coronavirus francavilla fontana
Foto: Gabriele Fanelli

Ultima settimana (26 aprile-3 maggio)
Scrivo, cancello e riscrivo queste righe di continuo, indeciso su come chiudere questo diario.

Credo che vada chiuso perché le parole della Fase 1 non saranno adatte per raccontare la Fase 2. Non potrà essere altrimenti: per quanto questa scansione delle nostre vite possa apparire ambigua, forse anche un po’ arbitraria, credo che bisognerà mettere in campo parole e idee nuove, per raccontare le prossime settimane.

Il pensiero nuovo genera sempre un po’ di angoscia. È normale. Nel frattempo ci vuole silenzio. Anche perché tutto lascia pensare che a partire da domani in giro ci sarà un po’ più di chiasso, di rumore di fondo.

“Oggi è domenica, domani si muore”, cantava qualcuno. Forse domani è il lunedì più lunedì della storia. Mi ricordo quando, soprattutto alle medie, avevo la febbre e restavo a casa per qualche giorno. Mi metteva sempre ansia tornare a scuola, in mezzo ai compagni di classe, nonostante i bollori e i dolori della febbre fossero finalmente passati.

In fondo in quarantena ci siamo sentiti protetti proprio come quando stiamo a casa da scuola, almeno i più fortunati. Ma è anche vero, come ha detto il presidente Conte, che il 4 maggio non è un “liberi tutti”, che la quarantena durerà ancora. Ancora meglio lo ha spiegato Massimiliano in una chat: “Questa è la settimana in cui la gente pensa che può tornare a fare i cazzi suoi e poi torna sulla terra”.

Probabile che andrà così. O magari al contrario governo, scienza e cittadini faranno ognuno il suo e riusciremo a limitare i danni. In settimana diversi bar e ristoranti di Francavilla hanno annunciato che non riapriranno, nonostante il nuovo DPCM li autorizzi in parte a farlo. Mi chiedo quanti di questi esercenti non riapriranno mai più, e che impatto avrà questa cosa sulla vita pubblica, oltre che sociale, di una città che vive praticamente nei bar.

Ieri invece c’è stato il mercato e credo sia stato davvero l’anticipo di quello che ci aspetta. Mai avrei pensato di farmi puntare una specie di pistola misura-febbre in fronte. Non a Francavilla, almeno.

Ma in generale tutto il centro, ieri mattina, sembrava pullulare di vita in maniera strana. C’era gente in fila un po’ dappertutto, più del solito. Ci si salutava, ci si riconosceva dopo due mesi di niente, si scambiava qualche parola raccolti in piccoli capannelli provvisori.

Scommetto che ognuno di noi pensava: “Questo è un assembramento? Sono abbastanza lontano dal mio interlocutore? E tu perché hai la mascherina abbassata?”. E poi si riprendeva a camminare, ognuno perso dietro alle sue commissioni.

A un certo punto ha iniziato a dolermi qui, verso la milza, come se stessi camminando da un’infinità di ore, tanto sono disabituato a gironzolare a piedi così a lungo.

In piazza Umberto I ho fatto caso a un dettaglio che mi era sfuggito le altre volte che ci sono passato nelle scorse settimane. Quaremma è ancora lì, in alto, seduta sotto la torre dell’orologio. La vecchina in nero era comparsa due mesi fa, come ogni anno dopo Carnevale, per farci compagnia fino a Pasqua. Nei primi giorni indossava una mascherina. Pietro Balsamo gliel’aveva fatta indossare, raccogliendo qualche polemica, per metterci in guardia: col virus non si scherza. Non eravamo ancora in lockdown.

Adesso Quaremma sembra un presagio del fatto che, sovrapposte per lungo tempo fino a inizio aprile, Quaresima e quarantena potrebbero continuare a coincidere anche nei prossimi mesi, con le loro privazioni e il loro senso d’attesa, di sofferenza.

Ma simbolica potrebbe apparire anche la sconcertante magrezza di alcune persone, che nonostante l’immobilità della quarantena hanno perso un bel po’ di chili. Tra queste anche il sindaco, con cui ho scambiato quattro chiacchiere al mercato. Anche se l’ho visto ogni giorno in diretta su Facebook, devo dire che dal vivo l’ho trovato piuttosto smagrito, con gli occhi stanchi e gonfi. Immagino non abbia dormito che un pugno d’ore, nelle ultime otto settimane.

È anche vero che a voler vedere simboli dappertutto si rischia di generare solo confusione. O meglio: nella confusione ogni dettaglio può assumere la forma della rivelazione, della possibilità di rappresentare qualcosa di più ampio e profondo. Non è quasi mai così.

Anche se poi, in piazza Marconi, ho visto un’altra cosa. Che non ho capito, se devo essere sincero. Davanti alle poste c’era la solita, composta fila di persone. Sulle panchine, come se nulla fosse, due adolescenti si abbracciavano e baciavano. Sul collo, sulla nuca, in bocca. Con la lingua! Forse avrei dovuto fermarli, o addirittura rimproverarli. Forse avrei dovuto impormi, da adulto, e dirgli non si fa, è sbagliato, ora via!, di corsa in quarantena, ognuno nella sua stanza.

Forse, forse, forse. Forza.
Sigla.

 

Settima settimana (20-25 aprile)
Scrivo queste righe a mezzogiorno del 25 aprile 2020. Stamattina ho guardato la diretta delle celebrazioni per il 75esimo anniversario della Liberazione su Facebook. Il sindaco, al Monumento, si è commosso. Intorno a lui poca gente, a distanza di sicurezza, e tanto silenzio tra una parola e l’altra.

Quindi ho deciso che dovevo uscire e andare a vedere di persona. L’ho fatto verso le 11. Mi è bastato qualche passo fuori da casa per capire che il mio desiderio di camminare in una Francavilla deserta si sarebbe finalmente realizzato.

Ieri no, c’era gente in giro. Un po’ di macchine, qualcuno in fila davanti ai supermercati. È strano: da un punto di vista sanitario, se vedi gente in giro ti allarmi; da un punto di vista sociale ti senti rassicurato, i francavillesi esistono ancora e ti sembra che tutto sia normale. Nelle prossime settimane bisognerà trovare un punto d’equilibrio, capire qual è il numero di persone che può stare in giro senza che la situazione degeneri – sotto nessun aspetto: sanitario, sociale, psicologico.

