Francavilla è Jazz torna per il sesto anno consecutivo (in realtà sono otto, come vedremo). E, per dirla con una vecchia canzone di Vasco Rossi, la “colpa”, ossia il merito, è sempre d’Alfredo. Avvocato, politico (è stato assessore e vicesindaco nel recente passato), ovviamente grandissimo appassionato di jazz, Alfredo Iaia è il testardo direttore artistico del festival che edizione dopo edizione ha portato a Francavilla alcuni dei nomi più importanti del panorama musicale italiano, richiamando un pubblico sempre più ampio.
Tra cambi di location – ma con la costante di largo San Marco – e qualche altra variazione, Francavilla è Jazz è diventata così una delle certezze dell’estate francavillese, tanto da incassare il supporto, anche economico, da parte delle ultime due amministrazioni comunali.
Quest’anno Francavilla è Jazz andrà avanti per ben otto giorni, dall’1 all’8 settembre (qui c’è la pagina Facebook, mentre il programma è in fondo a questo articolo). Per sapere cosa ci aspetta, abbiamo incontrato Alfredo Iaia al Punto Novantasette, una delle nuove location del festival.
Ciao Alfredo, partiamo dalle basi. Tu come lo pronunci: Gezz o Sgiasz?
Ahah, io preferisco Sgiasz. Gezz è la versione italianizzata. Sgiasz è più bello, ha un suono più morbido, sinuoso, richiama appunto le sonorità del jazz.
Ok, passiamo al festival. Francavilla è Jazz è alla sesta edizione, ma la sua storia comincia un po’ prima.
Sì, inizia nel 2012 a Fragagnano, nel jazz club del mio amico Enzo Lanzo. Una sera a un concerto incontro Irene Milone, presidente del Consorzio Nuvola. Irene mi dice che sta organizzando Aperti per Ferie, una rassegna di eventi estivi a cura del Laboratorio Urbano Inpuntadipiedi di Francavilla. Così le propongo di inserirci una sezione jazz. A Irene l’idea piace: uniamo le forze e partiamo. In sole due edizioni, Aperti per Ferie Jazz ha riscontrato un buon successo, portando a Francavilla artisti molto importanti.
È vero, c’ero anch’io nell’organizzazione. Poi il Laboratorio Urbano ha chiuso, però.
Già: e così il festival, anche grazie alla sensibilità dell’assessora Anna Maria Padula, è passato stabilmente in capo all’amministrazione comunale e all’associazione che tuttora lo organizza. È stato allora che è venuto fuori il nome Francavilla è Jazz.
Nonostante la “stabilizzazione”, il festival ha cambiato più volte formula.
Sono cambiate delle cose, qualche location e il periodo in cui si è fatto, è vero. Però sono rimaste alcune costanti, almeno due. La prima è la location storica, largo San Marco: a me piace un sacco. Ha un’acustica perfetta, e poi è molto intima. Permette agli artisti di stare a contatto col pubblico, situazione in cui soprattutto i musicisti jazz rendono di più.
Seconda costante?
Be’, direi la gratuità di tutti i concerti. La nostra è una realtà piccola che però sta crescendo con coerenza rispetto alla proposta musicale – un jazz classico, facilmente riconoscibile, che può piacere a tanti. Per questo il festival resta a ingresso libero: perché ha anche un intento divulgativo. E non dimentichiamo la promozione del territorio.

A proposito di territorio: qualcuno in passato ha sostenuto che i francavillesi “non capivano il jazz”, per citare Paolo Conte, bollando Francavilla è Jazz come un evento di nicchia.
Dopo tanti anni posso dirti, senza presunzione, che il festival ha avvicinato non soltanto i jazzofili – quelli che si fanno anche 100km per venire a sentire un artista importante – ma anche tanti francavillesi. Che adesso hanno anche delle aspettative, legittime, sulla rassegna. Il fatto è che quando ascolti un artista dal vivo, se è bravo la musica ti prende bene, a prescindere dal genere. E allora ti incuriosisci e ti affezioni. Può valere anche per me rispetto alla musica classica, che frequento poco, per fare un esempio.
