Grafica: Daniele Donatiello

Insieme alla Festa Patronale, la visita dei pappamusci agli altari della reposizione il Giovedì Santo e la processione dei Misteri il Venerdì Santo costituiscono i momenti principali della vita religiosa della nostra comunità. Mozzetta, trenula e pappamùsciu: tre parole per tre significati. Se il significante di queste tre parole è chiaro, non si può dire altrettanto sull’origine dei significati. Qual è l’etimo della parola mozzetta? Quale quello di trenula? Da dove viene il termine pappamùsciu?

Mozzetta: mantellina comunemente indossata dagli alti ecclesiastici. Nel contesto della Settimana Santa, la mozzetta è il principale elemento dell’abito cerimoniale dei confratelli. Ogni confraternita ha una sua mozzetta che si differenzia dalle altre per il colore, il simbolo e, quando è prevista, l’immagine del Santo titolare. La parola italiana viene fatta derivare dal latino medievale almucia, a sua volta derivato da amiculum, “mantellino”.

Trenula: costituita da un corpo di legno e da sonagli ancorati con dei cardini, la trenula è lo strumento che viene suonato al posto delle campane durante la Settimana Santa. Un tempo veniva suonata tra le vie del paese; oggi è usata dai confratelli cerimonieri per scandire il ritmo della processione dei Misteri. Con ogni probabilità la parola dialettale trenula deriva dal greco thrênos, parola che indica il pianto funebre ed il corteo che lo intonava.

Pappamùsciu: è un penitente scalzo e incappucciato, vestito con l’abito della Confraternita di Maria SS. Del Carmine. La sera del Giovedì Santo e la mattina del Venerdì Santo compie il giro delle chiese francavillesi, dove si reca ad adorare gli altari della reposizione. Prende parte alla processione dei Misteri del Venerdì Santo. L’etimo della parola pappamùsciu è oscuro. Da anni va diffondendosi un’ipotesi, tutt’ora la più accreditata, che vuole la parola pappamùsciu derivante dallo spagnolo papamoscas. In spagnolo questa parola indica un uccello, il mangiamosche, facilmente addomesticabile (così sul vocabolario della Real Academia Española). Papamoscas è però anche sinonimo di papanatas, parola che indica il sempliciotto, una persona ingenua. È proprio da papamoscas che deriva la parola dialettale napoletana pappamosche, col duplice significato di “ragno” (come, del resto, nel salentino) e di “sciocco” (F. D’Ascoli, Lingua Spagnuola e dialetto napoletano, Napoli 1972; Giovanna Riccio, Ispanismi nel dialetto napoletano, Trieste 2005).
Infine, sul Vocabolario dei dialetti Salentini di Gerhard Rohlfs, pappamùsciu è “ragnatela, spauracchio dei bambini”. Che i pappamusci venissero canzonati non è del tutto improbabile; le mie due nonne, ad esempio, mi cantavano sempre un ritornello che faceva “pappamusci alla scuazata, pigghia la mazza e tàlla a ‘n capu”. Si può anche supporre, senza considerare necessariamente una sfumatura denigratoria, che il termine stesse lì ad indicare gli ingenui, gli umili nell’atto di espiare i loro peccati. Certo è che il parallelo pappamosche nel dialetto napoletano rende assai verosimile una derivazione di pappamùsciu dallo spagnolo, ma questo elemento non basta ad affermarne con certezza l’etimo. Quando, come e perché papamoscas si sia diffuso nel nostro dialetto non è chiaro, pertanto non è corretto dire che è l’etimo di pappamùsciu.
Supponendo una derivazione dal greco, c’è chi considera la parola un composto (pappa-mùsciu) e riconduce pappa a pàppas che vuol dire “padre”, da cui l’italiano papa; mùsciu, invece, viene fatto derivare dal greco muscòs “oscuro”. Altri, invece, sostengono che mùsciu sarebbe la forma dialettale di “moscio”, triste. Il significato, per entrambi, sarebbe “preti tristi”. Va notato però, che la parola muscòs non esiste in greco, dato che sul Thesaurus non compaiono attestazioni. Messa fuori combattimento quella che non è nemmeno una paraetimologia, ma una faketimologia, proviamo a formulare delle ipotesi che siano più o meno credibili. Una strada alternativa alle precedenti, in un primo momento suggestiva – per dirla in accademichese – riportava alla parola pappafico che, oltre ad un uccello, indica tra le altre cose anche un cappuccio con maschera di panno che si indossava come riparo dal freddo o per andare a cavallo. L’elemento del cappuccio mi aveva fatto innamorare, qualche anno fa, di questa possibile derivazione, ma è evidente che pappafico non ha nessuna relazione con la parola pappamùsciu.
Per concludere, la parola pappamusciu è attestata, per il momento, solo nel dialetto parlato di Francavilla e la sua storia è sepolta sotto le sabbie dell’oralità. Questo fatto non deve stupire: basterebbe guardarsi intorno per scoprire che non siamo gli unici a trovarci in una situazione del genere: i penitenti che prendono parte ai riti della Semana Santa di León, centro della comunità autonoma di Castiglia e León e capoluogo della provincia omonima, si chiamano papones. Anche in questo caso, l’etimologia è oscura, come dichiarato in Palabra de Papón, glossario che riunisce tutti i termini relativi alla Semana Santa Leonesa, costantemente aggiornato e disponibile online. Tra le tante proposte, papamoscas risulta essere la più probabile, sebbene non dissolva tutti i dubbi che gravitano attorno a questa parola.


Un ringraziamento speciale ad Enzo Garganese, per i suoi preziosi consigli di metodo, e a Giovanni Andrisani per aver letto queste righe.