Tornando a oggi. Ogni tanto per strada incontro qualcuno che lava l’ingresso di una casa a piano terra, qualcun altro a spasso col cane. Lontano risuona una voce che augura buon 25 aprile a tutti i francavillesi, è la macchina che sta facendo girare l’ANPI. Non riconosco la voce maschile: non è Claudia Turba, ovviamente, ma neppure Gino Cafueri.

Nel centro storico incontro un uomo fermo davanti a un gatto arancione. Anche il gatto è fermo e guarda l’uomo. Credo che resteranno così per il resto della giornata. Più in là incrocio il Capitano, è sempre in gran forma e se ne va in giro con la mascherina parlottando tra sé e sé.

Quanti anni avrà adesso, il Capitano? Quasi ottanta, forse. Mi hanno raccontato che una volta è spuntato da chissà dove in una città di montagna, al nord. Era impiegato in una ditta di traslochi, lo hanno visto caricare e scaricare mobili indossando solo una t-shirt e dei pantaloni militari nonostante il freddo e la neve.

Il Capitano me lo ricordo anche al funerale di mio nonno. Si presentò a casa con un gilet di quelli sportivi, a mezze maniche pure quella volta, con i bicipiti abbronzati in bella mostra e il solito volto amaro e consumato di chi ha fatto una vita magra e randagia.

Il Capitano arrivò, si guardò intorno, firmò il registro, bofonchiò qualcosa sottalengua e se ne andò senza salutare nessuno.

Quando arrivo a destinazione fa caldissimo. Tolgo il giubbotto di pelle, abbasso la mascherina, accendo una sigaretta, guardo la corona di fiori. Basta fare mezzo giro intorno al Monumento per trovarci delle scritte con un pennarello nero. “Scemo chi legge”, leggo come uno scemo. Poi una merdina tipo emoticon, abbozzata appena.

Fino a qualche tempo fa, comunque, le scritte erano molte di più, il Monumento era tutto imbrattato con lo spray.

Quando qualcuno imbratta un monumento o un edificio storico non sai mai di chi è la colpa, non fino in fondo almeno – è forse di chi non conosce il valore e la storia che rappresenta quel cumulo di pietra e cemento, o di chi non ha saputo tramandarla? Non ho la risposta, né mi interessa darla in questo momento. Come qualche settimana fa mi attirano i morti nuovi, quelli sulla bacheca che riporta i decessi del giorno.

A Francavilla, da quel che so, non ci sono morti da Covid-19. Però su tutti i manifesti funebri, sotto i nomi dei defunti e dei familiari che li piangono, c’è la stessa implacabile dicitura: “A seguito del Decreto Ministeriale per le misure di contenimento del contagio del COVID-19, la salma verrà traslata presso il cimitero ove alla presenza dei soli famigliari riceverà una Benedizione”.

La riporto integralmente perché mi sembra una cosa che deve restare.

Oggi poi ho pensato a mio nonno. Ci penso ogni 25 aprile, ma non per via della Liberazione. Il fatto è che è il mio onomastico e qualcuno mi fa gli auguri. Ma il mio vero nome non è Marco, è Cataldo, che è appunto il nome di mio nonno. Cataldo Montanaro, per tutti Catuccio.

Catuccio fece la guerra, ovviamente. Mi raccontava spesso di quand’era stato in Albania. Tutto sommato gli andò bene, perché lo misero a badare ai cavalli, che amava (tra l’altro il 25 aprile, un tempo, a Francavilla si teneva la Fiera di San Marco, dedicata ai cavalli – ma questa è un’altra storia).

In Albania c’era un cavallo a cui Catuccio era particolarmente affezionato, si chiamava Bornella ed era un arabo bianco e nero, bello grosso. Quando ne parlava, a mio nonno si illuminavano gli occhi: quindi non gli ho mai chiesto che razza di nome fosse Bornella.

A parte Bornella, comunque, Catuccio al fronte non si trovava bene. “Non ho mai capito perché dovevo sparare a un altro cristiano solo perché portava una divisa diversa dalla mia” mi diceva, nonostante non avesse mai sparato un colpo in tutta la guerra. E forse proprio per non correre il rischio di doverne sparare, nel settembre 1943 approfittò di una licenza per provare a non tornare in Albania.

L’automutilazione era una pratica piuttosto diffusa, all’epoca. Così Catuccio si fece versare dell’acido nell’orecchio, per poi sottoporsi diligentemente alla visita che precedeva il ritorno al fronte. Fu fortunato e sfortunato insieme: nonostante fosse mezzo sordo la visita la passò, ma quando arrivò a Udine, da dove sarebbe dovuto ripartire per l’Albania, era ormai l’8 settembre. Prima di darsela a gambe, gli ufficiali italiani dissero a Catuccio e ai suoi commilitoni che potevano fare un po’ come gli pareva, tanto ormai sarebbe venuto giù tutto.

Mio nonno e altri due soldati pugliesi non desideravano altro che tornare a casa. Si incamminarono a piedi. Dopo qualche chilometro incontrarono i tedeschi, che si divertirono a sparargli tra i piedi per vederli saltellare come delle cavallette. Questa cosa Catuccio la raccontava ridendo. Ad ogni modo, a quel punto era chiaro che non si poteva proseguire con addosso le divise dell’esercito italiano. I tre soldati si spogliarono e proseguirono per diversi chilometri in canotta e mutande, finché non furono accolti in una masseria, dove gli fu dato da mangiare e regalato qualche vestito nuovo.

Il viaggio continuò in questo modo fino in Puglia: lunghe camminate e di tanto in tanto qualcuno che accoglieva i tre soldati sotto un tetto.

Era incredibile ascoltare questi racconti dalla viva voce di una persona che aveva vissuto esperienze simili. Senza contare che il sottofondo di queste storie era sempre una puntata di Walker Texas Ranger, che Catuccio guardava – per la verità senza troppa attenzione – ogni sera su Rete 4.

Alla fine dei racconti concludevo che forse c’era qualcuno più tosto di Chuck Norris, in giro, anche se non aveva mai sparato un colpo né menato nessuno.

Prima di tornare a casa passo dalla piazza. È deserta, a parte per un carlino sfuggito al padrone, poco più in là. Il canetto viene ad annusarmi le scarpe. I carlini sono di quelle bestie che vivono soffocandosi lentamente. Non sai mai se sono contenti di vederti o se sono sul punto di emettere un ultimo rantolo prima di tirare le cuoia.

