coronavirus francavilla fontana
Foto: Gabriele Fanelli

Terza settimana (22-28 marzo)
Domenica scorsa mi ha scritto Fabio. “Abito vicino a piazza Umberto I, di solito qui c’è sempre casino: macchine, clacson, voci, musica ad alto volume il sabato sera. Adesso c’è silenzio assoluto, riesco a sentire lo scorrere dell’acqua della fontana. È incredibile”.

Gli rispondo che dove abito io no, c’è sempre un po’ di traffico e continuo a sentire le voci dei vicini, i latrati dei loro cani. Se non bastasse, fino a prima dello stop più o meno totale delle attività, i lavori della casa qua di fronte andavano avanti come se nulla fosse – un continuo TTTRTRTRTTRTR, WOOOOOSH, KRPRPRRPRTRRGONG che lasciava piuttosto perplesso il mio cane.

Forse è un fatto di proporzioni: di solito il mio quartiere è più rumoroso del centro, almeno in certe ore, quindi il silenzio di questi giorni non può che essere relativo. O forse è che abito nel rione Musicisti: produrre musica, benché in forma di chiasso, da queste parti viene naturale.

Oltre ai vari Bellini e Puccini, forse bisognerebbe intitolare una via al rumorista Luigi Russolo o ai Sonic Youth: tutto sommato rispecchiano la musica che si suona in queste strade nella Francavilla contemporanea.

In generale, come dicevo nella prima puntata di questo diario, penso che questa città a pieno regime sia ben più rumorosa di quanto dovrebbe. L’inquinamento acustico non è meno dannoso di quello dell’aria.

A proposito di smart working: lavoro da casa da almeno sei anni, e quando passano i banditori è impossibile stare al telefono con un collaboratore o un committente. I vetri delle finestre vibrano da far paura per il volume, sembrano dover andare in frantumi da un momento all’altro.

Davvero, Claudia Turba è una mia amica e ovviamente adoro Gino Cafueri, ma quando passano le auto con gli altoparlanti che urlano PROSHOP o il nome di qualche supermercato finisco per detestare le loro voci.

Gli ambulanti che vendono frutta strillando BANANEMELEPEIRA hanno la mia simpatia antropologica, chiamiamola così, sembrano il segno di una civiltà contadina che tenta in tutti i modi di resistere alla modernità, ma non fanno che aumentare un rumore di fondo costante e implacabile. Un’inesauribile e ulteriore fonte di stress.

Sono aspetti della vita francavillese di prima che non mi mancano, insomma. Come non mi mancano le strette stritola-mano, gli abbracci e i baci sulla guancia con persone con cui non hai la giusta confidenza, lo stare squazzàti come sardine in scatola il sabato sera in certi punti della piazza.

A proposito di strette di mano e saluti: ieri sono tornato al presidio della Croce Rossa, e stavolta Franco mi ha riconosciuto. Con lui e con gli altri volontari abbiamo usato i gomiti, per salutarci.

Forse lascerei in uso questo saluto anche dopo l’emergenza. Se non altro perché rimanda al “dare di gomito”, che è un atto di confidenza particolarmente stretta tra due persone, e poi perché dà la giusta importanza a una parte del nostro corpo molto sottovaluta.

Io prima dell’inizio di questa storia non sapevo nemmeno di avere un gomito. In queste settimane non solo abbiamo imparato a usarlo per salutare, ma anche per proteggere gli altri, con l’incavo, dalla nostra tosse e dai nostri starnuti.

Adesso non so quando rivedrò Franco e gli altri della Croce Rossa. Mi piacerebbe tornare al presidio con una scusa qualsiasi. Da quelle parti, in piazza Dante, si respira una bella aria, c’è un sacco di gente che si dà da fare.

Ho visto anche un membro della giunta comunale dare una mano a scaricare pacchi di pasta e latte dal camion che rifornisce il presidio. Non faccio il nome della persona in questione perché non credo abbia voglia di pubblicizzare questa sua generosità, ma è stato un bel momento.

Ogni tanto penso al fatto che il 3 aprile è una data messa lì giusto per, e che le misure di contenimento andranno avanti ancora per un po’; penso all’Ad Tenebras, che quest’anno cade proprio quel giorno, alla processione dell’Addolorata che cerca il figlio e invece per una volta, abolita la processione, i ruoli finiranno con l’invertirsi: saranno i figli a cercare i padri, le madri e i nonni perduti nelle terapie intensive.

