Foto: Gabriele Fanelli

Avevo pressato a lungo Amelia, la mia cara amica, per organizzare una cena a casa dei suoi. Siamo a Genova, Luca, il papà di Amelia, era stato uno dei portavoce del Genoa Social Forum, il volano di tutte le iniziative previste nei giorni del summit tra i grandi della terra, così lo chiamavano i giornalisti. A Quezzi ci siamo arrivati in autobus, ché lì ci sono le montagne e in macchina non ci si può andare. Io ed Elisa ci siamo fatti largo nella pioggia di stravento e siamo arrivati in una casa che aveva il profumo di casa.

“Mi avevano messo in mezzo perché io conoscevo le strade, essendo di Genova”, dice Luca. L’argomento caldo, il G8, lo avevamo tenuto per il dopo serata, quando ancora il sapore della torta salata di Cinzia se la batteva con il Pigato. “La sera del ventuno ci precipitammo alla Diaz con Agnoletto e non ti dico”. Sul finire di questa battuta si fa un gran squadernare di carte e giornali. Le carte che mi mostra Luca sono un salto nel tempo. Tra i giornali spunta una copia di “Carta”, il quotidiano di sinistra. Ho la netta sensazione di trovarmi di fronte alla manifestazione materiale di qualcosa che è scomparso per sempre. Chi, come me, non ha vissuto direttamente la tragedia di Genova, ha la sensazione di confrontarsi con un fatto antico: in realtà, si tratta di fatti accaduti solo di recente, la cui percezione temporale è alterata dal livello inaudito di violenza manesca con cui lo Stato decise di mandare in frantumi un movimento vasto, che rischiava di mettere in discussione il modello capitalistico.

Corso Buenos Aires, piazza Paolo da Novi. Foto: Pio Itta, Genova 2001.

“Carta era nu giurnale bellissimo”. Prima di incontrare Emanuele Modugno sono andato a comprare Maradona di Gianni Minà. Durante il nostro incontro non lo dirò mai: lo distoglierei da quanto vuole raccontarmi. Emanuele non ha bisogno di presentazioni: la sua lunga attività politica e i suoi modi schietti accompagnano i francavillesi da tempo immemore. Ho deciso di incontrarlo perché lui a Genova, nel luglio 2001, c’era.

Mentre parliamo, seduti al tavolino di un bar in piazza, arriva suo figlio Antonio. “A me al G8 non mi portò, mi mandò dalla nonna a Napoli”, dice con una punta di risentimento. Col senno di poi, la scelta sembra prudente, assennata. Il fatto, però, dice molto della doppia percezione di quello che le manifestazioni del G8 potevano diventare: la festa e il massacro. Il racconto di Emanuele scorre rapido, quasi fosse un flusso di coscienza. Nelle sue parole vedo trasfigurata un’esperienza vissuta alla velocità del vento. Inafferrabile nella sua rapidità, indicibile nella sua violenza. “Picchiarono persino le suore e i ragazzi”. La manifestazione pacifica del 21 luglio, su Corso Italia, fu una vera carneficina cieca e insensata.

Un cordone della polizia in piazza Giusti, nei pressi di piazza Alimonda. Foto: Pio Itta, Genova 2001.

Però, c’è un aspetto di questa vicenda su cui non si insiste abbastanza. Faccio riferimento agli effetti schiettamente politici che quel massacro ebbe sul movimento no-global. Movimento, questo, che non era concentrato solo nelle grandi città, ma che era andato radicandosi anche nelle piccole realtà, tra cui Francavilla. “Si riunivano tantissimi ragazzi, sia a Brindisi che a Francavilla”, dice Emanuele. “I social forum nascevano ovunque ed erano formati da persone provenienti dalle più diverse esperienze: c’erano i cattolici, c’erano i comunisti, c’era il mondo associativo. Con gli scontri di Genova ci fu blackout. La gente vedeva le immagini in televisione, non ci credeva”.

Ci volle tempo perché nell’opinione pubblica maturasse il sospetto che a Genova non tutto fosse andato per il verso giusto. A Francavilla, come in molte parti d’Italia, la valanga di violenza che si abbatté sui manifestanti ebbe il risultato di balcanizzare quella moltitudine che si era riunita attorno alla profonda volontà di ridistribuire la ricchezza. Certamente, interpretare tutte le successive divisioni, le incomprensioni e la sostanziale assenza di un percorso politico alla luce di un evento, solo apparentemente distante, è una semplificazione eccessiva. Anche perché il movimento francavillese non si fermò dopo gli scontri genovesi: a distanza di due anni, dalle ceneri del social forum a Francavilla nacque il centro sociale Centopassi, su corso Umberto. Ma l’equilibrio dettato dalla plurivocità del social forum andava sfumando.

Una parte del corteo. Sullo sfondo scontri tra manifestanti e Polizia. Foto: Pio Itta, Genova 2001.

Vista da fuori, a me bambino Centopassi sembrava una sorta di La Mecca: un vero e proprio luogo di formazione, di anticonformismo. In una parola: di sana ribellione. E tutt’ora sono dell’idea che questo era: un luogo che, con tutte le storture che gli si vuol trovare, era fatto di ragazzi che cercavano di sfuggire a quello che fu l’autentico medioevo politico della nostra comunità. Ciononostante, l’oblio che si abbatté sulle istanze del movimento a livello nazionale fece sì che la voce di quei ragazzi risultasse una debole eco tra le montagne, sovrastata dalle stigmatizzazioni della ben nota “borghesia lazzarona” che pullula nelle strade di Francavilla.

E dopo l’oblio? Che succede? “Pi me, o ci pensano gli immigrati o no si faci niente”, afferma Emanuele mentre chiude la portella della macchina. E in effetti non mi sento di dargli torto, perché il panorama che abbiamo di fronte oggi sembra una parodia di quello che ci si parava davanti nel 2001. Sovranità popolare, la critica all’invadenza delle multinazionali, il pacifismo, la tutela del bene comune (scuola, sanità, acqua), redistribuzione della ricchezza, un nuovo patto ambientale, una nuova politica energetica, la lotta per le pari opportunità. Sono solo alcuni dei temi, messi in ordine sparso, di cui sentiamo parlare ogni giorno. Ma basta aprire un quotidiano a caso del luglio del 2001 per scoprire che quei temi erano gli stessi dei social forum colpiti a Genova. Insomma, quel movimento c’aveva visto giusto. Aveva messo sul tavolo una lettura lucida del presente che esiste ancora oggi, ma frammentata su movimenti politici che nulla hanno a che vedere con lo spirito dei social forum. Non basta: questi temi hanno dato vita a nuove e, soprattutto, presunte identità politiche che di politico non hanno nemmeno la faccia: il sovranismo su tutti.

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