Quando cane e padrone si allontanano, sparendo dietro l’angolo di corso Umberto, sono completamente da solo. Sento solo lo scorrere dell’acqua della fontana, e poi una voce femminile alle mie spalle: è insistente, anche se calma, quasi fredda. Mi giro per ascoltarla bene.

“Selezionare il vostro prodotto” dice. Poi ancora: “Selezionare il vostro prodotto”. E ancora. Devo dire al tizio del tabacchi di far sistemare il distributore automatico, penso, prima di incamminarmi verso casa.

Dalla Lamia Francavilla Coronavirus
Foto: Gabriele Fanelli

Sesta settimana (14-19 aprile)
L’altro giorno mi ritrovo davanti alla chiesetta del Cristo Crocifisso, dietro ai Padri. È aperta, dentro c’è un uomo seduto ai banchi in preghiera, con la mascherina.

Se la chiesa è aperta significa che è venerdì, penso, il che è una certezza non da poco in questo periodo – raramente so che giorno è, a volte faccio confusione anche con l’ora.

Aspetto che l’uomo esca, vorrei dargli un cinque guantato di lattice ma quando viene fuori mi limito ad aspettare che giri l’angolo e si allontani. Quindi entro e in silenzio cammino fino all’altare. Guardo Cristo in croce. Gli dico, dietro la mascherina: “Aaaaaascinni, coppa’! Viti ce pué fa, ca qua le cose stanno loffie”.

Ascinni, scendi, però può far pensare anche ad ascendi, e ormai Pasqua è passata da un pezzo. Mi correggo: “Nchiana, scinni, viti tu: ci siamo capiti. Basta ca fa ncunna cosa”.

Poi, per sicurezza, mi rivolgo anche alla mamma, l’Addolorata nella teca sulla destra: “Dincilo puru tu, per favore. Grazie”. Confido nel fatto che quei due abbiano un cuore grande, che sappiano ascoltare anche le parole di un non credente come il sottoscritto.

Tornando verso casa mi fermo in piazza. C’è qualche passante, qualcuno in fila al tabacchi da Oronzo, ma tutto sommato la zona è deserta. Faccio anch’io la fila: siccome è giorno di paga – sto lavorando più di prima, com’è possibile? – faccio scorta, nei prossimi giorni non voglio più uscire. Mentre Oronzo fa il conto

{Cinque pacchi di tabacco Chesterfield blu senza additivi
Dieci pacchi di Rizla grigie corte
Cinque pacchi di filtrini ultraslim}

…mentre Oronzo fa il conto, dicevo, sento i soldi nel mio portamonete che vanno giù facendo TTTRDDLIN come quando acquisti cibo e tonificante per cavalli negli store di Red Dead Redemption 2.

Non voglio più uscire perché ogni volta che esco mi prende un’angoscia, perché mi sembra di essere complice di un’allucinazione collettiva. Ma è chiaro che sto andando fuori di testa anch’io: mi manca persino la piazza affollata di sabato sera.

Sì, mi manca la chiassosissima movida francavillese con quegli assembramenti di giovinastri che per passarci in mezzo devi sgomitare e mentre li affronti ti fanno sentire vecchio, vecchio come i vecchi della piazza che scatarrano e si lamentano dell’assenza di bagni pubblici per tutto il pomeriggio, fin quando non tornano a casa perché gli scappa e non c’è dove farla.

Mi chiedo: in futuro ci saranno ancora i vecchi della piazza? Sarà ancora possibile scatarrare e sputare per terra? E poi: perché le panchine della piazza assomigliano a loculi di pietra, con tanto di lapide verticale in legno? Da un mese le panchine sono bardate col nastro bianco e rosso: un’invisibile polizia scientifica indaga su un crimine altrettanto invisibile, sulla sparizione dei francavillesi. In alto intanto vola un piccione solitario.

Non so se è più strano il nastro sulle panchine o quell’unico piccione nel cielo – misure di contenimento anche per loro? – senza che ci sia nessuno che voglia tirarlo giù a suon di bestemmie o fucilate, che poi certe nostre bestemmie sono fucilate ben più violente e dolorose di una schioppettata nel culo.

Quest’angoscia che provo è un pipistrello nero, nerissimo che si è appollaiato a testa in giù nel mio petto, al posto del cuore. Non vuole andare via, e non basta la luce bellissima di metà aprile per fargli chiudere gli occhietti e fargli smettere di fissarmi da laggiù, dove aspetta che io ceda e in un impeto di rabbia gli stacchi la testa a morsi come un Ozzy Osbourne fuori tempo massimo.

E questa luce, invece? Su via Roma, verso casa, non riesco quasi a tenere gli occhi aperti. Eppure passo tanto tempo sulla lamia, nel sole, come cantava Al Bano. Dev’essere la pietra dei palazzi e della pavimentazione di via Roma, dev’essere che rimbalza la luce solare dandole un’intensità maggiore, a cui sono ormai disabituato.

Comunque no, caro pipistrello nero nerissimo che mi stai appollaiato nel petto, può essere che io ceda all’angoscia ma non mi lascerò andare ad alcun impeto di rabbia nei tuoi confronti. Sai cosa farò, invece? Ti accudirò con tutte le attenzioni del caso, e poi quando questa storia sarà finita ti porterò nella chiesetta del Cristo Crocifisso e lì ti libererò, così che potrai volare fino al soffitto e appollaiarti a testa in giù accanto al Cristo in croce e chiedere a lui e alla mamma se poi hanno ascoltato le mie parole. Indovina quale sarà la risposta.

*

Quinta settimana (5-13 aprile)
La mattina di Pasqua fa caldo, le finestre sono tutte aperte o quasi. Si sentono le voci di chi prepara il pranzo, gli auguri da un balcone all’altro, i bambini che giocano in attesa di poter scartare e aprire le uova. Da qualche parte arriva un karaoke domestico, qualcuno canta: “Ah, la felicità / Non ricordo più che sapore ha / la felicità”.

Per strada la città è deserta come dovrebbe essere a Pasquetta.

A pensarci bene, una cosa che non mi manca rispetto alla vita fuori dalla quarantena è proprio questa, festeggiare il lunedì dell’Angelo. Di solito lo passo senza fare niente. Per diversi anni me ne sono andato in giro da solo in auto, nelle campagne fuori Francavilla, verso Ceglie, Oria o Carosino, per un’oretta o due al massimo, ascoltando musica.

Ho rivisto la campagna qualche giorno fa dopo un mese, quando sono andato a portare del cibo per animali a persone che hanno finito i soldi e che rischiano di non poter più sfamare le loro bestie.