È un pensiero un po’ retorico, me ne rendo conto. Molti pensieri retorici attraversano la mia mente in questi giorni. A volte li respingo, altre li tengo per me, altre ancora li rendo pubblici. Ho abbassato la soglia della mia severità etica ed estetica, mi faccio andare bene frasi e immagini che di solito avrei respinto con fermezza, bollandole come imbarazzanti.

Comunque domenica scorsa c’era bel tempo, e dopo il messaggio di Fabio, a pomeriggio inoltrato, sono tornato sulla lamia. C’era questo tramonto rosso tuorlo in lontananza, e per una volta un po’ di silenzio – più o meno lo stesso delle domeniche d’estate, quando i francavillesi sono quasi tutti al mare e la città può respirare.

A un certo punto ho sentito suonare delle campane da una messa che ho immaginato lontana e deserta. Sono andate avanti a lungo, forse un po’ impetuose, certamente solenni; quando hanno smesso, un sacco di uccelli, appollaiati chissà dove in villa, hanno preso a cinguettare e a sbattere le ali all’unisono, come in un lungo applauso pieno di gratitudine. Questo non l’ho scritto a Fabio, glielo scrivo ora.

*

Seconda settimana (15-21 marzo)
In piazza Monumento non ci sono i nomi dei francavillesi caduti in guerra. C’è il monumento, ovviamente, ma mancano i nomi: credo che si tratti di una stranezza tutta francavillese.

In compenso all’imbocco con via Dante c’è la bacheca coi manifesti funebri. Una sorta di bacheca Facebook ante litteram, però per chi non c’è più, che si riaggiorna lentamente, regolarmente, ogni ventiquattro ore.

C’è una donna ferma davanti alla bacheca. Mi chiedo se cerca i nomi di potenziali vittime da Covid-19. Mi chiedo come e se cambierà guardare la bacheca coi morti del giorno, se quest’abitudine c’è anche altrove in Italia, tipo a Bergamo, a come dev’essere scorrere i nomi dei morti lassù, in queste settimane. Vado via, mi incammino verso casa, la mia passeggiata sta durando anche troppo.

Arrivo in piazza Dante, al presidio della Croce Rossa, con le ascelle che sudano da un pezzo. Fa caldo. Dato il deserto attorno, più che in quello che è stato il set de Un’avventura mi sembra di stare in quello di un film western. Ho la mascherina, saluto Angela sull’uscio del presidio della CRI, lei ricambia: ma non so se è solo per buona educazione o se mi ha riconosciuto davvero. Franco, che incontro di solito alle riunioni dell’ANPI invece no, mi guarda e chiede: chi sei?

Questa cosa del non riconoscersi per via delle mascherine crea qualche problema, per strada, ma ne risolve un altro. Normalmente a Francavilla ci sono delle persone con cui il saluto è sospeso: persone che abbiamo incontrato una volta e non sappiamo se quella volta è sufficiente a giustificare un ciao o un buonasera in futuro, altre che semplicemente ci stanno sul cazzo e allora aspettiamo che siano loro a salutare per prime, altrimenti niente.

In questi giorni non c’è più bisogno di guardare in un’altra direzione o tirare fuori il telefono per far finta di non aver visto gli altri: semplicemente gli altri non ti riconoscono o tu non riconosci loro. Amen.

Lascio la Croce Rossa con tre nuove mascherine in mano. Penso che forse dovrei nasconderle, che potrei essere rapinato per via di questi oggetti di colpo così importanti. Su via Roma, all’altezza del Panificio Lombardi, incontro Simone. Scherziamo sulla distanza di sicurezza facendo zompetti laterali. I saltelli sostituiscono il saluto, la chiacchiera che avremmo fatto di solito.

Queste danze più o meno involontarie sono l’ultimo ricordo che ho della vita sociale francavillese. Il Punto 97 è stato l’ultimo bar in cui ho messo piede prima del lockdown, forse – dico forse perché i ricordi del prima sono piuttosto confusi, in questo momento.

Un’intera comunità ghiacciata in un ultimo istante che dura per sempre.

Comunque, davanti alla cassa del Punto 97 ho improvvisato un balletto con un signore, dovuto ovviamente all’indecisione: chi c’era prima? Lì per lì mi ha fatto ridere, adesso non lo so.

Sempre su via Roma mi sento chiamare. “Ue’, maestro!”. Mi volto: è un uomo sulla cinquantina, in auto, ha abbassato il finestrino e indica la mia mano. “Addo’ l’ha pigghiato?”, chiede. Adesso scende, penso, mi aggredisce e addio mascherine. Là, rispondo, indicando piazza Dante, al presidio della Croce Rossa. L’uomo fa così con le dita, domanda quanto le ho pagate. Sono gratis, assicuro, lui chiede se ne sono certo, confermo, proseguo.

