Domenica delle Palme Pierpaolo Lippolis Petrolio
Foto: Gabriele Fanelli

Più di ogni altra festività cristiana, la Pasqua connette le geografie. Riproduce in altri luoghi quello che è successo in un tempo lontanissimo a Gerusalemme. Così nei giorni prima e durante la Settimana Santa Francavilla cambia scenario e si trasforma in un altro luogo.

Succede innanzi tutto con Ad tenebras, la processione con l’Addolorata per le vie del paese che si tiene il venerdì prima delle Palme. Apre l’inizio dei riti, inscenando una madre trafitta dal dolore che cerca il figlio prima della sua condanna. Via Roma, la piazza della Chiesa Madre, via Imperiali, Corso Umberto, ogni strada diventa lo sfondo della ricerca disperata di Maria per il suo Gesù. Da bambino mi sono sempre chiesto perché ci fosse questa processione. Non ho mai capito come mai dovesse cercare Gesù proprio per le strade di Francavilla. Non avevo mai considerato la Pasqua come un momento di confusione geografica.

Venerdì scorso, in questo anno tanto disgraziato in cui si aperto un tempo sinistro, nessuna Madonna Addolorata è uscita a cercare il figlio per le strade di Francavilla, nessuna consorella ha aiutato alla vestizione della statua. L’Addolorata è rimasta nella sua teca dentro la Chiesa della Morte.

Oggi è domenica e nessuna strada di Francavilla inscenerà l’entrata di Gesù nella città, nessuna parrocchia potrà organizzare la sua processione. La Domenica delle Palme, secondo il Vangelo, è il giorno in cui Gesù entra a Gerusalemme accolto e acclamato dalla folla. Nessun corteo regale per lui, ma grida di esultanza e fasci di palme, un asinello al posto di un cavallo di razza. La Domenica delle Palme è il giorno del riconoscimento di Gesù, e al tempo stesso una falsa speranza. Tutto deve ancora succedere: è il vero inizio della Settimana.

Le ‘palme’, da noi reinterpretate come ramoscelli di ulivo, saranno sicuramente benedette dai parroci nelle loro chiese vuote e probabilmente, a distanza di sicurezza, saranno distribuite ai credenti. Qualcuno, come d’usanza, brucerà quelle dell’anno passato. Con una certa amarezza, forse. Perché gli ulivi di quest’anno avranno tutt’altro sapore. Nessun ragazzino della parrocchia verrà a bussare per chiedere in cambio del ramoscello qualche spiccio, e augurarti la pace con un sorriso malandrino.

La Domenica delle Palme è un giorno gioioso, e oggi lo ricordiamo ancora di più in questo modo. Quanto lontana ci sembra questa domenica festiva che solitamente schiude un sole caldo e invitante. La folla che accoglie Gesù, del tutto simile alla folla di cittadini che dovrebbe animare le vie di Francavilla, non può acclamare nessuno, non può alzare in aria l’ulivo, farlo volteggiare di qua e di là. La piazza sarà disabitata, come pure viale Lilla.

È chiaro che la Settimana Santa, per un credente, non ha bisogno di uno spazio fisico e di riti specifici: è un luogo mentale di raccoglimento e riflessione. Ma non è questo a cui sto pensando. La perdita della Settimana Santa a Francavilla è comune a tutti i cittadini. Lo scenario che viviamo oggi è stato impensabile fino a qualche minuto prima che ne entrassimo a far parte. Quello che vediamo sono città vuote, distanze tra i corpi, impossibilità di movimento. Nessuno l’avrebbe immaginato.

Anche per un non credente, l’immagine di una Francavilla desolata durante i giorni della Settimana Santa è dura da digerire. Ad esempio, per me che vivo in un’altra città, lontano da casa, i giorni di Pasqua rappresentano un momento del ritorno. I riti diventano occasione di ritrovo: con la famiglia, con gli amici, con la città e con la sua storia. Una certezza puntellata in ogni anno della mia vita. A Pasqua si torna sempre a casa, il Venerdì Santo vediamo i Misteri, il Giovedì Santo facciamo almeno tre sepolcri: Chiesa Madre, Chiesa della Morte e i Padri, poi vediamo… e poi finiamo sempre per vederne anche altri.

Quello che abbiamo perso in questa situazione è la possibilità di incontro cittadino che i riti ci fornivano. Nessuna mamma andrà alla ricerca del proprio figlio, perché nella maggior parte dei casi, quando tutto va bene, il figlio è in casa. Magari lontano, sì, ma in casa. Nessuna folla riempirà oggi le strade del centro. Per la prima volta, la Pasqua è impossibilitata a connettere geografie, a spostarci in altri luoghi. Per la prima volta l’unica cosa da fare è ricordarla, da lontano, nelle nostre case.

In questi giorni di incertezza, di preoccupazione, di sacrificio, di difficoltà su più fronti, il gesto che possiamo fare è quello di comprendere quanto una cosa, quando è assente, sia davvero essenziale. Quando l’altro giorno parlavo con Marco di Petrolio per decidere su cosa concentrarmi per scrivere qualcosa sulla Settimana Santa, mi ha chiesto di dedicarmi alla Domenica delle Palme. Ho cercato di raccogliere i ricordi che ho di questa giornata a Francavilla. Mi è venuta in mente la piacevolezza di questa giornata, passata tra la piazza e Corso Umberto, il primo vero annuncio dell’imminente primavera.

Oggi possiamo guardarla da lontano e ricordarla. Così da apprezzarla e, in uno slancio di speranza, aspettarla di nuovo. Oggi, domenica 5 aprile 2020, dobbiamo forse pensare che sia un giorno in cui è possibile sperare e aspettare. Sperare e aspettare che pian piano la folla della Domenica delle Palme possa ripresentarsi per quello che è: un momento vitale e vivace che permette l’incontro e la connessione tra le persone.

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