Ho rivisto anche un cavallo che di solito se ne sta per gli affari suoi a brucare un prato, in una strada di campagna verso Cantagallo.

Ho sempre invidiato ad altri posti pugliesi la campagna pura, libera dalla presenza umana. Negli anni Francavilla ha inurbato un sacco di terra libera, portando asfalto e villette a molti chilometri dalla città. Bisogna fare parecchia strada per dimenticarsi dell’uomo, da queste parti.

Ho avuto l’impressione, tornando in campagna, di aver dimenticato cos’è la natura, o quantomeno il paesaggio naturale. E di conseguenza cos’è la realtà, almeno quella non domestica. Per essere più precisi, ho avuto l’impressione di un rovesciamento.

Osservando la natura, ho pensato di non appartenerle, ho avuto la sensazione che fosse la replica dei paesaggi che guardo su schermo, nelle foto e nei video su Instagram, in un film o in un videogioco, e che al contrario quella digitale fosse la mia realtà primaria, quella da cui provengo.

È la stessa cosa che penso sulla lamia, al tramonto. Guardo verso l’orizzonte e penso: dove l’ho già vista, questa scena? Dov’è l’originale?

In questi giorni siamo sommersi da contenuti digitali di ogni genere. Prima di tutto informazioni e aggiornamenti sul virus, ma anche film, video, dirette, foto, canzoni. Guarda questo! Ascolta quello! Passa questa quarantena con Netflix! Tutto il catalogo del museo della città X disponibile gratuitamente!

Si dice che chi può permettersi un abbonamento a questa o quella piattaforma streaming o un buon numero di libri sia fortunato, in questo periodo. Chi, insomma, può permettersi un certo tipo di consumi culturali, chi può permettersi di consumare storie.

Io non credo che sia così, non credo che il lusso sia avere delle opere di finzione cui credere o in cui trovare conforto o semplice intrattenimento. Quello lo può fare chiunque. Le storie e i canti popolari sono gratis, alla portata di tutti, anche nelle fasce più povere della popolazione.

Penso che il vero lusso sia confrontarsi con la realtà per quella che è. Questo lusso non ha a che fare col denaro, ma con la capacità e il desiderio di ascoltare sé stessi e il mondo circostante a prescindere dalle storie che ci raccontiamo per renderlo più sopportabile. È una cosa che costa fatica. Chi ha voglia di guardare la realtà per quella che è?

La realtà per quella che è, ad esempio, è una generazione – la mia, ma anche quella successiva – tristemente impoverita, che al massimo può consumare cultura ma non può permettersi una casa, per fare un esempio. Una generazione che non soffre solo lo sfruttamento, ma soprattutto una certa irrilevanza a livello sociale, economico e politico. Era così prima della pandemia, probabilmente lo sarà anche dopo. Anche a Francavilla.

Non credo che ci sarà un dopo completamente diverso dal prima, o che ci sarà una mutazione improvvisa. Credo che ci saranno degli smottamenti, dei cambiamenti graduali. In meglio o in peggio non lo so: non sono un apocalittico, penso che il mondo sta finendo da quando è iniziato, almeno nelle parole e nei toni degli apocalittici. Poi invece va avanti, con piccoli quanto inaspettati cambi di paradigma.

Se c’è qualcosa che mi turba, soprattutto rispetto ai miei coetanei, ma anche ai più giovani – in buona parte lontani da Francavilla, tra l’altro –, è la rassegnazione che deriva dall’irrilevanza di cui parlavo prima. Pensare che se il mondo va cambiato o semplicemente raddrizzato, questo cambiamento sarà sempre cura (o mancanza, e dunque colpa) di qualcun altro. Mi turba lo starsene con le mani in mano perché ormai sei abituato all’idea che va così.

Non è sempre andata così. Neppure qui. Se in passato, come amiamo raccontarci (appunto), Francavilla è stata una grande città, è successo perché qualcuno si è dato da fare. Ma se anche è stata pessima, è successo perché qualcuno ha fatto qualcosa che non funzionava. In ogni caso, meriti e demeriti non appartengono a una generazione di alieni che è arrivata in piazza, ha fatto quello che doveva fare e poi se n’è tornata sul suo pianeta. Solo ai dinosauri è toccato il lusso di estinguersi a causa di un asteroide.

Prima di scrivere queste righe sono tornato sulla lamia. Naturale o meno, il panorama di antenne, palazzi e altre lamie che avevo davanti mi è sembrato una distesa infinita, senza orizzonte. Il 3 maggio è lontano, il 3 maggio è vicino, il 3 maggio non cambierà niente, o forse sarà meglio se non è cambiato niente. Di sicuro abbiamo da percorrere una strada ancora in salita. Una volta in cima, dovremo sforzarci di osservare il paesaggio per quello che è. Per capire quanto è mutato, quanto può ancora mutare.

Quarta settimana (29 marzo-4 aprile)
L’altro giorno ero in fila davanti a un certo posto. Una delle rare uscite di questa settimana. C’era il sole che andava e veniva tra le nuvole, mi è sembrato di stare al mare in un giornata particolarmente ventosa. La fila procedeva a rilento perché il negoziante e un cliente, all’interno, si erano messi a parlare del più e del meno. Una vecchia abitudine quotidiana, probabilmente, riattizzata per un giorno.

Mentre aspettavo ho fatto caso a due persone poco più in là. Un uomo sulla cinquantina, con la mascherina abbassata sul collo e una Dreher in mano, e un ragazzo sulla trentina, col volto scoperto e le mani nascoste nelle tasche dei pantaloni della tuta. All’inizio ho pensato che fossero in fila anche loro. Invece no. Semplicemente stavano al sole a conversare, a poco più di un metro uno dall’altro, osservando il vuoto circostante.

La mia attesa andava per le lunghe, e così non ho trovato di meglio da fare che mettermi a origliare. Quella che segue è la conversazione di queste due persone per come la ricordo. A parlare per primo, in entrambe i frammenti che riporto, è l’uomo sulla cinquantina.

“Oe’, ci ti va fa nu panino ddà, deci euro nci volunu.”
“Però dice ca tene tutti cose. Ci va acchianno per esempio lu capitone o atri cosi ca l’altri no tenno…”
“Seh, tuttu chiù caro, tene! Na cosa di 40 centesimi, iddu la tene a n’euro. Ti shcaffa ncerti cuerpi, ti shcaffa…”
“Izza, è vero.”
“Oe’, trenta euro di spesa ddà, a n’atra vanna la fa cu vinti. Li stessi articoli, giuro.”
“Allora mi sa mi sa ca ti conviene cu va sulu ci tieni li buoni.”
“Piccé cuppà, all’atri vanni no mmàlono li buoni, scusa?”

