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Foto: Gabriele Fanelli

Quattro mesi fa, il 4 maggio, il Governo dava avvio alla fase di “convivenza col virus”, inaugurando quella che sarebbe stata un’estate da buttare nel cesso. Oggi la situazione è profondamente diversa da quella che i talk-show e i telegiornali hanno provato a immaginare, e quando le prime discoteche pugliesi hanno riaperto i battenti mi sono detto che in realtà non è cambiato nulla rispetto alla classica estate in Salento – fatto salvo il dietrofront del Governo di pochi giorni fa.  

Ho voluto intervistare Giorgia perché è una mia amica, e perché penso sia importante non dimenticare cosa abbiamo vissuto. Mentre noi cantavamo l’inno di Mameli al balcone (pochi giorni prima di piantarci gli ombrelloni a trenta centimetri di distanza), sono morte tragicamente tantissime persone e ci siamo angosciati come mai prima d’ora. E tutto questo sta succedendo ancora oggi, anche se ci ostiniamo a dire che abbiamo superato la fase critica. 

Prima di tutto voglio chiederti: quando hai deciso di diventare un’infermiera? Hai avuto la classica vocazione?

Vocazione mi sembra esagerato. Diciamo che sentivo una propensione verso la medicina, anche se l’infermieristica è tutta un’altra cosa. Non ho mai pensato di fare il medico perché credo sia un lavoro con delle responsabilità davvero eccessive, ma al tempo stesso volevo stare nel settore. Però, scusami, ti posso rispondere come se non mi stessi intervistando? 

Dovresti.

Io non volevo fare l’infermiera! Forse non mi sentivo pronta a dover curare i pazienti ma quando ho iniziato a studiare e, successivamente, quando sono entrata per la prima volta in ospedale, sono stata travolta da un grande entusiasmo. Col tempo però comprendi l’enorme divario tra quello che vorresti, quello che ti insegnano e quello che poi, effettivamente, dovrai fare una volta finiti gli studi. Stiamo parlando di tre cose estremamente diverse tra loro. 

Cosa hai fatto dopo la laurea?

Mi sono iscritta all’Albo e mi sono messa a cercare lavoro nel settore privato, per tentare la classica “scalata”. Ho partecipato a degli Avvisi Pubblici, dei bandi di concorso in cui rientri solo per esperienze pregresse e titoli ottenuti. Nel frattempo però ho iniziato a lavorare nelle Comunità di Riabilitazione Psichiatrica, per poi passare a una residenza socio-sanitaria assistenziale, dove finalmente ho iniziato a esercitare la mia professione. 

Perdonami, faccio un passo indietro. C’è un aspetto che mi ha incuriosito molto: a cosa ti riferisci precisamente quando parli della differenza tra come si dovrebbe svolgere questa professione e come invece viene fatta?

Nelle mie prime esperienze lavorative ho sofferto molto non poter fare pienamente quello per cui avevo studiato. La differenza è pratica: quando inizi a lavorare, ti scontri con un sistema basato su insegnamenti vecchi, ed è molto demotivante. Ma anche chi ha un approccio “vecchio” deve fare i conti col progresso del sistema sanitario, con gli aggiornamenti professionali e col modo di vedere la figura dell’infermiere, che oggi è molto diversa rispetto al passato. 

Come sei arrivata a lavorare in un ospedale pubblico?

Sentivo di voler fare carriera, quindi mi sono iscritta e ho conseguito un Master in Coordinamento infermieristico. Poi ho partecipato a nuovi avvisi pubblici a Taranto, Brindisi e Lecce. A Taranto ero molto più avanti in graduatoria e immaginavo che prima o poi avrebbe iniziato a scorrere. Rientrare in uno di questi posti significava per me iniziare finalmente a fare il mio lavoro senza compromessi, e infatti appena è arrivato il telegramma ero felicissima! 

Il telegramma? Dovevi partire in guerra?

No, in alcuni settori funziona così, credo forse in tutto il settore pubblico. Comunque quando vinci un concorso pubblico nel reparto ospedaliero ti arriva un vero e proprio telegramma a casa, via posta. In alcuni casi può anche arrivare una mail. 

Poi cosa è successo?

Dopo un ricalcolo dei punti, in cui praticamente hanno stracciato il mio posto in graduatoria e quello di molta altra gente – decidendo deliberatamente di non conteggiare le esperienze pregresse, come invece era previsto dal regolamento – è arrivato il mio momento e sono stata assunta dalla ASL di Taranto con un contratto di un anno. Tra l’altro mi ricordo il giorno incredibile in cui hanno comunicato i ricalcoli della graduatoria: c’era gente che arrivava da tutto il nord Italia, venuta per firmare l’assunzione, a cui invece hanno detto che la graduatoria era stata cambiata. C’erano persone che urlavano e facevano un casino impressionante! 

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Foto: Gabriele Fanelli

Arriviamo finalmente al momento in cui tu entri per la prima volta in un ospedale pubblico ed è da poco iniziata un’epidemia mondiale. Tempismo perfetto.

