Foto: Gabriele Fanelli

L’ultima festa patronale mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Non so cosa mi aspettassi, con la pandemia di mezzo. D’altra parte sono ormai due le feste patronali in pandemia, come due erano quelle curate da Pietro Balsamo, molto belle e intense, immediatamente prima dell’arrivo del virus.

Ricordate il tiro alla fune, per esempio? Una bella metafora, su un piano puramente ludico, dello spirito sempre un po’ polemico e diviso tra guelfi e ghibellini di noi francavillesi, in cui persino i più ‘ntustati tra noi perdevano il controllo e si lasciavano andare a un momento di condivisione senza freni. Oppure i fuochi in piazza Umberto I alle spalle della cassarmonica, con la ppicciata e l’arrivo delle bande e l’avvio della festa vera e propria.

Dunque la mia delusione di quest’anno è forse “colpa” di Pietro, che con la sua conoscenza e la sua passione per il rito aveva messo in piedi due feste indimenticabili? Non lo so: la verità è che anche la festa patronale più brutta è sempre e comunque la Festa, e come tale la aspetto e ritengo sia un momento importante per tutti i francavillesi.

Fatto sta che la mattina del 14 settembre di quest’anno sono arrivato persino a lamentarmi col sindaco, come un qualsiasi cittadino che si lagna per un lampione rotto sotto casa, perché viale Lilla e via Roma non erano chiuse al traffico come avrebbero dovuto; e non mi è andata giù, fino alla fine, l’assenza della cassarmonica in piazza Umberto I e delle luminarie su via Roma. Ecco, era come se mi aspettassi che quest’anno, grazie ai vaccini e all’esperienza dell’anno scorso, si potesse fare qualcosa di più.

In particolare la sera del 14, tornando a casa dopo aver ascoltato la banda in piazza Chiesa Madre, sentivo ancora più forte quest’aria di rito dimesso e di dismissione della festa, giunta in effetti agli sgoccioli (voto ai fuochi d’artificio della sera successiva: 6,5). Poi però, passando da piazza Umberto I, mi è parso di incontrare la celebrazione vera e propria nei bar, dove regnava un’atmosfera da discoteca a cielo aperto.

Musica a volumi da concerto e centinaia di ragazze e ragazzi che cantavano e ballavano, birra e cocktail alla mano, come se fosse quella la festa vera, come se avessero preso a pretesto una festa tradizionale sottotono per farne una coi controcazzi in barba a qualsiasi timore per il presente e il futuro.

Una festa legata al consumo (visto che si consumava nei bar) ma non per questo necessariamente consumistica. Mi rendo conto che è difficile combattere il moralismo d’accatto che ti prende in certi momenti, ma è necessario quantomeno provarci: in fondo la festa religiosa di settembre, per i francavillesi, è una sorta di rito di passaggio. Dall’estate all’autunno, dalle vacanze al ritorno a scuola e al lavoro, dalla forma della cicala a quella della formica. Una specie di capodanno, nel corso del quale puoi dar fondo alle ultime energie legate alla bella stagione per prepararti a rientrare tra i ranghi col ritorno degli impegni quotidiani. Tutto sommato credo fosse questo aspetto che più o meno consapevolmente si celebrava la notte dello scorso 14 settembre nei bar di piazza Umberto I.

E se poi te ne penti?

A un certo punto, nel mio racconto del lockdown francavillese mi chiedevo se, annullati i Riti della Settimana Santa per qualche anno a causa della pandemia (all’epoca era una prospettiva tutt’altro che fantascientifica), questi non avrebbero corso il rischio di scomparire, magari sostituiti da altri riti di altra natura. Non parlo solo della parte religiosa del rito, ma di quella comunitaria, della necessità di tutti i francavillesi di avere dei punti fermi, a livello simbolico, che scandiscano lo scorrere del tempo e della vita in città: non dimentichiamo che con Pasqua si celebra una rinascita che va ben oltre la morte e la resurrezione di Cristo, perché persino più antica.

Forse allora è quello che è successo con le due feste patronali in pandemia: la festa tradizionale ferma al palo per via delle regole contro la diffusione del contagio, e nel frattempo quella ultralaica e secolarizzata che va avanti per conto suo, non per questo tradendone lo spirito di “capodanno cittadino”.