[…]

“A fatto la domanda?”
“No la pozzu fa’, tegno la partita iva. Anzi grazie a mugghierema, almeno mo rrìa na malatia, mo n’atra, deci giurni qua, deci giurni ddà. Ieru amu chiamato do stae frama, mo zicca edda a fatia’, poi ziccu io.”
“Ca no a dittu ca tieni la partita iva?”
“None, agghia chiutere. Siccome agghiu quasi chiuso, mo vocu puru io do frama. Addà ziccuno prima li femmene, ad aprile, li masculi a maggio.”
“Ah, agghiu capito.”
“Ca poi stanno quiddi ca si n’approfittano.”
“Cìne?”
“Eh, quiddi ca dinno: mo mi pigghio puru lu reddito di cittadinanza. A capito?”
“Ah, ca no lu saccio! Simu strunzi, ca no sta facimo la domanda pi lu reddito.”
“No è ca siti strunzi, eti ca no la putiti fa’”.
“None, sumi strunzi nui, io e mama, ca no la facimu. A comu stae miso sierma, subbutu l’erana accettà, la domanda. Subbutu.”
“Eh, mi sa mi sa ca tieni rascione.”
“Eh, non è che lo diciamo noi, va’, i dottori che hanno seguito papà, lo dicono.”
“Ci mlu disse a me quannu tinìa la depressione, la dottoressa, cu fazzo la domanda, figuriti a sierda ca ancora no ci stae bueno. Sierda cu la depressione è zziccato, no?”
“Seh.”
“Ma mo li cristiani si li ricorda?”
“Ancora sì.”
“Be’, dai, è bueno.”
“Eh, ma po essere ca di nu momento all’altro no si ricorda chiù niente, non si sa comu vanno sti cose.”
“Matò, stava la nonna di n’amico mia, il figlio no lu canuscìa chiù quannu scìa a casa…”
“Quando arrivi a quel punto è loffia, coppà.”

A quel punto la fila si è estinta, toccava a me. Quando sono uscito dal negozio i due erano spariti. Volatilizzati, insieme al sole coperto definitivamente dalle nuvole.

So perfettamente che quello che ho raccontato potrebbe essere a tutti gli effetti un assembramento, anche se con solo due persone, e che dovrei condannarlo fermamente. Ma a che pro l’ennesima quota di indignazione, a che pro la delazione?

So anche che certi discorsi, riportati in dialetto, potrebbero risultare particolarmente patetici, in parte comici, o scatenare la solita retorica del popolo francavillese divertente e irriducibile.

Per me, questo dialogo è quello che è. Misuro la distanza tra me e queste persone e dalla loro condizione ed è sempre di un metro, proprio come quella di sicurezza. Stiamo tutti precipitati, o ci vuol poco a precipitare in una condizione di disagio. Quale che sia: economico, sociale, psichico.

Più semplicemente, per me questa conversazione è la prima tra sconosciuti che ascolto dal vivo dopo non so quanto. La prima, dopo un mese, senza che ci sia la tecnologia a fare da filtro, senza che ci siano Facebook o Whatsapp di mezzo. La prima in dialetto: la immagino a rappresentare la quarta settimana di chiusura di Francavilla come leggendola da un tempo futuro e lontano, come fosse un’iscrizione incompleta su un’antica tavoletta d’argilla che racconta una civiltà estinta da secoli.

Coronavirus Francavilla Fontana
Foto: Gabriele Fanelli

Terza settimana (22-28 marzo)
Domenica scorsa mi ha scritto Fabio. “Abito vicino a piazza Umberto I, di solito qui c’è sempre casino: macchine, clacson, voci, musica ad alto volume il sabato sera. Adesso c’è silenzio assoluto, riesco a sentire lo scorrere dell’acqua della fontana. È incredibile”.

Gli rispondo che dove abito io no, c’è sempre un po’ di traffico e continuo a sentire le voci dei vicini, i latrati dei loro cani. Se non bastasse, fino a prima dello stop più o meno totale delle attività, i lavori della casa qua di fronte andavano avanti come se nulla fosse – un continuo TTTRTRTRTTRTR, WOOOOOSH, KRPRPRRPRTRRGONG che lasciava piuttosto perplesso il mio cane.

Forse è un fatto di proporzioni: di solito il mio quartiere è più rumoroso del centro, almeno in certe ore, quindi il silenzio di questi giorni non può che essere relativo. O forse è che abito nel rione Musicisti: produrre musica, benché in forma di chiasso, da queste parti viene naturale.

Oltre ai vari Bellini e Puccini, forse bisognerebbe intitolare una via al rumorista Luigi Russolo o ai Sonic Youth: tutto sommato rispecchiano la musica che si suona in queste strade nella Francavilla contemporanea.

In generale, come dicevo nella prima puntata di questo diario, penso che questa città a pieno regime sia ben più rumorosa di quanto dovrebbe. L’inquinamento acustico non è meno dannoso di quello dell’aria.

A proposito di smart working: lavoro da casa da almeno sei anni, e quando passano i banditori è impossibile stare al telefono con un collaboratore o un committente. I vetri delle finestre vibrano da far paura per il volume, sembrano dover andare in frantumi da un momento all’altro.

Davvero, Claudia Turba è una mia amica e ovviamente adoro Gino Cafueri, ma quando passano le auto con gli altoparlanti che urlano PROSHOP o il nome di qualche supermercato finisco per detestare le loro voci.

Gli ambulanti che vendono frutta strillando BANANEMELEPEIRA hanno la mia simpatia antropologica, chiamiamola così, sembrano il segno di una civiltà contadina che tenta in tutti i modi di resistere alla modernità, ma non fanno che aumentare un rumore di fondo costante e implacabile. Un’inesauribile e ulteriore fonte di stress.

Sono aspetti della vita francavillese di prima che non mi mancano, insomma. Come non mi mancano le strette stritola-mano, gli abbracci e i baci sulla guancia con persone con cui non hai la giusta confidenza, lo stare squazzàti come sardine in scatola il sabato sera in certi punti della piazza.

A proposito di strette di mano e saluti: ieri sono tornato al presidio della Croce Rossa, e stavolta Franco mi ha riconosciuto. Con lui e con gli altri volontari abbiamo usato i gomiti, per salutarci.