Ho iniziato a lavorare all’Ospedale San Giuseppe Moscati il 23 marzo. Il 24 marzo sono stata chiamata dal coordinatore di Pneumologia, che al telefono mi comunica che sono stata assegnata al suo reparto e che il giorno dopo avremmo iniziato trattando i malati di Covid. Pneumologia era organizzata su due piani, uno già avviato da qualche settimana e un altro – il sesto, dove avrei lavorato – che era in fase di allestimento.

Cos’hai pensato in quel momento?

Ero felicissima, te l’ho detto! Lì per lì non ero spaventata, perché finalmente stavo per fare quello che ho sempre voluto fare. Dentro di me sapevo che era quello che dovevo fare, e basta. Passata la fase iniziale di spavento, mi ripetevo spesso che avevo studiato per affrontare tutto questo e che adesso era arrivato il momento di metterlo in pratica. Però non potevo, anzi non potevamo, minimamente immaginare a cosa andavamo incontro. 

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Foto: Gabriele Fanelli

Com’è stato il primo giorno?

Ero in reparto con una ragazza che aveva iniziato assieme a me. C’era gente che andava da tutte le parti e quelli che passavano davanti a noi dicevano ogni volta una cosa diversa, tipo Fatele vestire oppure Oggi non entrano in reparto

Cosa significa “vestirsi”?

Vestirsi significa bardarsi completamente: tuta integrale, mascherina, cuffietta, calzari e  quello che i diversi protocolli prevedono. Tra l’altro, non è che esista un procedura universale di come bisogna vestirsi: ci sono delle direttive piuttosto ampie, che ogni struttura ha fatto sue e ha usato per costruire la propria procedura di vestizione e svestizione. A casa ho passato diverso tempo su YouTube a guardare i video delle procedure degli ospedali di Bologna, del Friuli e di altri posti. All’inizio avevo anche paura di sbagliare a togliermi i guanti, per esempio. 

Cosa è successo in reparto?

Il primo giorno ci hanno fatte vestire e siamo entrate in zona rossa, ma non nelle stanze. Già in quel momento avvertivo la tensione, anche se concretamente non stavamo facendo niente. Era tutto frenetico. Il secondo giorno un supervisore ci ha avvisati che avremmo dovuto fare un ricovero Covid. Sentivo le ginocchia tremare. Sapevo che stavo per assistere una persona che aveva qualcosa, ma non sapevamo ancora cosa, mentre la televisione parlava delle migliaia di morti e di quelli che lottavano per sopravvivere, attaccati ad un respiratore. Pensavo al fatto che lì, in quell’ospedale, era ricoverato il primo paziente pugliese assieme a sua moglie, e quindi mi dicevo “Se lui ha infettato sua moglie appena tornato a casa, io stasera a casa di sicuro infetto mia madre”. 

E dopo?

Una volta uscita, non puoi capire il malessere che mi sentivo addosso. Quella è stata anche la prima sera in cui ho dormito sola a casa di mia nonna, perché nel frattempo avevo ovviamente deciso di traslocare per salvaguardare la mia famiglia. È stata una nottata infernale e non ti nascondo che ho pianto tantissimo mentre tornavo a casa. 

Insomma, un primo giorno infernale. Ma voglio chiederti, a cosa ti riferisci quando parli di zona rossa?

In un ospedale Covid deve assolutamente esserci la suddivisione delle zone e dei percorsi, che sono separati da delle zone “filtro”, dove solitamente ci si veste o sveste. Ovviamente la zona rossa è quella totalmente contaminata, dove ci sono i casi di Covid. Quella bianca è quella “pulita”, semplicemente. Vuol dire che ci sono ascensori dedicati, corridoi dedicati, aree in cui bisogna fare estrema attenzione. Tutto quello che veniva usato nella zona rossa doveva assolutamente essere sanificato prima di essere portato fuori. Per farti un esempio: i referti degli esami eseguiti in reparto venivano inviati tramite mail a un computer che era nella zona bianca, a qualche metro di distanza in linea d’aria. 

Cosa hai pensato dopo il ricovero del primo paziente?

All’inizio avevo la tremarella. Non riuscivo a realizzare che si trattasse di pazienti come gli altri, che avevano solo una nuova malattia che dovevamo imparare a trattare. Nei primi ricoveri siamo stati aiutati dai medici e dai colleghi più anziani, ma più avanti ognuno di noi ha fatto la sua parte.

Ci sono stati dei decessi?

Sì. Il primo è quello che mi è rimasto più impresso: un uomo sulla cinquantina, che avrebbe potuto essere mio padre. Qualche giorno prima aveva parlato al telefono con la moglie, io ero vicina e aiutavo la moglie a capire cosa diceva perché con la maschera del ventilatore le sue parole erano incomprensibili. È morto pochi giorni dopo, in rianimazione, e a me non sembrava quasi vero.  

Ti sei occupata di altri decessi?