Sul viale, davanti alla farmacia, faccio slalom tra un paio di persone in fila. Raggiungo il tabacchi, devo fare scorta per i prossimi giorni. Per terra, nel locale, c’è una linea di nastro adesivo, per cui chiedo al ragazzo dietro al banco dove devo fermarmi. Tranquillo, fa lui, ma resto distante.

Quando torno fuori si è alzato un po’ di vento, tiro su il cappuccio del giubbotto. Sento della musica. Istintivamente guardo in alto, tra i tigli verdissimi, ma poi mi accorgo che viene da un’auto parcheggiata poco più in là. Dentro c’è un signore sui settanta, immobile, che ascolta il Bolero a tutto volume.

Mi fermo in prossimità dell’auto per ascoltare con lui, e nel frattempo osservo i pochi passanti, una signora affacciata alla finestra sul palazzo di fronte, un’altra che spazza sul balcone, il viale deserto. Penso a settembre, alla Festa Patronale, a Ravel suonato dalla banda insieme al maestro Krantja, a quanto piaceva a Dino quel momento della festa.

A un certo punto il signore abbassa il volume. Magari mi ha visto, e così conciato – mascherina e cappuccio – deve aver pensato che volessi rapinarlo. O semplicemente è che ho violato il suo momento di poesia quotidiana. Comprensibile, in ogni caso. Mi allontano, torno a casa.

Dopo la seconda settimana di chiusura la sensazione è quella di nuotare sott’acqua in una grotta buia, stretta, bassa. Quando la volta calcarea lo consente, alzandosi anche solo di mezzo metro, torniamo in superficie a prendere un po’ d’ossigeno. Per poi reimmergerci e continuare con l’apnea, verso l’esterno. Chissà quando ci arriveremo.

Questa mia passeggiata in cerca di mascherine e tabacco è stata la prima vera uscita dall’apnea in due settimane. Non sono la persona designata per la spesa nella mia famiglia, e così per il resto devo accontentarmi delle brevi sortite col cane. Molto brevi, perché al mio cane non piace uscire. Per Grace, la beagle di Valerio, non è così, come abbiamo raccontato su Facebook.

A spasso con Grace

Amiche e amici di Petrolio, lei è Grace. Una beagle di quasi 6 anni. Se ve lo state chiedendo, sì, è vera. Ché di questi tempi è sempre bene specificarlo. Da quando è cominciato il periodo di isolamento, Grace è ogni giorno l’unico motivo per il nostro Valerio di uscire dalle sue quattro mura. Per le sue necessità biologiche, diciamo così. Abbiamo pensato di filmare una sua passeggiata all’interno di un paese deserto. Grace è un cane abitudinario, fa quasi sempre lo stesso giro nel centro storico. Avrà intuito che qualcosa è cambiato?Bar chiusi, nessun odore di caffè e cornetti caldi. Pochissima gente in giro. Il rumore dell’acqua della fontana di Piazza Umberto I si sente anche da Palazzo Carissimo. Qualche macchina di tanto in tanto regala una parvenza di normalità. Grace si ferma spesso. E osserva.È un cane che non ha mai sopportato la confusione e i rumori la infastidiscono. Questo silenzio drammaticamente lungo deve metterla a proprio agio, fa quello che deve fare e riprende la via di casa. Ah, nessun bisogno fisiologico è rimasto per terra durante questa passeggiata. Come durante tutte le altre passeggiate di Grace 😉#alloraègrace

Pubblicato da Petrolio Magazine su Venerdì 20 marzo 2020

È stata la settimana in cui la colpa di tutta questa situazione sembrava di chi esce il cane, di chi va a correre o fa una passeggiata. È stata la settimana delle richieste dei nomi e dei cognomi dei contagiati, dell’invocazione dell’esercito, in ogni caso delle attese disattese.

È stata la settimana in cui per la prima volta mi sono chiesto: “E se toccasse a me, proprio a me, cosa farei, come mi comporterei?”. Ed è stata anche la settimana in cui per la prima volta ho parlato con una persona che temeva di essersi infettata, in un’altra città, in un’occasione in cui c’ero anch’io e altre persone a cui voglio bene.