Forse lascerei in uso questo saluto anche dopo l’emergenza. Se non altro perché rimanda al “dare di gomito”, che è un atto di confidenza particolarmente stretta tra due persone, e poi perché dà la giusta importanza a una parte del nostro corpo molto sottovaluta.

Io prima dell’inizio di questa storia non sapevo nemmeno di avere un gomito. In queste settimane non solo abbiamo imparato a usarlo per salutare, ma anche per proteggere gli altri, con l’incavo, dalla nostra tosse e dai nostri starnuti.

Adesso non so quando rivedrò Franco e gli altri della Croce Rossa. Mi piacerebbe tornare al presidio con una scusa qualsiasi. Da quelle parti, in piazza Dante, si respira una bella aria, c’è un sacco di gente che si dà da fare.

Ho visto anche un membro della giunta comunale dare una mano a scaricare pacchi di pasta e latte dal camion che rifornisce il presidio. Non faccio il nome della persona in questione perché non credo abbia voglia di pubblicizzare questa sua generosità, ma è stato un bel momento.

Ogni tanto penso al fatto che il 3 aprile è una data messa lì giusto per, e che le misure di contenimento andranno avanti ancora per un po’; penso all’Ad Tenebras, che quest’anno cade proprio quel giorno, alla processione dell’Addolorata che cerca il figlio e invece per una volta, abolita la processione, i ruoli finiranno con l’invertirsi: saranno i figli a cercare i padri, le madri e i nonni perduti nelle terapie intensive.

È un pensiero un po’ retorico, me ne rendo conto. Molti pensieri retorici attraversano la mia mente in questi giorni. A volte li respingo, altre li tengo per me, altre ancora li rendo pubblici. Ho abbassato la soglia della mia severità etica ed estetica, mi faccio andare bene frasi e immagini che di solito avrei respinto con fermezza, bollandole come imbarazzanti.

Comunque domenica scorsa c’era bel tempo, e dopo il messaggio di Fabio, a pomeriggio inoltrato, sono tornato sulla lamia. C’era questo tramonto rosso tuorlo in lontananza, e per una volta un po’ di silenzio – più o meno lo stesso delle domeniche d’estate, quando i francavillesi sono quasi tutti al mare e la città può respirare.

A un certo punto ho sentito suonare delle campane da una messa che ho immaginato lontana e deserta. Sono andate avanti a lungo, forse un po’ impetuose, certamente solenni; quando hanno smesso, un sacco di uccelli, appollaiati chissà dove in villa, hanno preso a cinguettare e a sbattere le ali all’unisono, come in un lungo applauso pieno di gratitudine. Questo non l’ho scritto a Fabio, glielo scrivo ora.

*

Seconda settimana (15-21 marzo)
In piazza Monumento non ci sono i nomi dei francavillesi caduti in guerra. C’è il monumento, ovviamente, ma mancano i nomi: credo che si tratti di una stranezza tutta francavillese.

In compenso all’imbocco con via Dante c’è la bacheca coi manifesti funebri. Una sorta di bacheca Facebook ante litteram, però per chi non c’è più, che si riaggiorna lentamente, regolarmente, ogni ventiquattro ore.

C’è una donna ferma davanti alla bacheca. Mi chiedo se cerca i nomi di potenziali vittime da Covid-19. Mi chiedo come e se cambierà guardare la bacheca coi morti del giorno, se quest’abitudine c’è anche altrove in Italia, tipo a Bergamo, a come dev’essere scorrere i nomi dei morti lassù, in queste settimane. Vado via, mi incammino verso casa, la mia passeggiata sta durando anche troppo.

Arrivo in piazza Dante, al presidio della Croce Rossa, con le ascelle che sudano da un pezzo. Fa caldo. Dato il deserto attorno, più che in quello che è stato il set de Un’avventura mi sembra di stare in quello di un film western. Ho la mascherina, saluto Angela sull’uscio del presidio della CRI, lei ricambia: ma non so se è solo per buona educazione o se mi ha riconosciuto davvero. Franco, che incontro di solito alle riunioni dell’ANPI invece no, mi guarda e chiede: chi sei?

Questa cosa del non riconoscersi per via delle mascherine crea qualche problema, per strada, ma ne risolve un altro. Normalmente a Francavilla ci sono delle persone con cui il saluto è sospeso: persone che abbiamo incontrato una volta e non sappiamo se quella volta è sufficiente a giustificare un ciao o un buonasera in futuro, altre che semplicemente ci stanno sul cazzo e allora aspettiamo che siano loro a salutare per prime, altrimenti niente.

In questi giorni non c’è più bisogno di guardare in un’altra direzione o tirare fuori il telefono per far finta di non aver visto gli altri: semplicemente gli altri non ti riconoscono o tu non riconosci loro. Amen.

Lascio la Croce Rossa con tre nuove mascherine in mano. Penso che forse dovrei nasconderle, che potrei essere rapinato per via di questi oggetti di colpo così importanti. Su via Roma, all’altezza del Panificio Lombardi, incontro Simone. Scherziamo sulla distanza di sicurezza facendo zompetti laterali. I saltelli sostituiscono il saluto, la chiacchiera che avremmo fatto di solito.

Queste danze più o meno involontarie sono l’ultimo ricordo che ho della vita sociale francavillese. Il Punto 97 è stato l’ultimo bar in cui ho messo piede prima del lockdown, forse – dico forse perché i ricordi del prima sono piuttosto confusi, in questo momento.

Un’intera comunità ghiacciata in un ultimo istante che dura per sempre.

Comunque, davanti alla cassa del Punto 97 ho improvvisato un balletto con un signore, dovuto ovviamente all’indecisione: chi c’era prima? Lì per lì mi ha fatto ridere, adesso non lo so.

Sempre su via Roma mi sento chiamare. “Ue’, maestro!”. Mi volto: è un uomo sulla cinquantina, in auto, ha abbassato il finestrino e indica la mia mano. “Addo’ l’ha pigghiato?”, chiede. Adesso scende, penso, mi aggredisce e addio mascherine. Là, rispondo, indicando piazza Dante, al presidio della Croce Rossa. L’uomo fa così con le dita, domanda quanto le ho pagate. Sono gratis, assicuro, lui chiede se ne sono certo, confermo, proseguo.

Sul viale, davanti alla farmacia, faccio slalom tra un paio di persone in fila. Raggiungo il tabacchi, devo fare scorta per i prossimi giorni. Per terra, nel locale, c’è una linea di nastro adesivo, per cui chiedo al ragazzo dietro al banco dove devo fermarmi. Tranquillo, fa lui, ma resto distante.