Ma se il festival cresce ancora, forse bisognerà rivedere anche la tua location preferita…
Sì, ogni tanto mi dicono che largo San Marco inizia a essere un po’ stretto… Non so, al momento non credo sia il caso di cambiare. Dovessimo arrivare a mille-duemila presenze, allora ci penserei. In passato abbiamo provato anche piazza Giovanni XXIII, ma direi che se non fai grandissimi numeri è troppo dispersiva.
Quest’anno ai luoghi del festival si aggiunge anche corso Umberto I, da poco diventato parte della ZTL.
Corso Umberto I è una delle vie più belle di Francavilla. C’è stata un’occasione che ho voluto cogliere al volo: gli esercenti di alcune attività commerciali – le cito: Bar Chopin, Bar del Corso, Punto Novantasette, La ‘Ncartata e Trecentogradi Gourmet – volevano organizzare degli eventi estivi da inserire nel cartellone cittadino. Ho proposto loro di ospitare alcuni concerti di Francavilla è Jazz, che è ormai un brand riconosciuto, e hanno accettato. La cosa importante era garantire anche su corso Umberto delle serate con artisti di alto livello, diciamo da palco principale. Credo che ci siamo riusciti.
Cosa ci aspetta su corso Umberto, allora?
Apriamo col progetto di Parmegiani, attualmente uno dei più importanti chitarristi in circolazione. Poi abbiamo il jazz etnico di Diane Peters, artista australiana che abbiamo beccato approfittando delle sue vacanze pugliesi. Segue il trio con Accardi, Poeti, Filippini, quest’ultimo tra i migliori pianisti italiani. Non mancherà una serata più “ballabile”, col soul del brindisino Fabio Rogoli. E per chiudere, il pianismo contemporaneo di Eugenio Macchia, per intenditori.

Sul main stage di largo San Marco cosa troveremo, invece?
Per le serate conclusive abbiamo voluto spaziare, pure. Ma la qualità quest’anno è davvero alta: iniziamo col jazz contemporaneo e tradizionale insieme di Michael Rosen, molto coinvolgente. Avremo poi un concerto più mainstream, col grandissimo trombettista Giovanni Amato, accompagnato da Max Ionata, votato quest’anno come miglior tenorista italiano da Jazzit: una vera chicca. Chiudiamo con un set un po’ più sperimentale, comunque soft, con Chiara Civello, che non ha certo bisogno di presentazioni.
Promette bene. Tu pure sei un musicista, però. Che genere preferisci?
Be’, non esageriamo (sorride). Mi piace suonare, sì, ma resto soprattutto un appassionato. Ascolto un po’ di tutto, ma il mio cuore è per l’hard bop. Bill Evans, Miles Davis, Coltrane, l’epoca d’oro del jazz anni ’50 e ’60: lì per me si ferma l’orologio, come si suol dire.
Tra i contemporanei?
Se parliamo di chitarristi, direi Pat Metheny, anche se poco tradizionale.
Frequenti festival jazz a tua volta, immagino.
Sì, e anche come frequentatore preferisco i festival piccoli, che valorizzano il territorio. Te ne cito due: il Peperoncino Jazz Festival, alla 18esima edizione, che coinvolge circa 30 località calabresi; e il Time in Jazz di Paolo Fresu, tra Berchidda e altri bellissimi posti della Sardegna.
E l’Umbria Jazz?
Eh, Umbria Jazz è un altro pianeta: come numeri, eventi e anche generi. A volte mi sembra che c’entri anche poco col jazz, ormai.
Per chiudere: come immagini il futuro di Francavilla è Jazz?
Non ti nascondo che da qualche anno pensiamo di proporre workshop e masterclass, oltre che una versione invernale del festival (magari più raccolta, ovviamente a carico della nostra associazione). In generale, mi piacerebbe sfruttare qualche altro luogo – anche solo per delle anteprime –, tipo i chiostri della Croce e dei Padri Liguorini: sono molto belli e meritano di essere valorizzati. Ma mi viene in mente anche la chiesa della Madonna delle Grazie, attualmente abbandonata, e perché no, anche il Teatro Virgilio. Non vediamo l’ora che venga riconsegnato alla città: è una struttura piccola, da 300 posti, ma sarebbe l’ideale per eventi culturali di qualità.
Grazie, Alfredo. In bocca al lupo.
Grazie a voi. Crepi!
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