.

Settimana Santa Archivio Tony Carriere
Foto: Archivio Tony Carriere

In seconda elementare iniziai la mia carriera da confratello o meglio da fratello. Iniziai con la Chiesa Madre e la prima fu una processione morbida: la Madonna del Rosario. Continuai con la Madonna della Fontana e poi… arrivò la Settimana Santa. Il mio primo Venerdì da fratello fu un tripudio, perché quell’anno alla Chiesa Madre toccava la Desolata e poi ci sarebbero stati i Misteri: due processioni in un giorno. In particolare era la processione della Desolata ad esaltarmi: mio nonno mi aveva raccontato che quando due confraternite si incontravano durante il tragitto, i fratelli tiravano giù i lampioni e si prendevano a bastonate. Passare per primi, infatti, significava raccogliere più offerte. Era un fatto, questo, che ai miei occhi rivestiva quella circostanza di un’aura eroica. Dopo il Venerdì santo, però, arrivò la cattiva notizia: scoprii, infatti, che la processione di Cristo risorto toccava all’Immacolata. Questa cosa fu risolta da mio padre, che mi cedette in prestito alla confraternita dell’Immacolata per la sola processione del Cristo risorto in compagnia di due suoi amici.

Il Venerdì lungo a Sant’Eligio

La carriera procedette a singhiozzi fino alle scuole medie. Intorno ai dodici anni, infatti, decisi di riprendere con le processioni. Questa volta, però, decisi di fare le cose per bene. La famiglia di mio padre è sempre appartenuta alla parrocchia di Sant’Eligio ed era giusto che anche io entrassi in quella confraternita. Entravo con la dignità di chi ha uno zio confratello, dei nonni parrocchiani ed un abito di proprietà. Esatto, d i  p r o p r i e t à. Infatti, molti dei confratelli che si vedono nelle processioni indossano un abito messo a disposizione dalla confraternita. Io avevo quello di mio zio Geppino, che era cosa ancora più prestigiosa: portavo sulle spalle una grande eredità. Il primo anno a Sant’Eligio mi portò ad assaporare le esperienze che si fanno in una confraternita. Del Senato di Sant’Eligio ricordo Camassa, Capuano, Paciullo. Poi c’erano le figure mitostoriche, tipo Jattamorta, un ometto dolcissimo con due occhi che brillavano di luce propria. Partecipai alle prime assegnazioni per le statue e in poco, quell’anno, arrivò Venerdì santo. A me venne affidato il compito di portare il lampione alla processione della Desolata e poi, la sera ci furono i Misteri. L’anno seguente fu il Venerdì santo più lungo che ricordi. C’era il sole, poi veniva a piovere; mio padre commentò: “Speriamu cu no cappamu comu quann’assèra ti sabbutu matina”. E aveva ragione: un anno, infatti, la sera del Venerdì, piovve talmente tanto che la processione si fece la mattina di Sabato santo.

Settimana Santa Archivio Tony Carriere
Foto: Archivio Tony Carriere

Ogni volta che i segnali del cielo viravano verso la pioggia, partivano le speculazioni: “ci chiòe ti giovedì santu, na coppia ti pappamusci a assé pi forza, ci no la tradizione passa a Grottaglie” e via dicendo. Quel Venerdì accompagnai mia nonna alla messa del pomeriggio. Le icone e il crocefisso erano velate con i panni di porpora. Le donne anziane portavano addosso l’odore del digiuno. Chi veniva da una casa avvolta nel tepore, chi aveva inciso sul viso il lavoro in campagna. La mia nonna materna è figlia di contadini. Era una dei villani ti sobbra la Matalena, i contadini che abitavano nei pressi della parrocchia del Carmine. La mia nonna paterna, invece, è figlia di ferroviere, comunista, e di una donna molto credente che apparteneva alli Quazuni, muratori. Atomi che si assemblano nelle chiese italiane, unico ricettacolo di questa società fantasma. Finita la messa corsi alla confraternita: quell’anno mi toccava portare la statua di Gesù vestito da pazzo, facevo progressi. La processione andò avanti lenta fino a quando, poco prima del rientro, la statua di Cristo all’orto non rischiò di schiantarsi per terra. Sarebbe stato un finale punk, ma fortunatamente andò diversamente.

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Foto: Archivio Tony Carriere

Bilanci

Negli anni seguenti ho continuato a seguire i Riti in clandestinità. I fumi dell’adolescenza mi impedivano di farli rientrare nelle cose che fa un giovaneimpegnatodisinistra. Io so bene, però, che in cuor mio ho sempre preferito i Misteri che rientrano, a tarda sera, allo sciucatone del Bar Centrale. Mi spiace se questo articolo non è infarcito di culacchi più o meno storici. La Storia ci impone il ritiro in noi stessi e il bilancio. Allora, basti sapere, che oggi, i Misteri hanno il sapore di “quelle merendine di quando ero bambino” che, inevitabilmente, non torneranno più. È religione, nel senso ciceroniano di relegere, raccogliere di nuovo, riavvolgere il nastro per tornare a qualcosa che “è stato in me da sempre, fin da bambino…”, come dice Rosario Jurlaro.

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