Quando torno fuori si è alzato un po’ di vento, tiro su il cappuccio del giubbotto. Sento della musica. Istintivamente guardo in alto, tra i tigli verdissimi, ma poi mi accorgo che viene da un’auto parcheggiata poco più in là. Dentro c’è un signore sui settanta, immobile, che ascolta il Bolero a tutto volume.

Mi fermo in prossimità dell’auto per ascoltare con lui, e nel frattempo osservo i pochi passanti, una signora affacciata alla finestra sul palazzo di fronte, un’altra che spazza sul balcone, il viale deserto. Penso a settembre, alla Festa Patronale, a Ravel suonato dalla banda insieme al maestro Krantja, a quanto piaceva a Dino quel momento della festa.

A un certo punto il signore abbassa il volume. Magari mi ha visto, e così conciato – mascherina e cappuccio – deve aver pensato che volessi rapinarlo. O semplicemente è che ho violato il suo momento di poesia quotidiana. Comprensibile, in ogni caso. Mi allontano, torno a casa.

Dopo la seconda settimana di chiusura la sensazione è quella di nuotare sott’acqua in una grotta buia, stretta, bassa. Quando la volta calcarea lo consente, alzandosi anche solo di mezzo metro, torniamo in superficie a prendere un po’ d’ossigeno. Per poi reimmergerci e continuare con l’apnea, verso l’esterno. Chissà quando ci arriveremo.

Questa mia passeggiata in cerca di mascherine e tabacco è stata la prima vera uscita dall’apnea in due settimane. Non sono la persona designata per la spesa nella mia famiglia, e così per il resto devo accontentarmi delle brevi sortite col cane. Molto brevi, perché al mio cane non piace uscire. Per Grace, la beagle di Valerio, non è così, come abbiamo raccontato su Facebook.

A spasso con Grace

Amiche e amici di Petrolio, lei è Grace. Una beagle di quasi 6 anni. Se ve lo state chiedendo, sì, è vera. Ché di questi tempi è sempre bene specificarlo. Da quando è cominciato il periodo di isolamento, Grace è ogni giorno l’unico motivo per il nostro Valerio di uscire dalle sue quattro mura. Per le sue necessità biologiche, diciamo così. Abbiamo pensato di filmare una sua passeggiata all’interno di un paese deserto. Grace è un cane abitudinario, fa quasi sempre lo stesso giro nel centro storico. Avrà intuito che qualcosa è cambiato?Bar chiusi, nessun odore di caffè e cornetti caldi. Pochissima gente in giro. Il rumore dell’acqua della fontana di Piazza Umberto I si sente anche da Palazzo Carissimo. Qualche macchina di tanto in tanto regala una parvenza di normalità. Grace si ferma spesso. E osserva.È un cane che non ha mai sopportato la confusione e i rumori la infastidiscono. Questo silenzio drammaticamente lungo deve metterla a proprio agio, fa quello che deve fare e riprende la via di casa. Ah, nessun bisogno fisiologico è rimasto per terra durante questa passeggiata. Come durante tutte le altre passeggiate di Grace 😉#alloraègrace

Pubblicato da Petrolio Magazine su Venerdì 20 marzo 2020

È stata la settimana in cui la colpa di tutta questa situazione sembrava di chi esce il cane, di chi va a correre o fa una passeggiata. È stata la settimana delle richieste dei nomi e dei cognomi dei contagiati, dell’invocazione dell’esercito, in ogni caso delle attese disattese.

È stata la settimana in cui per la prima volta mi sono chiesto: “E se toccasse a me, proprio a me, cosa farei, come mi comporterei?”. Ed è stata anche la settimana in cui per la prima volta ho parlato con una persona che temeva di essersi infettata, in un’altra città, in un’occasione in cui c’ero anch’io e altre persone a cui voglio bene.

La prima cosa che ho fatto è stata contare i giorni passati da quell’incontro, e poi esultare internamente perché erano abbastanza per essere fuori pericolo. La seconda è stata sentirmi in colpa perché ero fuori pericolo. La terza è stata scrivere alla persona che temeva di essersi infettata per provare, senza sapere bene cosa dire, a rincuorarla.

Stiamo esplorando parti di noi sepolte da tempo. Paure ancestrali, ma anche spirito di sopravvivenza, speranza, capacità di adattarci e organizzarci come gruppo rispetto a un nemico inconsapevole di essere tale, ma comunque comune.

Riscopriremo il senso del tragico, forse del sacro, anche se ho la sensazione che in una città come la nostra questi aspetti della vita umana non siano mai stati accantonati del tutto. Ci mancherà la Settimana Santa, ci scommetto che mancherà anche agli atei e ai laici, ci mancherà quell’essere mascherati per strada, integralmente, per espiare peccati realmente commessi, e non per evitare di compierne ancora.

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Prima settimana (8-14 marzo)
Venerdì i miei vicini hanno mandato l’inno nazionale 48 volte. Non dico per dire, le ho contate: erano davvero 48. Il giorno dopo si sono attrezzati meglio, hanno montato una cassa vicino al portoncino, e via di nuovo con l’inno, Felicità, Il cielo è sempre più blu, Azzurro, bachata, musica da party. Del resto era sabato sera.

È una settimana che stiamo così. In tutta Italia. Se fa caldo – e in questi giorni sembrava primavera piena – ti manca uscire, soffri di più. Però puoi passare più tempo sul balcone. Come molti, nell’ultima settimana ho comunicato spesso con altra gente in terrazza, ho scoperto i volti di alcuni dei miei vicini. Mai visti prima d’allora.

Da lassù, dalla lamia, vedo e ascolto una città diversa. Meno rumorosa del solito – quant’è rumorosa Francavilla a pieno regime? – ma non meno viva. Discussioni tra familiari, bambini che cantano o piangono, telefonate ad alta voce, lo sbat-sbat-sbat dei tappeti ripuliti dalla polvere all’aria aperta.

Sempre dalla lamia vedo gente prendere il sole, correre, meditare. La cupola della Chiesa Madre in questi momenti diventa davvero un simbolo, perché grossomodo si vede da tutta la città. Dicono sia la cupola più alta del Salento. Non ho mai capito se questa cosa è vera, ma di certo è resa vera dall’emergenza.

