Foto: Laura Simonati

Tutto si tiene. Una decina d’anni fa mi aggiravo per il centro storico di Francavilla munito di una piccola telecamera digitale. L’idea era quella di intervistare un po’ di gente in vista del lancio del primo sito di Petrolio. Il trailer avrebbe funzionato in questo modo: chiedevo “Cos’è il Petrolio?”, le persone rispondevano come meglio credevano. È così che ho conosciuto Pierpaolo Filomeno, finito anche lui in quel video. Allora era un ragazzino francavillese piuttosto nichilista rispetto alla sua età (era all’ultimo anno di liceo), ma con una grande curiosità per la mia macchina da presa. Negli anni ci siamo frequentati, abbiamo giocato a calcio insieme, e ogni tanto lui ha anche cucinato per me (a fine intervista ci racconta uno dei suoi piatti forti). Insomma, dieci anni dopo quel primo contatto Pierpaolo vive in Belgio (dopo aver girovagato in Italia e in Europa), fa il montatore, lavora a film che girano per festival internazionali e qualche volta vincono anche premi e riconoscimenti importanti. In spregio alla disabitudine a riconoscere il talento quando ce l’abbiamo sotto il naso, ho pensato che fosse il caso di sentire Pierpaolo per ricostruire un po’ le sue vicende biografiche e professionali.

Tanto per rompere il ghiaccio: mi spieghi perché non volevi fare quest’intervista? Ok l’allergia all’autocelebrazione, che condivido, ma insomma…

Ahaha! Non solo per l’autocelebrazione, ma anche perché non so quanta attenzione meriti ciò che faccio. Adesso tu dirai: sta fa muggiacchi. Invece questo “imbarazzo del riflettore” appartiene forse alla natura del montatore cinematografico, un mestiere che si svolge nell’ombra, nel buio della moviola (la sala di montaggio). Comunque, se alla fine ho accettato è perché appunto da giovanotto francavillese ho trovato conforto nelle testimonianze raccolte dalle primissime interviste di Petrolio, come quella a Giovanna Lopalco che all’epoca si faceva strada nel cinema d’animazione. Ecco, chissà se c’è qualche altro giovanotto francavillese a cui potrebbe tornare utile la mia esperienza.

Ok, allora iniziamo. Magari partendo proprio da What You Gonna Do When The World’s On Fire?, l’ultimo film a cui hai lavorato. Mi sembra stia andando molto bene, e che stia ricevendo riconoscimenti molto importanti (tra cui il premio come miglior documentario al 62° BFI London Festival). Com’è lavorare con Roberto Minervini, di cui sei stato assistente al montaggio? 

Il film è stato presentato in concorso per il Leone d’Oro all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, e adesso siamo tutti contenti di vederlo e di poterlo far vedere in giro per il mondo: Toronto, New York, Busan in Corea del Sud per citare i festival più importanti. Direi che è uno squarcio su uno degli storici quartieri di New Orleans, che ha vissuto un ritorno di efferati delitti e violenze nei confronti dei neri d’America, a firma Klu Klux Klan, spesso spacciati per suicidi o faide tra gente di colore.
E sì, sta ricevendo anche riconoscimenti, tra cui quello al miglior montaggio per Marie-Hélène Dozo, la persona grazie a cui ho avuto la possibilità di lavorare a questo film. Per rendere l’idea di cosa è significato per me, è come per un calciatore poter andare a giocare nella sua squadra del cuore! Roberto Minervini è uno dei più importanti registi contemporanei, nonché uno dei miei preferiti di sempre. Insieme ad altri registi sta ridefinendo i confini che ingiustamente e da sempre vogliono separati il documentario dal cinema tout court. Giusto per dire, già a livello estetico i suoi film sono più vicini al film di finzione che all’immaginario comune di documentario. E ovviamente non è un’estetizzazione fine a se stessa, ma un modo di dare dignità ai protagonisti dei suoi film, persone a cui non spetta quella poesia, quella luce lì: gli esclusi, i reietti, i white trash, i crack addicted o i neri d’America. L’aspetto più potente del suo cinema è però l’umanità che ci mette dentro: i fortissimi e sinceri legami che si creano tra lui e i protagonisti dei suoi film sono qualcosa che viene in qualche modo prima del film stesso. Lui è innamorato di questi esseri umani e se riesce a restituire nelle sue pellicole anche dei momenti molto intimi o inaccessibili è perché si mette a nudo con queste persone. Quando succede, come ha detto lui stesso commuovendosi alla conferenza stampa a Venezia, è una cosa anche più grande del cinema. È cinema-vita.

