icona madonna della fontana francavilla fontana
Foto: Gabriele Fanelli

Un antico stereotipo dello storico di mestiere vuole che questo sia il nemico giurato dei miti e delle leggende. Uno dei dibattiti che più hanno impegnato gli storici dell’antichità riguarda uno dei padri della storia occidentale: Ecateo di Mileto. In alcuni frammenti di costui, alcuni storici, tra i quali Momigliano, videro l’affiorare di un aspro razionalismo. Oggi, il concetto di razionalismo accostato ad un uomo vissuto nel VI secolo a.C. pare, quantomeno, bizzarro. Al di là del fatto che di razionalismo non si può parlare prima di Guglielmo di Ockham, va sottolineato che la cifra caratteristica della concezione storica degli antichi pagani d’Occidente e anche, si dirà, di buona parte del mondo cristiano è l’idea che il mito, la leggenda, siano essi legati alla fondazione di una città o al martirio d’un santo, sono storia. Pasolini ebbe a dire che quella dell’Italia è storia sacra, Mazzarino, formidabile come sempre, applicò la formulazione pasoliniana all’antichità: il mito è storia e per questo anche la storia dei Greci e dei Latini è storia sacra. Lo storico, quindi, è amico del mito, lo ascolta, lo osserva e, soprattutto, deve comprenderlo. Cosa c’entra questo rapido e, se si vuole, superficiale ragionamento con Francavilla? È settembre, il clima è quello della festa patronale. In questo breve articolo si cercherà di dare voce alla leggenda del ritrovamento dell’icona raffigurante la Madonna della Fontana.

Pietro Palumbo (in Storia di Francavilla, pp.29-30) espone così il mito del ritrovamento dell’icona bizantina:

“In una di queste corse, il 14 Agosto 1310, Filippo era presso la terra di Casivetere, ultimo avanzo delle rovine di Rudia. Era questa terra sita sul territorio oritano, alle prode d’un bosco dal quale non era distante che presso a dugento passi. La selva correva densissima e proteggeva col suo fogliame in sulla proda opposta all’antichissimo villaggio del Salvatore ristretto appena a 50 famiglie. I signorotti dei luoghi vicini in nobil brigata si diedero attorno per festeggiare la venuta di Filippo il quale, piacendogli l’amenità del sito irrigato da varii rivoletti e l’opportunità del suolo macchioso e arborato, ebbe il desio di uscire a caccia. Sellati i cavalli e tolto il guinzaglio ai cani, l’ingordigia della preda fe’ diramare per ogni verso la compagnia dei cacciatori. Un tale mastro Elia Marrese pedone di Casivetere si spinse fino a cento passi verso il Salvatore, dove aveva adocchiato un cervo che snidato dai latrati dei cani sen fuggiva da quella parte. Egli rallegrato da quell’incontro, armata la balestra (che era l’arma più usata di quel tempo) seguitò le peste dell’animale e lo raggiunse vicino ad un folto macchione, sotto il quale stagnava un laghetto d’acqua cristallina. Vederlo e scoccare fu tutt’uno. Ma nel tempo medesimo fu preso da un superstizioso terrore, alla vista d’un fenomeno che alla sua mente grossolana parve stranissimo. La freccia che aveva balestrato contro il cervo, era in un lampo precipitosamente ritornata con la punta verso la sua persona. Che poteva essere? Immantinenti si avvicinò al cespuglio e vide, più ancora stupito, il cervo coi piè dinanzi piegati bere tranquillo nell’acqua. Tutto maravigliato fece segno con le grida e col corno agli altri cacciatori che erano nelle vicinanze. All’avviso inaspettato tutta la compagnia fu sul luogo; mastro Elia con parole infocate e tronche per la commozione raccontò il pericolo corso, e la meraviglia di una freccia che ritorna, non che la tranquillità d’una cerva che non era fuggita al rumore, anzi che si era inginocchiata. Filippo in un punto scese di cavallo, e die ordine ad alcuni, essendo il cespuglio assai folto, di tagliare i rami e fare un po’ di piazza; il che fu fatto prontamente. Si videro allora in fondo al macchione le fondamenta screpolate d’una antica muraglia, sulla quale era rimasto in piedi un po’ di muro che mostrava pitturata a grosse ma corrette pennellate una Vergine col bambino tra le braccia. A quella vista proruppero tutti in grida d’allegrezza, e Filippo nella piena dell’entusiasmo disse (cosi un antico manoscritto) essere ciò avvenuto per espresso volere di Dio, che si era servito di una cerva per condurli colà dove giaceva negletta quell’immagine veneranda.”