E se fa freddo? Forse si rimpiange meno il dover stare a casa. Solitamente questo saliscendi climatico porta un sacco di raffreddori. Ma adesso non è il caso di ammalarsi. Per niente al mondo. In quest’attesa che le cose peggiorino e poi migliorino tutto sembra sospeso. Aspettiamo, tutto sommato diligenti.

Ma il saliscendi in questa prima settimana è stato anche emotivo. Oscilliamo tuttora tra due poli, dall’#andràtuttobene al #moriremotutti, con estrema facilità. Bandiere tricolori e arcobaleni sui balconi, e poi silenzio. Finché non torna l’equilibrio: andrà tutto bene se ci comportiamo tutti bene.

Certo è che nei primi giorni c’è stato un piccolo delirio, soprattutto con la notizia del primo contagio da Coronavirus – o Covid-19, o 19-n-CoV che dir si voglia – a Francavilla.

Le informazioni hanno viaggiato veloci, soprattutto su Whatsapp. Audio, foto, messaggi inoltrati da cittadini più o meno anonimi che si comportavano da vere e proprie testate giornalistiche: annunciavano, ritrattavano, smentivano. Una macchina inarrestabile. Un po’ di caccia all’untore, un po’ di rassicurazioni.

Abbiamo dato il peggio di noi, in alcuni casi, ma poi la situazione si è stabilizzata. Si stabilizzerà ancora di più con l’inevitabile aumento di casi in tutta la Puglia. Dovremo convivere con questa cosa ancora per un bel po’. I nostri comportamenti sui social, come quelli sociali (c’è differenza?), si adegueranno.

Forse capiremo una volta per tutte che i comportamenti individuali e quelli collettivi sono praticamente la stessa cosa. Sulle prime non è stato molto chiaro. Abbiamo visto soprattutto giovani andarsene in giro come se nulla fosse, è vero. E anche qui è scattata una polarizzazione tutto sommato artefatta: adulti contro ragazzi. Di fatto, gli ultimi a restare in giro sono stati soprattutto gli anziani.

Prima della chiusura della villa ho visto questo signore sull’ottantina. Gironzolava di panchina in panchina, a chiacchierare con altri anziani. Portava la mascherina abbassata. Ho pensato a un fatto estetico, all’abitudine di portare il casco slacciato dei ragazzi sugli scooter. Come se volesse fare lu uappo, insomma. Invece era per fumare.

Mentre andavo via l’ho visto da solo, seduto su una panchina all’uscita posteriore della villa, a tirare lunghe boccate, soddisfatto e stranito insieme. Come se fosse l’ultimo uomo rimasto sulla faccia della terra e non ci fosse di meglio da fare. Non l’ho biasimato, non del tutto. Poi il Comune ha chiuso la villa.

Molti bar e attività commerciali hanno deciso di chiudere subito, invece. È stata una scelta responsabile, forse più incisiva di tante altre in una città che ha una movida piuttosto intensa anche d’inverno. Pian piano tutta la popolazione cittadina ha deciso di limitare le uscite, poi di osservare strettamente le regole poste dai decreti.

Quante persone sapevano cos’era un decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, prima di questa disavventura? Impariamo continuamente cose nuove.

Ne stiamo reimparando anche altre, credo. Personalmente mi sono fatto questa idea: l’arrivo del virus ha funzionato come una guerra. Di conseguenza ci comportiamo come se ci fossimo, in guerra. Tanta tensione, ma anche più solidarietà. Nemmeno un mese fa l’avremmo chiamato buonismo. Ora è quello che è: piccole cose che ci fanno andare avanti, giorno per giorno.

E abbiamo preso anche nuove abitudini. Se il meteo lo consente, gli appuntamenti tra vicini su balconi e lamie diventano fissi. A un certo orario si telefona ad amici lontani o a gente che non si sente da tempo (o anche a gente che non si è mai sentita prima d’ora).

Poi c’è anche l’abitudine del bollettino delle 18 della Protezione Civile. Si aspettano i dati sui nuovi contagi come i voti sezione per sezione alle elezioni, come i risultati delle partite di calcio vent’anni fa, per commentarli via chat con amici e parenti.

Certo bisogna andarci piano, con le notizie. Le situazioni di emergenza portano sentimenti d’angoscia e nostalgia per la normalità, ma anche eccitazione per ogni nuovo aggiornamento, assuefazione a ogni piccola novità che potrebbe arrivare e cambiare lo scenario da un momento all’altro.

Alla lunga è faticoso, mentalmente faticoso: perdi lucidità, capacità di ragionare sulle cose. Dopo i primi tre giorni ho capito che bisogna dosare le energie mentali, specie nei momenti di calma apparente, per quando arriveranno le ore più difficili, in cui bisognerà verificare notizie o anche solo stare vicino agli altri. A turno tutti perdiamo colpi, e chi è più lucido deve provare a calmare chi sta scabinando.

A Petrolio abbiamo pensato molto a come muoverci in questa situazione. Sulle prime è stato relativamente facile: c’erano informazioni da dare, con urgenza, e le abbiamo date. Adesso è più complicato: vorremmo raccontare com’è Francavilla in questi giorni, ma non possiamo uscire, non possiamo incontrare altre persone, non possiamo girare troppo a lungo per scattare qualche foto o realizzare un video.

Ci manca stare in giro, soprattutto perché Petrolio è fatto per strada, a stretto contatto con le persone.

Ma è anche vero che nell’epoca dei social la città si racconta anche un po’ da sola. Ognuno è un piccolo Petrolio, se vogliamo: a parte i deliri e le fake news, abbondano anche i post, i video, le dirette e le storie Instagram che raccontano queste giornate infinite.

A meno che non vada perso per qualche ragione, un giorno potremo mettere insieme tutto questo materiale digitale e dire: questa era Francavilla (e l’Italia, e il mondo) nei mesi del Coronavirus. Sarà diverso rispetto al passato: quando scriviamo articoli sulla storia della città per Petrolio, in genere dobbiamo barcamenarci tra libri introvabili, voci inaffidabili e fonti non sempre accessibili.

Adesso la storia la stiamo facendo tutti noi, in tempo reale. Gli storici del futuro ringrazieranno, anche di fronte ai video più imbarazzanti e a quelli più noiosi. In questa prima settimana di lockdown, di chiusura italiana e cittadina, abbiamo visto molte cose divertenti, carine, interessanti. Prima di lasciarci ne segnaliamo una tra le tante: un live set di Franco Malagnino, storico dj francavillese.

Pubblicato da Franco Malagnino su Mercoledì 11 marzo 2020

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