fulmine quadro chiesa madre candita
Foto: Gabriele Fanelli

La prima volta che sentii parlare di Candita fu nella tipografia di mio padre. Avevo dieci anni e, nonostante la tenera età, passavo interi pomeriggi in quello che può definirsi un mondo virtuale: la Tipografia Carriere 1985. La tipografia era il sottobosco di Francavilla, un istituto ugualitario: tanto il finanziere, quanto il contrabbandiere rientravano nella definizione di buenu cristianu. Le scale portavano qualche metro sotto terra, dove c’era un ampio spazio con le macchine da stampa. Qui, tra carte e odori chimici di solventi si materializzavano figure mitologiche come Dantino, Civetta, lu segretario: i sapienti che sapevano di cose umane e divine.

Lu segretario era segretario perché sapeva i segreti, li custodiva e ogni tanto tirava fuori dal suo Borsalino una storia, di solito spaventosa. Un giorno tirò fuori quella del consigliere Candita. Stava parlando con mio padre di una qualche malefatta, di nu fattu, quando a un certo punto disse: “Come successe a Candita, che se la prese col Signore e la Madonna della Fontana lo fulminò”.

La vicenda di Candita inizia con una carestia, quella che colpì Francavilla negli anni Sessanta del Settecento e finisce con un giovane ardito colpito da un fulmine. La folla, il popolaccio ci mise poco a fare di un incidente una punizione divina e così l’artefice di tutto, come dimostrano le parole del segretario, divenne la Madonna della Fontana.

Pietro Palumbo (Storia di Francavilla, pp. 292-296) racconta che nel biennio 1763-1764 la fame nera varcò la soglia delle porte di Francavilla e fece sentire a tutti il suo tanfo di morte. A vent’anni dal terremoto che l’aveva mezza rasa al suolo, Francavilla era ancora nelle mani del filantropo Michele Imperiali, ma di fatto governata da un consiglio di Soprintendenti. Il sindaco dell’Università, allo scoppio della carestia, era il trentaseienne Onofrio Forleo che ebbe la lungimiranza di fare annona, vale a dire di accumulare provviste di grano in modo da mantenere stabile il prezzo del pane. Il giovane sindaco riuscì nell’impresa: il pane non superò mai il prezzo di quattro grana in paese e di sei grana durante le fiere, come quella di San Marco.

Insomma, Onofrio Forleo non solo riuscì nell’impresa di limitare i danni della fame, ma riuscì perfino a lasciare un caro ricordo di sé alla popolazione: “Raccontavano i nostri vecchi che simile carestia, non erasi vista mai e che i popoli in vertigini davano in tumulti se la pigliavano co’ sindaci i quali di qua e di là se la svignavano. Il Sindaco Forleo stette fermo a quella marea che minacciava inghiottirlo, né pago d’avere rimediato per quanto si poteva al flagello della fame, sdebitò l’Università di ottocento ducati, dovuti a Lecce”.

Nel 1777 Francavilla è ancora un piccolo centro del Regno di Napoli, malconcio ed abitato in gran parte da contadini miserabili e pochi latifondisti. Fu dalla genia di questi ultimi che venne fatto il nuovo sindaco: Rocco Clavica. Dice Palumbo: “Corteggiando la schiuma dei facinorosi di piazza, facendola da protettore (vecchio tipo de’ nostri sindaci) minacciando gli onesti che tacevano scappellandosi innanzi ai più scaltri che s’atteggiavano a bravacci, vendè balzelli, appalti, tutto, disprezzando qualsiasi legge che glielo vietasse. Queste apparenze persuadevano il popolo che si fusse arricchito, ma se non si arricchì lui, fece ben arricchire gli altri ed egli pagò le spese.”