Eri già stato a Venezia? E a Cannes? Che aria si respira in quelle manifestazioni?

Ci ero stato un’altra volta, ma da spettatore. Questo è stato il mio primo red carpet. Nei festival grossi ci trovi tendenzialmente di tutto, dai disperati che mentre ti parlano stanno più o meno celatamente “pitchando” se stessi (da non confondersi col nostro dialetto ppicciare), fino a Luca Guadagnino in camicione abbastanza discutibili. Ma per fortuna ci trovi anche gente super alla mano, che vuole solo prendere una birra e chiacchierare di cinema.
Diciamo che comunque non ho abbastanza resistenza per sopportare un’intera giornata nel marasma festivaliero, perciò di solito a un certo punto si prende il bus del Lido e si fugge lontano, in un’osteria di Malamocco o alla sagra delle cozze di Alberoni. Bisogna scaricare tutta quella mondanità nel sano nazional-popolare, no?
Quest’anno comunque era nettamente diverso, perché alla fine abbiamo passato quasi tutto il tempo tra noi della crew di Minervini. Tra l’altro pochi di noi si conoscevano già di persona, vivendo purtroppo su due-tre continenti diversi, ma in poche ore eravamo veramente come una grande famiglia. Sembrano frasi fatte ma non è che sia così automatico in questo ambiente. Siamo finiti anche a giocare “al volo” con dei bambini in una piazzetta di Venezia. Sorprendentemente non ho scasciato nessuna lastra, né perso il pallone sulla làmia.
A Cannes invece ero stato nel 2016, con Wrong Elements di Jonathan Littell, un altro documentario in selezione ufficiale a cui avevo fatto da assistente, per la prima volta, a Marie-Hélène Dozo. Quell’esperienza è stata un momento cruciale, di quelli che ti cambiano la vita. Un anno prima avevo scritto a Marie, da perfetto sconosciuto, una mail a cuore aperto per chiederle di accettarmi come stagista volontario su un suo film. Aggiungevo anche che le avrei dato con piacere prova delle mie capacità di cuoco italiano provetto! Non so se è stato per questo o in generale per la mail non convenzionale, ma Marie ha deciso di fidarsi di questo giovane studente italiano e qualche mese dopo sono volato a Bruxelles. Da allora ho avuto la fortuna di farle da assistente su altri film e da un po’ di tempo stiamo sperimentando il montaggio di squadra su alcune pellicole, per esempio pre-montando qualche settimana prima del suo arrivo o montando sotto la sua supervisione.
Marie è una delle montatrici più talentuose e riconosciute sulla scena europea e mondiale, nonché una persona angelica, adorata da tutti. Mi sento benedetto per questa fortuna.

Come racconteresti la professione del montatore, un mestiere cinematografico forse più tecnico di altri, a chi non ha lontanamente idea di cosa si tratti?

Materialmente io ricevo il girato, lo ritaglio e lo incollo per farci una storia. In realtà anche la metafora della scultura può rendere l’idea. Si scolpisce il tempo, per usare le parole di Tarkovskij.
Di fatto quello del montatore cinematografico non è un mestiere così tecnico come si può pensare. Allo stesso tempo è molto diverso anche dal montaggio pubblicitario, di eventi o di videoclip, su cui mi sono fatto le ossa. Per quel tipo di montaggio, in certi casi basta anche una buona tecnica di base e il senso del ritmo.
Certo, c’è poi sicuramente una capacità di linguaggio, che però non riesco a vedere come tecnica: a un certo punto impari a “parlare il cinema”, o a fare drammaturgia per immagini e suoni che dir si voglia, a costruire un racconto riuscendo a vedere e controllare dimensioni invisibili come ad esempio la tensione e l’emozione. Paradossalmente però il montatore cinematografico può benissimo ignorare tantissime cose tecniche, il suo è un lavoro mentale. Vale a dire di fantasia, di ascolto, di sensibilità e soprattutto di psicologia. I film sono fatti di essere umani (reali o immaginari che siano), di relazioni, di emozioni, di tenerezza, di paura… Questo è ciò che maneggia, insieme al regista, il montatore. E mi sembra che per tutte queste faccende non ci sia tecnica che possa risolverle da sola.
Comunque, detto tra l’altro da un chiacchierone come me: l’ascolto è tra tutte la cosa fondamentale. Anzi, l’auscultazione. Qualche volta si cerca di forzare il girato in un’idea che ci portiamo appresso, lo sforzo che dobbiamo fare da montatori è invece proprio quello di auscultare il girato, capire dove ti sta portando lui, un po’ come fosse un organismo vivente e indipendente dalla nostra volontà.
Così come si ausculta anche quello che sta cercando di dire il regista, bisogna decifrare nelle sue proposte, argomentazioni o nel girato stesso le sue profonde intenzioni. E questa è forse una delle cose più faticose ed affascinanti di questo mestiere, perché significa fare per ogni film lo sforzo di entrare nella mente di un’altra persona.

