I Misteri erano l’ultima azione “corale” del popolo prima della Resurrezione. Arrivavano dopo giorni di silenzio e atmosfera sospesa, di astinenza che seguiva e intensificava quella della Quaresima. Leggendo La festa cresta di Rosario Jurlaro si ha l’impressione proprio di questo, della coralità di un popolo che come un unico corpo per una settimana concorda e coordina stati d’animo, emozioni, riti e rituali in quella che era “l’attesa del peggio ma anche la certezza del meglio.”

La città si ferma, nelle famiglie si mettono da parte il cibo, gli aghi e i coltelli, si preparano i “piatti” come nelle chiese i sepolcri, mentre le ostie diventano il sole e la luna. Tutto, ne La festa cresta, rimanda al rapporto con la terra e la natura: i nati di Venerdì Santo segnati a vita, nel bene o nel male, dall’essere venuti al mondo con la luna piena di marzo (la Settimana Santa viene sempre di marzo, nel senso che riporta sempre indietro aprile alle atmosfere di marzo). Una luna così piena da sembrare un sole, che torna con la primavera – come il Cristo nella Pasqua – a risplendere e ridare vita alla terra.

La festa cresta è un libro ancora oggi prezioso. Pubblicato per la prima volta nel 1983, conserva intatta una sua freschezza di sguardo, nonché letteraria e narrativa. Guardare ai riti della Settimana Santa attraverso la scrittura di Jurlaro significa scoprirli ogni volta per la prima volta. Leggendo e rileggendo il libro si notano poi dettagli che erano sfuggiti a una prima lettura. La domanda “Ce ti piace lu piattu mia?”, ad esempio, un tempo era prerogativa soprattutto dei bambini poveri, quelli ricchi non avevano bisogno di porla per portare a casa qualcosa da sgranocchiare. Il narratore de La festa cresta è anche antropologo, osservatore, viaggiatore, straniero tra la sua gente.

Ma chi è questa gente? Il sottotitolo del libro recita Dalle Palme al Sabato Santo con la gente del sud, allargando quindi il campo allo spaesamento, anche se il paese raccontato sembra proprio il nostro: è Francavilla, ma non viene mai detto esplicitamente. Come non vengono mai detti gli anni in cui lo sguardo di Rosario Jurlaro si è immerso nei riti: potrebbe essere la fine dell’800 come la seconda metà del ’900. La Settimana Santa potrebbe essere sempre, dappertutto, eterna ed eternata da questo racconto.

Non vengono mai detti nemmeno i nomi di alcuni rituali: anche il perè è descritto tra queste pagine nella sua tragica essenza di lugubre serenata, ma mai nominato, come pure i pappamusci. Eppure sono loro, li riconosciamo incappucciati e scalzi, come ci sono i crociferi – i quali, rispetto ad oggi, in alcuni casi portavano delle pesanti catene alle caviglie, e ogni tanto addirittura si allontanavano dal percorso della processione del Battaglino per abbeverarsi a una fontana.

In questi scarti tra l’allora (ma quando?) e l’ora (ma è davvero adesso?) la lettura del libro si fa ancora più viva. Viene naturale chiedersi cosa siamo oggi, leggendo di questo ieri senza tempo. Oggi che ad esempio i macellai, quelli che scannavano i cavalli e in tempi di rivoluzione anche i loro concittadini, non approfittano più della Settimana Santa per tirar fuori banconi e arnesi e dare una ripulita alle pareti delle botteghe imbrattate dal sangue – oggi che siamo un po’ smarriti al cospetto delle processioni, una rilettura de La festa cresta può aiutare.

Ma aiutare a far cosa? Difficile dirlo. La sensazione è che, anche per via dei due anni di interruzione del rito, siamo usciti dall’eterno ritornare della Settimana Santa, scaraventati fuori da una ripetizione che in quanto tale permette, di anno in anno, un rinnovamento. Un ripetersi, o meglio una circolarità fuori dal tempo, che era fondante della cultura contadina e che ritorna pure nel costante imperfetto usato da Jurlaro nel libro (come in alcuni incipit dei racconti evangelici: “A quel tempo si andava… si faceva…”).

E allora: oggi che non siamo più contadini? Che non siamo più operai? Né mercanti? Oggi che abbiamo questa sensazione di non essere più né carne né pesce, gli alimenti vietati nella Settimana Santa e che oggi mangiamo come se non fossero un peso sulle sorti del Pianeta… Cosa siamo, oggi, rispetto ai riti? Ancora, è difficile da dire.

Eppure anche rispetto a questo, anche rispetto a ciò che eravamo come società nei giorni dei riti, La festa cresta in qualche modo risponde. Era chiara l’organizzazione sociale: c’erano i poveri e i mendicanti (tanti) come i ricchi (sempre gli stessi). C’erano i lavori a definire chi li svolgeva: il barbiere (che era anche medico e dentista), il carrettiere, il macellaio, il sarto, il fabbro, il pastore, eccetera. C’erano anche i superstiziosi e i sacrileghi, i pittori che “erano atei e dipingevano Cristo, erano socialisti e lavoravano per i calvari dei ricchi senza farsi pagare, per gusto di dipingere”. E poi le prefiche e le guaritrici che conoscevano a memoria formule magiche, maledizioni e leggende e sapevano far di conto meglio degli uomini. Tutto il corpo sociale, ancora, era tutt’uno, si riconosceva anche nelle sue divisioni e sottostava per una settimana alle stesse leggi di sospensione della natura, all’osservazione del silenzio in attesa del ritorno alla vita e al conflitto che pure animava quel mondo “incerto quanto l’interesse comune a vivere, a non morire e a sperare sempre, anche nelle situazioni più disperate”.

Per dirla ancora con Jurlaro, l’importanza della Settimana Santa per tutte e tutti noi era tale che “più che il Natale si attendeva con ansia il giovedì santo, il sabato e la risurrezione per fermarsi un attimo e poi riprendere il cammino”.

Ho detto “tutte e tutti noi” anche se non c’eravamo ancora, anche se oggi ci diciamo laici o atei o scostanti nel credere, perché quei sette giorni raccontati da Jurlaro sopravvivono ancora nella ricerca e nella necessità del rito, che è terreno comune e in qualche caso patto sociale. È sbagliato avere nostalgia di un tempo che non tornerà, definire un’epoca migliore di altre solo perché non la si è vissuta. È sbagliato perché troppo facile, e all’epoca non è che si fosse meno smarriti o in difficoltà rispetto a oggi. Forse per questo Jurlaro ne La festa cresta non ha voluto definire, racchiudere quel tempo attraverso precise coordinate spaziotemporali: perché proseguisse e si alimentasse ancora la ricerca, animata dal senso di scoperta, e con essa il nostro viaggio da stranieri nella nostra stessa città, nella nostra stessa esistenza.

Si era tutti come in un viaggio sopra un treno che portava lontano, veloce come non si sarebbe potuto andare a piedi. Era come se si corresse di più, ma stando fermi, costretti e coscienti di stare fermi.”

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