Foto: Gabriele Fanelli

Sono sempre stato attratto dalle collezioni. Al di là del singolo oggetto scelto, credo che ci sia un fascino racchiuso in qualcosa che sta lì al suo posto e sai che ci starà per tanto tempo. Il motivo? Beh, immagino che ognuno abbia il suo, ma tendenzialmente credo sia un modo per tenere in fila i ricordi. Fissare delle date nella memoria grazie a determinate cose. Alcuni di noi ne hanno bisogno.

Durante la mia adolescenza iniziai un’esperienza da collezionista: lattine di bibite e bevande varie provenienti da tutto il mondo. Avevo addirittura una lattina di Coca Cola canadese, portatami da un amico ritornato da un viaggio dal Canada, appunto. Poi però le mie 134 lattine sparirono, a causa dello spazio non sufficiente e alla “prola” difficile da spolverare. Oggi mi accontento dei miei dischi, rigorosamente catalogati in ordine di anno di pubblicazione e, neanche a dirlo, per genere.

Ecco perché quando ho saputo che Tonino Delle Grazie colleziona una marea di cose da oltre 50 anni, non ho potuto resistere e ho voluto che mi mostrasse le sue meraviglie. Tutte catalogate, impaginate, incorniciate. Nulla di caotico, tutto nel suo ordine e immediatamente rintracciabile. Perché le collezioni devono avere un senso…

Casa tua è praticamente un covo di tesori. Da quanto tempo collezioni e da quanto tempo è iniziata questa passione?

Ho iniziato nel 1970. A dir la verità iniziò mio figlio con i francobolli, ma poi continuai io. Sono andato avanti con i mercatini, i negozi, facevo acquisti che mi piaceva e piace fare. Sono ricordi, come le semplici cartoline di amici che ti salutano. Una volta si faceva (sorride). Erano belle quelle cartoline con messaggi d’amore prestampati, con messaggi d’amore da inviare agli innamorati. C’era analfabetismo e non si sapeva scrivere, perciò queste cartoline erano molto utili. Era una cosa molto bella per me.

Foto: Gabriele Fanelli

Hai iniziato con i francobolli, ma poi quando hai capito che volevi espandere le tue collezioni?

Man mano che andavo avanti vedevo che nei mercatini c’erano le monete che mi attiravano e ho iniziato a prenderle. Poi mi sono abbonato all’Istituto Poligrafico della Zecca, del Vaticano e di San Marino e ogni volta mi inviavano le monete che uscivano. Così ho fatto anche con i francobolli. Le ultime monete che ho preso sono della Nutella, bianche rosse e verdi. Continuo a prendere tutte le novità.

Foto: Gabriele Fanelli

Riesci a dirmi che tipologia di oggetti collezioni?

Eh, sono tanti. Vediamo: schede telefoniche, monete, santini, carta moneta, tappi, bustine di zucchero, farfalle, distintivi, lamette, pennini, orologi a cipolla, le pagelle, tessere dei partiti, cartoline di Francavilla, fotografie di gruppo di classi elementari di una volta, biglietti della lotteria (giocati e non). Ho la prima uscita dei gratta e vinci con i monumenti di tutte le città italiane.

Foto: Gabriele Fanelli

La collezione a cui sei più legato?

Beh, la moneta e i francobolli. Sono le più importanti e sono quelle che ho portato avanti con soddisfazione. Le altre hanno valore, certo, ma da lì ho iniziato. Poi dietro al mondo della moneta ci sono dinamiche diverse, come la tiratura, il governatore che le ha timbrate, quanti anni sono state in circolazione, la conservazione. Da lì si riconosce il valore della moneta.

Ma anche a livello affettivo sono le più importanti?

Sì, ci tengo molto. Ogni tanto me le riguardo. Mi riportano indietro, sono la nostra storia. Ho 89 anni, ho vissuto tanta vita, la guerra, ho sofferto la fame, senza elettricità, senza Nutella (ride). Eppure eravamo felici, la povertà era una livella, ci si aiutava tutti. E le monete fanno parte di tutti questi cambiamenti.

Foto: Gabriele Fanelli

Si può dire che il collezionismo racconti il tuo desiderio di vivere e rivivere il passato?

