“Io sono di Francavilla ma mia madre era di Trento! Il mio accento non è esattamente quello francavillese.” Esordisce con queste parole Padre Pompeo Franciosa, sacerdote ti li Patri e figura di riferimento da molti anni per tantissimi fedeli.

Dopo i soliti convenevoli e un cambio d’abito inaspettato – Padre Pompeo, quando ha capito che avremmo fatto delle foto e delle riprese, è corso ad indossare l’abito talare – è iniziata l’esplorazione del convento, con la sapiente e imprescindibile guida del sacerdote.

Quello dei Padri Liguorini è un convento di frati conventuali francescani, caratterizzato principalmente da spazi molto ampi. Fu costruito nel 1310 per volere del principe Filippo D’Angiò che, dopo il ritrovamento dell’icona della Madonna della Fontana, invitò i frati francescani per erigere un convento proprio a Francavilla. I frati rimasero qui fino al 1500; alcuni eventi storici li spinsero ad andare via, e il convento rimase vuoto per molto tempo. Nel 1796 i Padri Redentoristi furono chiamati a predicare una missione; anno dopo anno, questo invito divenne una consuetudine e i cittadini si affezionarono a loro al punto da insistere perché i Padri si trasferissero stabilmente a Francavilla. Il convento fu restaurato per la prima volta proprio in occasione di questo trasferimento.

Le leggi borboniche decretarono la cacciata dei religiosi dai conventi; i Padri Redentoristi riuscirono a tornare solo dopo il 1860, e padre Salvatore di Coste (un francescano originario di Francavilla) ordinò il secondo restauro del collegio. Da notare che la chiesa annessa non è l’ex Chiesa dei Francescani – che crollò nel 1727 per un difetto di costruzione. La chiesa attuale risale agli inizi del Novecento: nel 1910 iniziarono i lavori per la terza ristrutturazione, lavori che furono ultimati nel 1924.

Il convento ha forma quadrata: ci sono quattro corridoi, con delle cellette a destra e a sinistra (all’epoca del suo massimo splendore, si potevano ospitare fino a ventidue monaci). Adesso alcune sono state unite, altre sono adibite ad usi diversi.

Controluce, in uno dei corridoi, si vedono le porte murate delle ex cellette: al loro posto c’è la chiesa. Per costruire una delle navate laterali (sinistra o destra, a seconda di dove si trova chi guarda) le cellette sono state murate.

Nel convento c’è anche una biblioteca con oltre diecimila testi. E non è tutta: parte dei volumi fu rubata nell’Ottocento – infatti, molti libri che riportano il timbro di questo archivio si trovano nella biblioteca provinciale a Lecce. C’è già un catalogo cartaceo dei titoli, ed è in corso la creazione di una versione digitale. I testi presenti nella biblioteca sono liberamente consultabili: si tratta soprattutto di opere di teologia e predicazione. Quando gli ho chiesto se li avesse letti tutti, Padre Pompeo ha risposto: “Io ne ho letti quasi metà. L’obiettivo non è leggerli tutti, quanto studiare. Anche perché, quando li hai letti tutti poi che fai?”.

Il giardino, il cui accesso è su via Barbaro Forleo, è stato dato in affitto per organizzare ricevimenti all’aperto. Qui passeggiavano i frati, perché non potevano mai uscire dall’edificio, eccetto per un’ora il martedì e un’ora il giovedì. Stando sempre in convento, avevano bisogno di muoversi un po’.

Il giardino ha una storia particolare: all’inizio, il suo uso fu negato ai frati dalla proprietaria – che di cognome faceva Terribile, e “Forse anche nei fatti era così. Diceva che ai Padri non lo avrebbe dato nemmeno per centomila lire!”, racconta ridendo Padre Pompeo. Poi si sposò sua figlia, e la signora Terribile le regalò il giardino come dono di nozze. Andò a finire che, molti anni dopo, la figlia regalò a sua volta il giardino ai Padri Redentoristi.

Finito il nostro giro, dopo aver documentato il maggior numero di cose possibili, salutiamo Padre Pompeo, che ci fa promettere solennemente di tornare a trovarlo: non fosse altro che per un’altra passeggiata in quei corridoi silenziosi, odorosi di incenso, rischiarati dalla quiete di un luogo dove il tempo sembra essersi fermato.
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