La prima cosa che ho fatto è stata contare i giorni passati da quell’incontro, e poi esultare internamente perché erano abbastanza per essere fuori pericolo. La seconda è stata sentirmi in colpa perché ero fuori pericolo. La terza è stata scrivere alla persona che temeva di essersi infettata per provare, senza sapere bene cosa dire, a rincuorarla.

Stiamo esplorando parti di noi sepolte da tempo. Paure ancestrali, ma anche spirito di sopravvivenza, speranza, capacità di adattarci e organizzarci come gruppo rispetto a un nemico inconsapevole di essere tale, ma comunque comune.

Riscopriremo il senso del tragico, forse del sacro, anche se ho la sensazione che in una città come la nostra questi aspetti della vita umana non siano mai stati accantonati del tutto. Ci mancherà la Settimana Santa, ci scommetto che mancherà anche agli atei e ai laici, ci mancherà quell’essere mascherati per strada, integralmente, per espiare peccati realmente commessi, e non per evitare di compierne ancora.

*

Prima settimana (8-14 marzo)
Venerdì i miei vicini hanno mandato l’inno nazionale 48 volte. Non dico per dire, le ho contate: erano davvero 48. Il giorno dopo si sono attrezzati meglio, hanno montato una cassa vicino al portoncino, e via di nuovo con l’inno, Felicità, Il cielo è sempre più blu, Azzurro, bachata, musica da party. Del resto era sabato sera.

È una settimana che stiamo così. In tutta Italia. Se fa caldo – e in questi giorni sembrava primavera piena – ti manca uscire, soffri di più. Però puoi passare più tempo sul balcone. Come molti, nell’ultima settimana ho comunicato spesso con altra gente in terrazza, ho scoperto i volti di alcuni dei miei vicini. Mai visti prima d’allora.

Da lassù, dalla lamia, vedo e ascolto una città diversa. Meno rumorosa del solito – quant’è rumorosa Francavilla a pieno regime? – ma non meno viva. Discussioni tra familiari, bambini che cantano o piangono, telefonate ad alta voce, lo sbat-sbat-sbat dei tappeti ripuliti dalla polvere all’aria aperta.

Sempre dalla lamia vedo gente prendere il sole, correre, meditare. La cupola della Chiesa Madre in questi momenti diventa davvero un simbolo, perché grossomodo si vede da tutta la città. Dicono sia la cupola più alta del Salento. Non ho mai capito se questa cosa è vera, ma di certo è resa vera dall’emergenza.

E se fa freddo? Forse si rimpiange meno il dover stare a casa. Solitamente questo saliscendi climatico porta un sacco di raffreddori. Ma adesso non è il caso di ammalarsi. Per niente al mondo. In quest’attesa che le cose peggiorino e poi migliorino tutto sembra sospeso. Aspettiamo, tutto sommato diligenti.

Ma il saliscendi in questa prima settimana è stato anche emotivo. Oscilliamo tuttora tra due poli, dall’#andràtuttobene al #moriremotutti, con estrema facilità. Bandiere tricolori e arcobaleni sui balconi, e poi silenzio. Finché non torna l’equilibrio: andrà tutto bene se ci comportiamo tutti bene.

Certo è che nei primi giorni c’è stato un piccolo delirio, soprattutto con la notizia del primo contagio da Coronavirus – o Covid-19, o 19-n-CoV che dir si voglia – a Francavilla.

Le informazioni hanno viaggiato veloci, soprattutto su Whatsapp. Audio, foto, messaggi inoltrati da cittadini più o meno anonimi che si comportavano da vere e proprie testate giornalistiche: annunciavano, ritrattavano, smentivano. Una macchina inarrestabile. Un po’ di caccia all’untore, un po’ di rassicurazioni.

Abbiamo dato il peggio di noi, in alcuni casi, ma poi la situazione si è stabilizzata. Si stabilizzerà ancora di più con l’inevitabile aumento di casi in tutta la Puglia. Dovremo convivere con questa cosa ancora per un bel po’. I nostri comportamenti sui social, come quelli sociali (c’è differenza?), si adegueranno.

Forse capiremo una volta per tutte che i comportamenti individuali e quelli collettivi sono praticamente la stessa cosa. Sulle prime non è stato molto chiaro. Abbiamo visto soprattutto giovani andarsene in giro come se nulla fosse, è vero. E anche qui è scattata una polarizzazione tutto sommato artefatta: adulti contro ragazzi. Di fatto, gli ultimi a restare in giro sono stati soprattutto gli anziani.