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Confratelli. Foto: Gabriele Fanelli

Pietro Palumbo riferisce che la data del ritrovamento dell’icona, comunemente accettata dagli storici, è quella della tradizione locale: il 14 settembre 1310. Riguardo l’autore dell’icona, invece, s’aprì un dibattito tra quanti la credevano di autore bizantino (per esempio Pacichelli) e quanti ritenevano che l’autore fosse San Luca (Nicola Argentina). La seconda ipotesi poggia, chiaramente, sulla fantasia di chi l’ha formulata, per il semplice fatto che non c’è modo di dimostrare la presenza di San Luca nell’area d’interesse. La prima ipotesi è, al contrario, ben costruita ed utile a spiegare il significato dell’icona e della leggenda. Pacichelli – che scriveva alla metà del ‘600 – non era nelle condizioni di sviluppare una spiegazione coerente circa la presenza di un’icona bizantina nel territorio di quella che sarebbe stata Francavilla; è il caso, quindi, di dare voce alla sua intuizione. La mano di un pittore bizantino riporta alla riconquista bizantina dell’Italia meridionale. Per sommi capi, si dirà che nell’880 d.C. i Bizantini riuscirono a cacciare i Saraceni dal territorio della Calabria e di qui mossero alla volta di Taranto, che venne ripresa anch’essa. Nell’882/’83 da Costantinopoli partì il grande Niceforo Foca (830-896 c.ca) che riuscì a sottrarre i territori pugliesi e calabresi rimasti in mani longobarde. Nasceva così il meridione bizantino, composto dai tre thémata (circoscrizioni bizantine) di Langobardia (l’odierna Puglia), Lucania e Calabria. Il meridione bizantino è un mondo affascinante, popolato da personaggi come San Nilo da Rossano, da Shabbetai ben Abraham, il medico ebreo oritano che si vide attribuito il nomignolo malefico di Donnolo, date le sue teorie scientifiche raccolte nel Sefer Mirqaḥot e nel Sefer Ḥakhmoni. Insomma, la cultura bizantina penetrò la cultura del nostro territorio: si pensi al fatto che Niceforo Foca è il patrono di San Foca. Un ruolo fondamentale ebbero, senza dubbio, le numerose laure (insediamenti monastici) che sorsero qua e là nel nostro territorio. Alla luce di questo rapido quadro, la leggenda del ritrovamento dell’icona s’illumina di una luce nuova: chi può dire che le fondamenta screpolate d’una antica muraglia non siano quelle di una laura bizantina rimasta abbandonata, nella quale Filippo e il suo seguito s’imbatterono? A ciò si aggiunga l’ampia diffusione del culto di Maria associata a sorgenti d’acqua: Canosa, Ginosa, Acquaviva, per restringere gli esempi alla sola Puglia, visto e considerato che anche la Madonna di Lourdes comparve all’umile Bernadette davanti a delle sorgenti. Per concludere: l’icona della Madonna della Fontana è, con ogni probabilità, un frammento del glorioso meridione bizantino.

Che dire, invece, della leggenda. Si tratta di un unicum o è anch’essa costruita su una trama fissa e diffusa in altri contesti urbani? E ancora, si tratta di una leggenda creata ad arte dai moderni o risale all’arrivo degli Angioini? Riguardo il primo quesito, come prevedibile, va scritto subito che si tratta di una leggenda costruita su una trama fissa e diffusa. Tra i tanti esempi a disposizione, ho scelto quello più noto: la leggenda della seconda apparizione di San Michele. Nel Liber de apparitione Sancti Michaelis in Monte Gargano (VI – VIII d.C.) è scritto:

“Vi era in questa città un uomo molto ricco di nome Gargano che, a seguito delle sue vicende, diede il nome al monte. Mentre i suoi armenti pascolavano qua e là per i fianchi di uno scosceso monte, avvenne che un toro, che disprezzava la vicinanza degli altri animali ed era solito andarsene da solo, al ritorno dal gregge, non era tornato nella stalla. Il padrone, riunito un gran numero di servi, cercandolo in tutti i luoghi meno accessibili, lo trova, infine, sulla sommità del monte, dinanzi ad una grotta. Mosso dall’ira perché il toro pascolava da solo, prese l’arco, cercò di colpirlo con una freccia avvelenata. Questa ritorta dal soffio del vento, colpì lo stesso che l’aveva lanciata.”

donna sedia madonna della fontana basilica rosario
In preghiera per la novena. Foto: Gabriele Fanelli

La somiglianza con la nostra leggenda è, a dir poco, evidente. Per quanto riguarda la seconda domanda, ritengo che abbia ragione Pietro Palumbo (sempre nel suo Storia di Francavilla, pp. 31 – 33). È ragionevole ipotizzare che furono i nobili angioini, o chi per loro, a creare la leggenda del ritrovamento al fine di attirare la massa del popolo incòlto in una zona che andava, in un modo o nell’altro, bonificata e popolata. Attirati dall’icona e, per così dire, dalla sacralità del luogo, alcuni abitanti delle zone limitrofe si sarebbero stanziate nei pressi del casale del Salvatore. Di qui si procedette alla fabbricazione di una chiesa, probabilmente nei pressi della piccola chiesa di San Giovanni; all’emanazione di un editto che concedeva terre a chi si fosse trasferito nel casale del Salvatore e franchigie sulle olive. Successivamente il casale prese il nome di Franca-Villa e fu creato lo stemma che vede al centro l’albero d’ulivo, a simboleggiare la vocazione agricola del territorio.

Rimane da rispondere ad una domanda: quando è nata la festa patronale? La risposta è semplice: il 28 agosto del 1332, circa vent’anni dopo il ritrovamento. Papa Giovanni XXII, infatti, emanò una bolla con cui concedeva indulgenze in perpetuum a chi si fosse recato a venerare l’icona il 14 settembre.

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