Ieri sera ho partecipato con Petrolio al presidio per la pace in piazza Dante. Ma non sono sicuro, ora che ci ripenso, che fosse anche un presidio contro la guerra.

Intendiamoci: erano contro la guerra, ieri sera, sicuramente gli organizzatori di Radici021, che anzi ringrazio, e la stragrande maggioranza delle associazioni coinvolte. Lo erano senza dubbio anche i bambini, le famiglie, gli studenti.

Poi però c’eravamo noi, gli adulti. Adulti in senso non strettamente anagrafico. Diciamo quelli con più esperienza, diciamo pure politica, quelli che negli ultimi vent’anni hanno manifestato contro le guerre della NATO in Medioriente e in altre zone in apparenza lontane del mondo.

Quelle erano guerre “nostre”, a volte “umanitarie”, altre per nulla, guerre che tutti oggi sappiamo sbagliate, e che pure ci sono state – nonostante anche allora si scendesse in piazza, a milioni, in tutto il mondo.

Guerre che sono state fatte sulla base di menzogne, con la compiacenza e la complicità dell’Unione Europea, che hanno lasciato i Paesi in cui sono state portate in uno stato persino più pietoso di quello in cui si trovavano prima del nostro intervento.

Dico tutto questo non per rifare l’elenco delle colpe dell’Occidente (che per inciso non dovrebbe servire a flagellarci quanto, umilmente, a non ripetere errori già commessi), ma perché con molte delle persone presenti in piazza Dante ieri sera ho condiviso proprio quelle manifestazioni degli ultimi vent’anni.

Anche qui, il punto non è tanto, non solo, lo scendere in piazza, il manifestare. Quello non cambia, o almeno così ci siamo abituati a pensare, le sorti delle guerre. Il punto è la condivisione, magari più matura proprio perché passata da altre guerre e altrettante manifestazioni, dell’idea della guerra come passo sempre da evitare.

Perché la guerra non bisogna essere esperti per conoscerla: l’abbiamo nel sangue, è primordiale. La guerra è un istinto, un sentimento, sta prima di noi, della nostra coscienza.

E invece tra noi adulti in piazza Dante, devo dire, ho trovato molta confusione, oltre al feticismo (anche il mio) per un certo fantacalcio geopolitico. Non dico che a Francavilla ci siano dei guerrafondai o i paladini del bene contro il male che trovo sui giornali. Ma ho ascoltato i distinguo, i vediamo, le armi sì, i militari vediamo… E l’atomica?, ho chiesto io, perché l’atomica non è per forza un’unica grande bomba che spegne il mondo, l’atomica è anche una serie di bombardamenti nucleari solo un po’ chirurgici, che non annullano l’intera specie umana, ma magari solo un esercito, una città, una regione…

E poi ho chiesto: le armi che stiamo inviando dall’Italia, sapete a che servono? A fare la guerriglia, ho detto sempre io, che sono pacifista ma mi appassiono alle armi come a un piatto esotico. Servono a fare la guerriglia come in Vietnam, anzi come nell’Afghanistan in cui l’Unione Sovietica si trovò contro i talebani armati dagli americani, e da lì, da quella guerriglia, l’allora Unione Sovietica vide iniziare il suo tracollo.

Il fatto è che con i lanciarazzi antiaereo anche un semplice soldato (magari un civile arruolato da una settimana appena) può provare ad abbattere un aereo o un elicottero da terra. Non ci vinci una guerra, ho detto, ma se hai soldati abbastanza precisi puoi farci la guerriglia. E se fai una buona guerriglia, può darsi che l’avversario rallenti la sua avanzata, e magari abbia un numero di perdite (umane, ma anche economiche) che non si aspettava. E magari nel frattempo l’isolamento attorno a lui cresce, e tutti si convincono sempre di più che l’avversario, in questo caso Putin, sia il diavolo, magari se ne convincono anche i russi, e lo buttano giù… Oppure finisce che Putin è davvero il diavolo e allora non sai dove ci porta questa storia, che epilogo può avere.

Quello che volevo dire, e che non ho detto al microfono in piazza Dante ieri sera, è che è questo che stiamo facendo, e sarebbe onesto dirselo. Una scommessa che ha la forma di una guerriglia, forse di un’intera guerra, fatta però per interposta persona, per interposta nazione, da parte nostra e degli Stati Uniti (soprattutto degli Stati Uniti).

Stiamo aiutando gli ucraini a difendersi? Forse. Stiamo chiedendo agli ucraini di fare in modo che Putin sia sempre più isolato, se va bene in odore di crollo, armandoli con armi, almeno per adesso, da guerriglia? Ecco, questo stiamo facendo, ed è questo che dovremmo dirci, sperando che le cose non vadano troppo male, perché guerriglia significa anche tantissimi morti sul campo (e se non morti: feriti, orfani, mutilati, invalidi, reduci che escono pazzi, eccetera), significa arruolare anche i bambini come in qualsiasi guerra asimmetrica, significa che se ti va male quelle armi le prende il nemico e le usa contro di te, contro i tuoi alleati.