Ti sei formato alla Zelig di Bolzano. Che esperienza è stata? Come funziona la scuola? Da lì viene Vergot, premiato per il miglior montaggio ai Doc/it awards del 2017.

La Zelig mi ha reso un professionista a tutti gli effetti, mettendomi in condizione di potermi muovere e spendere nel mercato cinematografico. Non ultimo, mi ha fatto maturare in tante cose.
Ogni sei mesi, divisi in squadre da tre (regista, direttore della fotografia, montatore) si realizza un film, a scalare dal corto fino al lungometraggio. Poter fare un lungometraggio non è una chance che hanno tutti gli studenti di scuole di cinema. È il progetto finale ma se te la giochi bene è di fatto un film vero e proprio, che poi va in giro per festival e vince premi. Come è successo in effetti al nostro Vergot diretto da Cecilia Bozza Wolf, la regista a cui sono più affezionato. Abbiamo fatto due film insieme durante la scuola ed è in cantiere quello nuovo. Abbiamo vissuto una vera e propria simbiosi durante Vergot: lavorare insieme è facile perché alla base c’è un’idea di cinema comune e tantissime ore passate insieme a guardar film e parlare praticamente di tutto.

Prima di Bolzano, invece, hai studiato lingue a Perugia. Ti sei occupato anche di giornalismo, in quel periodo. Cos’è successo, poi?

Sì, diciamo che lingue è una cosa come un’altra per guadagnare tempo mentre decidi cosa vuoi essere da grande. Inizialmente rimbalzavo tra la scrittura, il giornalismo e il non si sa che. Anche se sin dal liceo smanettavo con i più ignobili software di montaggio, spendendo nottate a montare tutto quello che passava il convento: da foto e video della gita di scuola a un concerto di Dente. Per fortuna quasi tutta roba che non ha visto nessuno. Tutto questo per dire che il montaggio è una cosa che praticavo e continuavo a praticare per diletto e senza prenderlo sul serio anche all’università. Alla fine il clic è scattato al primo Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, a cui ho preso parte da volontario. Lì ho realizzato, consciamente o meno, che tutto ciò che riguardava la parola scritta era un canale saturo e contemporaneamente fui accolto dai “tecnici romani” che si occupavano della web tv. Sono stati loro, anno dopo anno, a farmi praticare questa passione clandestina come un vero mestiere.

Com’era? Il montatore preferisce stare nell’ombra…

Adesso vivi da qualche anno in Belgio, dopo un passaggio piuttosto intenso a Parigi (dove hai fatto anche il cuoco, se non sbaglio). Com’è stare così vicino al cuore, almeno quello amministrativo e burocratico, dell’Unione Europea? È così cattiva come sembra?

Sì, a Parigi facevo il cuoco e anche il cameriere per pagarmi l’affitto. Di giorno ero in studio a montare, alle sei staccavo e andavo dritto al ristorante. Niente di nuovo sotto il sole: in tanti lo fanno, ma praticamente così si vive per lavorare. A vent’anni ce la fai ed è tutta salute, ma il gioco non vale la candela e meno male che Bolzano mi ha salvato da quel cortocircuito. A Parigi ho lasciato tanti ricordi e tanti amici, ma per adesso molto meglio Bruxelles che ti dà le opportunità di una capitale con la comodità della vita di provincia.
L’UE non so, piuttosto laggiù che fate voi? Non è che veramente ve ne andate e mi lasciate qua così?

La tentazione è forte. Ma non divaghiamo. A livello professionale com’è il Belgio, rispetto all’Italia? Consentimi una battuta da amico: sei troppo scemo per essere definito “cervello in fuga”, ma, anche per via del lavoro che fai, è difficile immaginare un tuo ritorno qui in pianta stabile. Magari mi sbaglio.