Il punto è ricordarsi che i simboli, per una piccola città come la nostra come per tante altre, sono importanti. Se vengono meno quelli legati alla tradizione religiosa (e per vari motivi continuano a venir meno, in tutta la società occidentale, da diversi anni), allora bisogna essere in grado di leggere quelli emergenti, quali che siano. Se sfuma l’attaccamento (più che l’importanza in sé) alla luminaria, alla banda, alla processione, cioè ai simboli della festa tradizionale, bisognerebbe chiedersi con cosa stiamo sostituendo questi tratti tipici del nostro vivere condiviso. E se proprio troviamo che non li stiamo sostituendo con nient’altro, be’, allora forse sì, c’è davvero un problema.

Ahi, settembre!

Ma settembre è, di per sé, un simbolo e un mese importante per i francavillesi. Innanzitutto per i motivi legati alla festa patronale che elencavo prima. Mese di fondazione della città, mese di ripartenza, tanto nelle campagne che per le attività commerciali e le numerose scuole francavillesi. Un mese in cui si respira un’aria diversa: sarà una mia suggestione, ma la Francavilla di settembre mostra una certa inclinazione alla laboriosità (o anche solo una certa propensione ai buoni propositi) che poi sembra abbandonare la città.

Non è un caso che negli anni a settembre siano sorti anche altri momenti (tanto per non chiamarli “eventi”) particolarmente riusciti. Ricordo le Vie dei Saperi e dei Sapori, ad esempio, che poco più di un decennio fa per almeno un paio di edizioni animarono il centro storico come oggi ci pare possibile solo nelle città vicine. Oppure il più recente Francavilla è Jazz, festival che è ormai appuntamento fisso all’inizio del mese. Mi voglio rovinare e ci metto anche l’artificioso corteo storico che per qualche anno ha accompagnato i festeggiamenti per la Madonna della Fontana.

Tutto sommato anche quest’anno, col concerto di Baccini e Caputo in piazza Chiesa Madre e il festival Le Strade dei Libri organizzato a Castello Imperiali da Le Radici e Le Ali e altre associazioni (ma mettiamoci pure il nostro SUPERMEGA DIRETTONE GALATTICO, perché no), devo dire che si è respirata un’aria piacevole a Francavilla.

Sarà il clima più mite, la luce più generosa sui palazzi e per le strade o una disposizione d’animo diversa da parte dei francavillesi, fatto sta che settembre è sicuramente il mese più interessante per vivere la città. È un’idea che ho da tempo e che di anno in anno va rafforzandosi, a prescindere – stavolta sì – dalla qualità della festa patronale proposta dall’amministrazione o dal comitato di turno.

Il discorso turistico a proposito di Francavilla e della Puglia mi appassiona sempre meno, nel senso che trovo inutile promuovere un territorio verso l’esterno se non lo si cura quotidianamente dall’interno, ma anche in questa prospettiva sarebbe interessante lanciare (o rilanciare) la nostra città a settembre, con eventi mirati in grado di attrarre un pubblico non solo locale: si avrebbe meno concorrenza, rispetto agli altri mesi estivi, da parte delle città limitrofe, come sappiamo meglio attrezzate in fatto di attrattiva e accoglienza, e allo stesso tempo si potrebbe godere di un’utenza sia italiana che straniera che viaggia in maniera più lenta e consapevole, senza cannibalizzare centri storici ed economie cittadine.

Fare di settembre il mese francavillese per eccellenza, un mese intero di festa per i francavillesi e per chi da fuori vuol conoscere la città: una proposta che lancio qui e che magari qualcuno vorrà raccogliere. E magari, perché no, a beneficiarne sarà la stessa festa patronale.

SOSTIENI PETROLIO!

Petrolio Magazine è fatto con dedizione, su base volontaria, dai soci dell’associazione Petrolio Hub. Non è un progetto a scopo di lucro, ma se ti piace il nostro lavoro e vuoi che continui, ti chiediamo di sostenerci con una donazione. Grande o piccola, ci farà decisamente felici: è bello sapere che quello che fai è importante per qualcuno. Grazie!