E tutto questo mentre ancora non si parla di nostri uomini e donne sul campo. Ecco, se avessi avuto il coraggio di prendere la parola in piazza Dante ieri sera, avrei detto che dovremmo decidere qual è il confine, la linea da non oltrepassare. Vogliamo mandarci anche i nostri, a combattere? Siamo meridionali, per lo più disoccupati: abbiamo tutti un amico o un parente che si è arruolato in questo o quel corpo militare e ci ricordiamo tutti (ce lo ricordiamo, vero?) cos’è successo non sul Piave un secolo fa, ma in Afghanistan e in Iraq dal 2003 in poi (ma ci sarebbero anche la Libia, il Libano, la Bosnia…).

Perché poi il punto è questo: che noi adulti stavamo lì in piazza Dante a parlare, a discutere, ma poi non siamo mica noi che armiamo o non armiamo gli ucraini, non siamo noi che andiamo o non andiamo a combattere… Diceva Primo Levi che è bello raccontare i guai passati standosene al calduccio, quando cioè quei guai sono appunto lontani nel tempo (e sappiamo che tipo di “guai” aveva patito Primo Levi): e quanto invece è oltraggioso raccontare i guai attuali, al calduccio (anche se in piazza Dante faceva freddissimo, ieri sera), mentre gli altri li subiscono in prima persona, o si apprestano a subirli?

Io lo so, lo so che mi si può rispondere che questa è retorica, magari nemmeno tanto riuscita. Ma trovo molto più retorica, e anche molto cinica, l’idea per cui si possa far fuori un dittatore come Putin per interposta nazione, peraltro dando comunque per spacciata quella nazione, l’Ucraina, sostenendo esplicitamente che dobbiamo solo sperare che regga un altro po’ prima di cadere comunque in mano russa come fanno molti analisti, molto accreditati, nei talk show serali.

E trovo retorica, pure, ogni tiritera sui diritti, le libertà, il nostro stile di vita, dopo almeno vent’anni che abbiamo provato a esportarlo e semplicemente non ha funzionato, e soprattutto se chi usa questa retorica lo fa telecomandando aeroplani e soldati in carne e ossa seduto su una sedia in porpora a Montecitorio. Lo trovo pure poco democratico, e dire che siamo in democrazia – la stessa, e scusate se ci torno, che per vent’anni ha ignorato i sentimenti antimilitaristi di interi popoli per poi portare comunque avanti le sue guerre.

Insomma, se avessi avuto il coraggio di prendere la parola in piazza Dante ieri sera, avrei detto che al contrario, le ragioni del pacifismo militante (e non “militare”) sono sempre molto pragmatiche, perché non c’è obiettivo che la diplomazia non possa raggiungere (se non ci siamo ancora scannati l’un l’altro in giro per il Pianeta è grazie alla diplomazia, suppongo), sempre che non ci siano altri interessi opachi dietro (tipo le armi che inviamo in Ucraina: chi le fabbrica?, e quanto ci guadagna?).

Perché va bene il coraggio del popolo ucraino, va bene ogni patriottismo mentre stai subendo un’invasione e combattendo, ma poi a bocce ferme sappiamo tutte e tutti che quella è roba che serve a illudere i sopravvissuti che non sia stato inutile perdere un figlio, un padre o una sorella sotto le bombe, mentre qualcun altro ci stava ridisegnando addosso la mappa del mondo a nostra insaputa. Qualcun altro che di solito gli stivali sul terreno, nel fango e nella merda e nel sangue, non li porta mai.

Ma non ho avuto il coraggio di prendere la parola in piazza Dante, ieri sera, o forse non è stato il coraggio a mancarmi. Forse, come tutti gli adulti ch’erano in piazza Dante, ho pensato che sono solo confuso, e che la mia confusione non deve finire in testa ai ragazzi come una bomba di disillusione; meglio tacere, allora.

O forse è che ho addosso un senso di colpa, perché insomma poi dopo piazza Dante sono tornato a casa e in tv c’era Draghi che diceva cose assurde sulla pace e sulla guerra, dopo che ieri ne aveva dette altre non meno assurde sullo stato d’emergenza continua in cui ci tocca vivere, e in generale leggendo i giornali e guardando la tv mi sembra che abbiamo sdoganato un po’ troppo parole come “guerra”, “atomica”, “armi”, ma anche “isolamento”, “chiusura”… e allora questo senso di colpa credo proprio che sia verso i figli che non ho, ma che potrei avere proprio perché sono un adulto di quelli che in piazza Dante hanno taciuto davanti a bambini e ragazzi, ed è il motivo per cui non ho preso la parola, paralizzato nell’incapacità di rispondere a questa domanda: com’è potuto accadere di vivere in un’Italia, in un’Europa, in un mondo come questo?

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