Sì, ma lo avevo già fatto in passato. La differenza è che ho dovuto farlo in modi totalmente nuovi.

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Foto: Gabriele Fanelli

In generale quali erano le condizioni di salute di chi veniva ricoverato?

C’era gente che stava molto male e che ha ventilato per tutta la degenza. Ventilare significa che non sei in grado di respirare da solo e hai bisogno di un supporto (invasivo o meno, a seconda dei casi). Nel mio reparto ci siamo occupati di pazienti in ventilazione non invasiva (il supporto alla respirazione è dato solitamente tramite maschere facciali, che forniscono ossigeno in concentrazioni elevate). In rianimazione, invece, la ventilazione era invasiva, e il flusso di ossigeno che eroga il ventilatore è legato alla situazione dei tuoi polmoni. Un paziente arrivato in condizioni critiche ci ha messo tre mesi per negativizzarsi e poter uscire dall’ospedale con le sue gambe, per farti capire i tempi dei trattamenti. 

Adesso ti chiedo una cosa che mi ha spaventato molto. Una sera, durante il lockdown, volevo mettermi un po’ di ansia addosso e sono andato a cercare il significato di “intubare un paziente”. È davvero così invasivo e terribile come lo immagino?

Assolutamente sì. Come può non essere invasivo un tubo nella gola di un paziente? Per arrivare a questa situazione significa che non sei minimamente nella condizione di poter respirare da solo, quindi hai bisogno di essere anche sedato per sopportarlo.

Ok, questo è più o meno tutto quello che è stata per te la vita in ospedale. Invece a casa com’è andata?

A casa non parlavo con nessuno di questa cosa. 

No, mi riferisco a quella che è stata poi la tua casa durante il lockdown.

Ah ecco, è diverso. Mentre ero in turno non vedevo l’ora di tornare a casa, ma poi una volta aperta la porta di casa soffrivo il fatto di essere da sola e di dover vivere in maniera arrangiata. 

In che senso “arrangiata”?

Ho vissuto per tutto il periodo in una casa semi-vuota. Ogni giorno passavo da mia madre, che mi faceva trovare fuori il pranzo o la cena. Avrei potuto anche comprarmi dei mobili, ma mi sembrava inutile perché sapevo che prima o poi sarei tornata a casa. Non voglio però che passi il messaggio: “Poveretta, a causa della pandemia ha dovuto vivere di stenti”. 

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Foto: Gabriele Fanelli

No, ma comunque come conseguenza della pandemia hai dovuto rinunciare alle tue comodità, che fossero il tuo letto o il tuo bagno.

Sì, ma ne ero consapevole. Questa cosa di non stare a casa con la mia famiglia un po’ mi ha aiutato, perché eliminava la paura di poterli contagiare e mi ha permesso di potermi sfogare come volevo. Quindi se mi andava di piangere lo facevo e basta. 

E per quanto riguarda i rapporti personali? Diciamo che sotto questo aspetto hai vissuto una situazione simile a quella degli altri, cioè non poter vedere i tuoi familiari o il tuo ragazzo.

Sì, ma questa cosa non mi è pesata più di tanto, mi sembrava piuttosto chiaro il motivo per cui lo stavo facendo. Però posso dirti che il 4 maggio, quando c’era la possibilità di uscire e incontrare i familiari, ero un po’ affranta perché non potevo ancora farlo per via del mio lavoro. Mi sono portata addosso questo magone fino a quando non ho avuto i risultati del tampone e del test sierologico: dopo aver ricevuto gli esiti (negativi), ho raccolto quelle quattro cose che avevo e sono tornata a casa mia. È stato bellissimo dormire nel mio letto, è stato bello sentirmi a casa e fare cose normali come stare con la mia famiglia. 

Ti sei mai trovata a pensare a quello che potrebbe succedere? Che questa catastrofe potrebbe ricominciare? Ti fa rabbia vedere tutta quella gente che fa finta di niente e pensa di poter vivere la sua vita normalmente?

Sì, mi è capitato di pensarlo. Lo penso ora, ma non provo rabbia perché ho superato questa fase. Sono del parere che è impossibile cambiare le opinioni delle persone, così come è difficile per me spiegare con le parole le emozioni che ho provato, e quanto male mi ha fatto quello che ho vissuto al lavoro. Non mi aspetto che la gente lo comprenda ma mi chiedo: se te lo stanno dicendo tutti, se te lo dicono i medici e altre persone competenti, come fai a ignorare tutto questo? 

Però almeno siete diventati eroi. Vi hanno battuto le mani, dedicato gli striscioni. Barbara D’Urso vi ha ringraziato ogni giorno.

Si è alzato un polverone solo perché stavamo fronteggiando una malattia sconosciuta: se il coronavirus diventasse una patologia comune, non saremmo più eroi per la gente? Sono eroi solo quelli che hanno salvato le vite? Tutti gli altri invece sono da scartare? In fondo non abbiamo fatto nulla di diverso da quello che facciamo di solito. Quindi, perché “eroi”? 

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