Prima della chiusura della villa ho visto questo signore sull’ottantina. Gironzolava di panchina in panchina, a chiacchierare con altri anziani. Portava la mascherina abbassata. Ho pensato a un fatto estetico, all’abitudine di portare il casco slacciato dei ragazzi sugli scooter. Come se volesse fare lu uappo, insomma. Invece era per fumare.

Mentre andavo via l’ho visto da solo, seduto su una panchina all’uscita posteriore della villa, a tirare lunghe boccate, soddisfatto e stranito insieme. Come se fosse l’ultimo uomo rimasto sulla faccia della terra e non ci fosse di meglio da fare. Non l’ho biasimato, non del tutto. Poi il Comune ha chiuso la villa.

Molti bar e attività commerciali hanno deciso di chiudere subito, invece. È stata una scelta responsabile, forse più incisiva di tante altre in una città che ha una movida piuttosto intensa anche d’inverno. Pian piano tutta la popolazione cittadina ha deciso di limitare le uscite, poi di osservare strettamente le regole poste dai decreti.

Quante persone sapevano cos’era un decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, prima di questa disavventura? Impariamo continuamente cose nuove.

Ne stiamo reimparando anche altre, credo. Personalmente mi sono fatto questa idea: l’arrivo del virus ha funzionato come una guerra. Di conseguenza ci comportiamo come se ci fossimo, in guerra. Tanta tensione, ma anche più solidarietà. Nemmeno un mese fa l’avremmo chiamato buonismo. Ora è quello che è: piccole cose che ci fanno andare avanti, giorno per giorno.

E abbiamo preso anche nuove abitudini. Se il meteo lo consente, gli appuntamenti tra vicini su balconi e lamie diventano fissi. A un certo orario si telefona ad amici lontani o a gente che non si sente da tempo (o anche a gente che non si è mai sentita prima d’ora).

Poi c’è anche l’abitudine del bollettino delle 18 della Protezione Civile. Si aspettano i dati sui nuovi contagi come i voti sezione per sezione alle elezioni, come i risultati delle partite di calcio vent’anni fa, per commentarli via chat con amici e parenti.

Certo bisogna andarci piano, con le notizie. Le situazioni di emergenza portano sentimenti d’angoscia e nostalgia per la normalità, ma anche eccitazione per ogni nuovo aggiornamento, assuefazione a ogni piccola novità che potrebbe arrivare e cambiare lo scenario da un momento all’altro.

Alla lunga è faticoso, mentalmente faticoso: perdi lucidità, capacità di ragionare sulle cose. Dopo i primi tre giorni ho capito che bisogna dosare le energie mentali, specie nei momenti di calma apparente, per quando arriveranno le ore più difficili, in cui bisognerà verificare notizie o anche solo stare vicino agli altri. A turno tutti perdiamo colpi, e chi è più lucido deve provare a calmare chi sta scabinando.

A Petrolio abbiamo pensato molto a come muoverci in questa situazione. Sulle prime è stato relativamente facile: c’erano informazioni da dare, con urgenza, e le abbiamo date. Adesso è più complicato: vorremmo raccontare com’è Francavilla in questi giorni, ma non possiamo uscire, non possiamo incontrare altre persone, non possiamo girare troppo a lungo per scattare qualche foto o realizzare un video.

Ci manca stare in giro, soprattutto perché Petrolio è fatto per strada, a stretto contatto con le persone.

Ma è anche vero che nell’epoca dei social la città si racconta anche un po’ da sola. Ognuno è un piccolo Petrolio, se vogliamo: a parte i deliri e le fake news, abbondano anche i post, i video, le dirette e le storie Instagram che raccontano queste giornate infinite.

A meno che non vada perso per qualche ragione, un giorno potremo mettere insieme tutto questo materiale digitale e dire: questa era Francavilla (e l’Italia, e il mondo) nei mesi del Coronavirus. Sarà diverso rispetto al passato: quando scriviamo articoli sulla storia della città per Petrolio, in genere dobbiamo barcamenarci tra libri introvabili, voci inaffidabili e fonti non sempre accessibili.

Adesso la storia la stiamo facendo tutti noi, in tempo reale. Gli storici del futuro ringrazieranno, anche di fronte ai video più imbarazzanti e a quelli più noiosi. In questa prima settimana di lockdown, di chiusura italiana e cittadina, abbiamo visto molte cose divertenti, carine, interessanti. Prima di lasciarci ne segnaliamo una tra le tante: un live set di Franco Malagnino, storico dj francavillese.

Pubblicato da Franco Malagnino su Mercoledì 11 marzo 2020

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