Per far arricchire la schiuma dei facinorosi di piazza, i signorotti e i cagnotti di Michele Imperiali, Clavica dilapidò l’erario di Francavilla. Il Sindaco e i suoi rubarono tutto, al punto che dovette intervenire la Regia Camera di Napoli. Ogni anno, infatti, ciascuna Università era obbligata a rendicontare le proprie entrate ed uscite. Clavica, come si può immaginare, voleva a tutti i costi evitare di dover rendere conto delle proprie ruberie e si mise a terrorizzare ora il popolo ora i pochi onesti del paese. Riuscì a sabotare ben tre consigli, che si tenevano nella Chiesa Madre, finché si rese necessaria l’elezione di tre razionali – così si chiamavano i funzionari preposti alla rendicontazione – e si decise che questa si tenesse il 28 marzo del 1778.

Le pagine di Palumbo, di cui le righe precedenti sono una sintesi, tratteggiano un ritratto impietoso di Rocco Clavica. Orbene, capita spesso che nel ritrarre fatti incresciosi, gli storici, forse inconsciamente, cadano nell’errore di identificare un capro espiatorio che, quasi sempre, finisce per essere identificato con il fatto stesso. In effetti, studi più recenti, hanno restituito un’immagine più sfumata del sindaco Clavica, secondo la quale costui fu sopraffatto dalle magagne dei suoi più stretti partitanti, per dirla con Palumbo, trovandosi a pagare le conseguenze di misfatti che non fu lui a commettere. Chiaramente il ruolo di Clavica, nella situazione di degrado che si verificò nel 1777-78, non è valutabile con certezza.

Si può valutare, semmai, cosa accadde di preciso in quel parlamento del 28 marzo, dal momento che possediamo una testimonianza di indiscutibile valore: La Relazione del Parlamento del 28 marzo 1779 che Palumbo allegò in appendice alla prima edizione della sua Storia di Francavilla. Stando a quanto riportato in questo documento, il piano di Clavica era quello di far eleggere un solo razionale, per la precisione il suo sodale Giuseppe Gatti, al fine di falsificare i conti. La sera di domenica 28 marzo arrivò prima del previsto, ma Clavica aveva radunato rapidamente una marmaglia ben assortita di potenti locali, sgherri, fattucchieri. Si presentò, quindi, con questa folla di gentiluomini perché doveva convincere i vocali – gli aventi diritto al voto – ad eleggere un solo razionale, ché sarebbe stato più semplice fare i conti.

Il Consiglio, quindi, procedette alle operazioni di voto e da ballo in maschera, quale era iniziato, si trasformò presto in una bolgia infernale. Era tutto un fioccare di occhiatacce, insulti, accuse, bestemmie, mentre fuori dalla Chiesa Madre stava la Mano Nera francavillese, mista al popolo affamato, che si limitava a rumoreggiare. Proprio nel momento in cui le risate volgari e le bestemmie dei partitanti di Clavica iniziavano a piegare la volontà dei vocali più onesti, il cielo si aprì e lasciò cadere due fulmini. La prima saetta trapassò la cupola, colpì in pieno petto uno dei giannizzeri più giovani, Candita, “sedizioso e turbolente cittadino”, mentre l’altra girò vorticosamente attorno all’edificio ferendo la mano destra a dodici della stessa fazione. Il Consiglio fu sciolto – recita la relazione – “perché [furono] violentati gli votanti con ingiurie reali e verbali, e con minacce di rimoverli dalli loro rispettivi impieghi qualora non avessero eletto per razionale Giuseppe Gatti” e di lì a pochi giorni Clavica venne estromesso dai pubblici uffici.

In poco si sparse la voce che la Madonna aveva fulminato i prepotenti, risparmiando la folla, vittima della fame. L’episodio rimase a lungo impresso nella memoria dei francavillesi: quando, nel 1799, si dovettero mandare ottantotto soldati a combattere contro i francesi, le famiglie si votarono alla Madonna e chiesero a Ludovico delli Guanti di dipingere un quadro che rappresentasse il miracolo del fulmine. Chi entri nella Chiesa Madre sollevando lo sguardo alla controfacciata noterà un quadro molto grande. Il giovane Candita, proprio mentre sta arringando, è colpito da un fulmine, mentre la folla dei facinorosi è immersa nel muto terrore. Oggi quel quadro è in penombra, la luce lo evita e gli sguardi devono farsi acuti, attenti per poterlo ammirare. Nessuno conosce il fatto, tranne gli appassionati di storia locale.