Foto: Gabriele Fanelli

Freddo a parte, il sole è lo stesso dell’anno scorso. Una luce assai generosa ci illude che la primavera sia alle porte. Proprio come nei primi giorni del lockdown di marzo 2020. Eppure so, come tutti i francavillesi, che la parte più calda dell’anno è ancora lontana. Di solito c’è da aspettare che passi il periodo di penitenza, non a caso, della Settimana Santa. Che però, anche in questo secondo anno di pandemia, non ci sarà.

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Me lo chiedo spesso: Francavilla esisterà ancora dopo la pandemia? La domanda è retorica. E la risposta è sì, certo che sì. Resta però l’incognita: che forma avrà una città come la nostra, quando tutto sarà finito? Proviamo a ipotizzare qualcosa partendo dalla forma che la città ha adesso. Una forma strettamente imparentata con quella che aveva prima.

Ma che significa “prima” e “dopo” la pandemia?

“La pandemia non è un’interruzione di corrente.” Lo ha detto Mario Draghi presentandosi in Senato. “Non c’è un prima e un dopo e poi torna la luce” ha aggiunto il Presidente del Consiglio. “Il Paese uscirà profondamente cambiato da questa esperienza”.

Ho però la sensazione che a Francavilla (come a livello nazionale, del resto) si tenda a pensare che sarà proprio così che andrà: tutto tornerà come prima. Prima o poi, la luce tornerà a rischiarare le nostre vite.

Si tratta di una comprensibile quanto naturale reazione a uno stato di cose molto confuse. Sotto gli occhi, ogni giorno, abbiamo però un paesaggio cittadino gradualmente ma estremamente mutato. Partiamo dalla cimacima, come suol dirsi.

Francavilla è una città commerciale: sembra ormai una formula vuota, il più trito dei luoghi comuni. Ma in fondo è la definizione più comoda che abbiamo a disposizione per raccontare la nostra città.

Ebbene, dall’inizio della pandemia abbiamo visto diverse attività commerciali chiudere, altre cambiare (o provare a farlo) per sopravvivere, altre addirittura hanno provato ad aprire con alterne fortune. Con tutto ciò che ne consegue.

Persone che hanno perso reddito, altre che si sono indebitate, altre che sono uscite dal mercato del lavoro per non farvi più ritorno o che nel migliore dei casi restano sospese in attesa che cambi qualcosa. In un contesto in cui più in generale lo sviluppo – o anche solo un’idea di sviluppo – è al palo da almeno un paio di decenni.

Questo a sua volta ha un forte impatto anche sulla vita pubblica e sociale della città. Che paradossalmente resta legata al consumo. Quel poco che si può uscire, incontrare altre persone, discutere dal vivo, è consentito solo per consumare. Fare la spesa, andare al bar, eccetera. Intanto gli spazi pubblici – dalla villa a qualsiasi sede associativa, ricreativa o culturale – restano per lo più chiusi.

E consumare lo si continua a fare, altro paradosso, nel modo in cui lo si è sempre fatto. Ossia nel modo in cui si potrà fare sempre meno in futuro: in automobile, intasando di traffico e inquinamento (anche acustico) il centro storico e grossa parte delle sue diramazioni verso le periferie.

Parlando di vita pubblica e sociale c’è poi quella dei giovani, che per lo più si svolge nell’oscurità. Per oscurità intendo le viuzze del centro o dei quartieri meno illuminati, ma anche il buio in cui sprofonda ogni discorso sulla popolazione giovanile della città.

La vita sociale dei giovani era oggetto di condanna anche prima della pandemia. Ma di fatto ragazze e ragazzi vivono, a modo loro, una Francavilla che hanno ereditato come disegnata sul consumo massificato, fatto di quantità più che di qualità. Allo stesso tempo i giovani sanno tradire quest’idea di città, incontrandosi anche senza la scusa del bar o del distributore automatico (occhio: “le macchinette” si stanno mangiando il centro storico, e non solo, e forse sono il simbolo dell’intero discorso che sto provando a fare).

La gestione della vita sociale della popolazione giovanile apre poi ad altre due questioni piuttosto calde. La prima è la trasformazione digitale di cui tanto si parla anche a livello nazionale. Ogni discorso in quest’ambito incontra uno scoglio insormontabile nel momento stesso in cui vediamo in che condizioni ragazze e ragazzi si ritrovano a studiare. La didattica a distanza, allo stato attuale, è semplicemente un’infamia, tanto per la scarsa diffusione di device digitali quanto per la scarsa affidabilità delle nostre connessioni.

Seconda questione: l’emigrazione. Se nel corso del primo anno di pandemia abbiamo assistito, anzi quasi celebrato il ritorno a casa di tanti fuorisede, temo che con la ripartenza la questione si farà ancora più complessa di prima.

Il ritorno nella città natale di questi mesi racconta spesso un doppio, drammatico fallimento di progetto di vita personale: l’impossibilità di realizzarsi tanto qui, motivo per cui si è “fuggiti”, che altrove, dove non si trova più conveniente continuare a lavorare o studiare per via della pandemia.

Ultimamente si parla molto di crisi del modello della grande città.  Attorno a questa presunta crisi si è costruito persino il mito, che tale rimane, del south working (come se, per qualche strano incantesimo, il virus non potesse diffondersi a sud di Roma).

Personalmente credo poco a questi discorsi. Al contrario, mi pare quasi scontato che quando usciremo da tutta questa storia i più forti saranno ancora più forti, le grandi città e le regioni più ricche ancora più attrattive, e il processo di svuotamento delle regioni meridionali ancora più marcato e inarrestabile. Il tutto inscritto in una più ampia cornice di emigrazione nazionale verso l’estero.

Con queste poche righe non intendo tracciare un quadro esaustivo di una situazione assai complessa a livello globale. Semplicemente, vorrei suggerire che mentre il mondo uscirà trasfigurato dalla pandemia (in modo migliore o peggiore, è da vedere), a livello locale non si può aspettare con le mani in mano. Il cambiamento ci verrà imposto dalla storia, per così dire, e bisognerà pur chiedersi che parte avremo noi per quel che ci tocca più da vicino.

Allo stesso tempo, con queste righe non intendo nemmeno contribuire a drammatizzare ulteriormente una situazione già difficile di suo. Le cose, anche le più dure, si affrontano se prima si raccontano per quello che sono, e non per quello che vorremmo che fossero (la pandemia come una semplice interruzione di corrente, per tornare a quel che si diceva all’inizio).

E si può incidere su di esse solo se si ha un po’ di forza. Una forza d’animo che deriva però non dal coraggio, ma forse proprio da un poco di paura e perché no dalla consapevolezza che, data anche la situazione di partenza (un “prima” che non era tutta questa favola, nel nostro caso), non si ha poi molto da perdere. Da quello che deve ancora venire, da quello che dobbiamo ancora iniziare a costruire.

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A proposito di ricostruzione, nel passato di Francavilla c’è almeno un esempio concreto di forza che viene dalla paura. Dopo il terribile terremoto del 1743, furono i francavillesi – senza aspettare l’intervento dei nobili dell’epoca – a ricostruire grossa parte del centro storico cittadino.

“L’obolo del popolo”, scrisse Francesco Saverio Leo, superò di gran lunga “la prodigalità del ricco”. Anche allora la conclusione cui giunsero i nostri concittadini fu che se non ci avessero pensato loro, a Francavilla, non lo avrebbe fatto nessun altro.

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