Sì, io non vedevo l’ora che arrivasse la domenica per andare nei vari mercatini. Ceglie, Ostuni, Lecce, Martina Franca. A Francavilla ancora non si faceva nessun mercatino, così io e un altro mio amico decidemmo di crearne uno, in via Roma (25 anni fa, più o meno).

Foto: Gabriele Fanelli

Francavilla però non ti conosce solo per questo. Sei stato il Presidente di quale Associazione Sportiva?

L’Acli Dino Penazzato, che aveva la sede in via Regina Elena. Era un’associazione di pallavolo. Prendevamo i ragazzi dalla chiesa per farli giocare, e non avevamo ancora le divise. Io lavoravo a Taranto in Guardia di Finanza e riuscii poi a comprare 11 magliette. Abbiamo fatto un bel po’ di strada, dalla seconda divisione fino alla serie C1, in 20 anni. Da lì è venuto fuori Vincenzo Fanizza, per esempio. Poi, siccome la mia prima moglie si ammalò, lasciai tutto in mano ai giovani. Anche la squadra femminile ha fatto la Serie D. Quando tornavo da Taranto, alle 14, dopo un’ora aprivo la palestra e venivano i bambini di 6 anni. Avevo insegnanti di educazione fisica che portavano avanti gli allenamenti, dalle 13 alle 23, scaglionati per differenti età. Ricordo però con amarezza che il Comune ci ostacolava, per avere le palestre bisognava quasi fare l’elemosina. Avevamo quasi 1000 iscritti, è vero. Ma non c’era scopo di lucro. Avevamo una quota simbolica di qualche spiccio per pagare palloni e professori.

Collezionismo, pallavolo… ma so che hai anche una passione per la scrittura.

Quando sono entrato in Finanza la mia grafia era di quelle elementari. Trasferito in Sicilia, vidi un collega con una scrittura quasi mussoliniana, con coriandoli, arzigogolata. Lo invidiavo, era molto bella. Allora mi sono messo prima a imitarlo, per poi passare a battere a macchina per oltre 250 persone, prima in Sicilia e poi quando mi sono trasferito a Napoli. Da lì ho capito che era una cosa che mi piaceva fare.

Questa passione per il passato e per la scrittura ti ha portato a scrivere qualcosa di recente. 

Ho cominciato per scherzo, prendendo i nomi dall’elenco telefonico francavillese e dai cognomi ho creato una storia. Prima leggevo molto, dovevo farlo anche per addormentarmi. E ho iniziato ad appuntare cose interessanti. Da lì ho scritto alcuni libri, mai a scopo di lucro, poche copie da dare agli amici. Mi piaceva che li leggessero. Ho qualche libro scritto di cui non ho più copia (ride).

E la tua ultima creazione?

Ho riunito dei vocaboli francavillesi di cui poi spiego in italiano il significato. Ovviamente non è un dizionario né ha pretesa di essere un lavoro di linguistica, non sono uno studioso ma un amatore. Sono quasi 4000 parole, modi di dire, proverbi, tutti corredati con foto del tempo. Questa volta però ho deciso di farlo stampare per bene, dalla tipografia. Si chiama Francaidda, lu paisi mia.

Come mai ti è venuta in mente questa idea?

Molti francavillesi che sono fuori da tanto tempo hanno dimenticato cosa significano determinate parole. Ho due fratelli che vivono a Vicenza da 50 anni, hanno difficoltà a ricordare il francavillese. È un aiuto per chi non lo mastica quotidianamente. Me ne rendo conto anche su Facebook, in vari gruppi c’è sempre qualcuno che chiede cosa significhi qualche parola o modo di dire.

Ma è vero che c’è anche un Inferno Dantesco?

Sì, l’Inferno in dialetto francavillese.

…“Iu putia tinè nna cosa comu trentacinq’anni, mi chiamava Danti e eru nnu pueta, cussì mi paria ‘ntra lu suennu, quannu nnu ggiurnu, mentri stà circava li funci ti mucchiu, totta nna vota m’acchiai ‘ntra nnu voscu scuru e nno acchiava cchiù la strata cu assia”…

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