Sono a Bruxelles perché da debuttante è più facile lavorare se si gravita intorno a un polo cinematografico e soprattutto qui ho la fortuna di poter collaborare con una mentore come Marie-Hélène Dozo. Ma Bruxelles è tutto sommato una base e il montaggio si può fare ovunque alla fine. Anzi, tra i film che monto o monterò molte sono produzioni o co-produzioni italiane. Quindi in prospettiva, e come già sai, non mi dispiacerebbe poter montare ogni tanto anche in un bel trullo di Locorotondo!

A proposito: hai mai lavorato con l’Apulia Film Commission? Come ti sembrano i suoi interventi per la filiera del cinema in Puglia?

Un film su cui ho lavorato in passato ha ricevuto i finanziamenti dell’Apulia Film Commission e uno che monterò mi sembra stia facendo la trafila per riceverne. Da montatore ci ho in realtà poco a che fare, la mia impressione è che continuando a finanziare film e ad attirare produzioni stanno vincendo la scommessa di fare del cinema un’industria locale.

Domanda obbligata, a questo punto: com’è il tuo rapporto con Francavilla, e in generale la vita da migrante pugliese? Immagino ci sia anche un po’ di sofferenza, che si “maturi” anche un po’ prima, a stare così lontano da casa.

Il mio rapporto con Francavilla e la Puglia è decisamente più sentito e sofferto in ambito culinario. La prima cosa che faccio quando torno a Francavilla è andare alla masseria a prendere un kg di mozzarelle nodini. La metà le mangio in macchina con le mani prima di arrivare a casa. Innumerevoli sono le notte insonni passate a immaginare il sapore di un riccio di mare crudo, che non mangio probabilmente dal 2013 visto che ho la sfiga di tornare durante i mesi di fermo pesca. Da anni lavoro alla traduzione in francese e al reperimento in ogni macelleria belga possibile di tutti i pezzi che compongono il marretto, per potermelo finalmente preparare anche qui. Ecco, per alcuni il marretto è solo un disgustoso polpettone di frattaglie d’agnello, per me è la quintessenza del mio rapporto con “la mia terra”, il concentrato di sapori, tradizioni, ricordi, familiari e amici con cui mi sono seduto a tavola a mangiarlo.
Comunque secondo me a questo punto non è rimasto più nemmeno un lettore, persino il famoso giovanotto francavillese sarà già da tempo emigrato via da questa intervista.

Allora chiudiamo con una domanda alla Masterchef. Leggenda vuole che tu sia anche un’ottima forchetta, come hai appena testimoniato, e addirittura un discreto cuoco. Siccome la tradizione culinaria francavillese langue (almeno a detta di molti), ti chiederei di raccontare la ricetta del piatto che sai preparare meglio, da qualsiasi parte del mondo provenga.

Tipo sui titoli di coda. Allora diciamo che le più richieste sono le trofie con gamberoni e pesto di pistacchi e i tagliolini con vongole e fiori di zucca. Ma alla seconda ci si può arrivare da soli, quindi ecco due tre consigli per fare le trofie.
Giovanotto francavillese di prima, se non sei andato via prendi nota che è con la cucina che si va avanti!
È fondamentale farsi il fumetto di pesce da soli, con i carapaci e le teste dei gamberoni che bisogna sgusciare a crudo. Poi li mettiamo col burro in una pentola sul fuoco e li schiacciamo facendo uscire i succhi. Sfumiamo col vino bianco, e aggiungiamo sedano, cipolla, carota, porro, prezzemolo, infine si copre tutto con acqua. Lasciamolo sul fuoco per una mezz’oretta almeno, poi lo filtreremo col colino e terremo il brodo da parte.
Ora il pesto di pistacchi. Le dosi sono a sentimento ma orientativamente: aglio senza esagerare, pistacchi e basilico in dosi uguali, olio e parmigiano un po’ di meno. Deve essere una pasta densa e compatta. E ce ne vuole tanta.
Adesso è arrivato il momento di preparare il sugo: base aglio e olio, soffriggiamo qualche secondo per lato i gamberoni sgusciati e li mettiamo via. Aggiungiamo i pomodorini e alziamo la fiamma, una volta evaporata l’acqua bisogna cominciare a giocare aggiungendo alternativamente un cucchiaio di pesto e un mestolo di fumetto. Come funziona: il pesto è un addensante e dà corposità, il fumetto invece allunga ma non troppo, perché comunque lega con il burro. Continuiamo fino a quando non ci viene un bel sugo cremoso, quindi spegniamo e uniamoci i gamberoni e le trofie. Prezzemolo a pioggia. Buon appetito.

Grazie, anche a te.

 

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