Foto: Gabriele Fanelli

Dopo quasi quattro mesi dall’ultima gara disputata, la Virtus Francavilla si appresta il 30 giugno a disputare la gara di playoff contro il Catania. Sarà una trasferta atipica, perché la partita si giocherà a porte chiuse. Abbiamo chiesto a Francesco d’Amone, fisioterapista (ma anche tifoso) della Virtus Francavilla, come il mondo del calcio si è adeguato ai nuovi protocolli sanitari dettati dall’emergenza coronavirus.

Come è lavorare per la squadra della tua città? Squadra di cui sei tifoso, tra l’altro.

Lavorare per la Virtus è stato sempre uno dei miei obiettivi dopo la laurea: quando si è palesata questa opportunità non me la sono fatta sfuggire! Sono sempre stato tifoso della squadra, sin dagli anni dell’Eccellenza e della Serie D. Già ai tempi dell’università sognavo un giorno di poter sedere su quella panchina, di stare con i calciatori, di vivere la loro quotidianità e di poterli aiutare nella riabilitazione.

Come riesci a separare il professionista dal tifoso? E quanto riesci a goderti realmente la partita?

Prima del fischio d’inizio il tifoso sparisce dalla mia testa ed esiste solo il professionista, che vive l’ansia di far arrivare al mister quanti più giocatori possibili. Quando inizia la partita, il tifoso si risveglia e il professionista scompare quasi del tutto.

Qual è stato il momento più emozionante della tua esperienza alla Virtus?

Sicuramente la vittoria al Granillo contro la Reggina, e la corsa sotto la curva davanti a 12.000 spettatori. Venivamo da un periodo non brillantissimo ed è stata un’impresa riuscire a battere la capolista, che sino a quel momento aveva perso solo una volta in stagione.

E il momento peggiore?

A inizio stagione, quando abbiamo subito il terzo grave infortunio al crociato! Vivere la stessa situazione per tre volte in poco tempo è stato davvero pesante.

Quando un fisioterapista può dirsi soddisfatto del proprio lavoro, quasi come se avesse segnato un gol?

Senza dubbio quando vinciamo e il bollettino medico recita zero infortunati!

Foto: Gabriele Fanelli

8 marzo 2020: la Virtus vince a Teramo l’ultima partita prima della sospensione dei campionati. 

Quella di Teramo è stata una partita che non dimenticheremo mai: fino all’ultimo minuto non sapevamo se avremmo giocato o meno. La gara si è poi giocata in un’atmosfera surreale: all’epoca il coronavirus sembrava ancora lontano. Dopo due giorni da quella partita ci siamo completamente fermati, ma nessuno pensava che questo blocco sarebbe durato per così tanto tempo.

Domani si riparte dai playoff a Catania. Quante cose sono cambiate nel calcio dopo l’emergenza coronavirus?

Oggi, nell’era post covid, c’è un protocollo con regole molto stringenti e con cui tutte le squadre professionistiche, indistintamente dalla serie A alla serie C, devono fare i conti. Ci sono distanze da mantenere, dispositivi di sicurezza da indossare, norme igieniche da rispettare, oltre ai tamponi obbligatori ogni quattro giorni e ai test sierologici ogni due settimane, sia per i giocatori che per lo staff tecnico.
Il calcio cambia, lo spogliatoio cambia. Il contatto è forse la linfa vitale dello spogliatoio. Oggi anche il mio lavoro è cambiato, naturalmente, per limitare i rischi al minimo indispensabile.

Com’è stata la ripresa degli allenamenti?

A partire dal 18 maggio gli allenamenti sono stati individuali, e l’attività di gruppo è ripartita soltanto dopo aver effettuato tamponi e test sierologici. Ammetto che all’inizio è stata un po’ dura abituarsi alle nuove regole! Adesso, dopo quasi sei settimane di allenamento, è la normalità.

Quanto può aumentare il rischio infortuni la ripartenza in piena estate, dopo mesi di inattività?

Non possiamo stabilirlo con certezza! Quello di tre mesi è il periodo più lungo di inattività per un calciatore professionista, ed è per questo motivo che il protocollo – oltre a tamponi e test sierologici – prevede una nuova certificazione di idoneità sportiva e controlli cardiaci approfonditi, prima della ripresa delle attività degli atleti.

Pensi che le gare a porte chiuse e i protocolli sanitari possano snaturare lo spirito agonistico del calcio?

Sarei un bugiardo se dicessi che una partita a porte chiuse è uguale a una partita a porte aperte! Però posso confermare che, avendo già visto altre partite giocate a porte chiuse, i calciatori non risentono minimamente dell’assenza del pubblico.

A 27 anni hai già alle spalle una stagione nel Basket Francavilla e due stagioni nella Virtus Francavilla. Quanto è stato difficile inserirti nel mondo dello sport professionistico?

Non è stato semplice approcciarmi da neolaureato al mondo dello sport, dove quasi sempre è l’esperienza che ti dà credibilità. Inizialmente mi sono scontrato con la titubanza di allenatori e società sportive, ma sono riuscito a superare tutti gli ostacoli grazie ai giocatori. La verità è che per loro siamo degli angeli custodi.

Che differenze ci sono tra basket e calcio, dal punto di vista del tuo lavoro?

Sono diverse le tipologie di infortunio più frequenti. Nel basket vengono utilizzati contemporaneamente sia gli arti inferiori che gli arti superiori, mentre nel calcio si sollecita prevalentemente la parte inferiore del corpo. Altra differenza sostanziale è che il giocatore di basket è tendenzialmente meno sottoposto all’usura fisica rispetto a un calciatore. 

Nello spogliatoio avete già stabilito come esultare per il primo gol post coronavirus della Virtus?

Sicuramente il protocollo dice che bisogna mantenere le distanze anche quando si tratta di esultare, ma sono situazioni che non si possono prevedere né tanto meno controllare. Spero solo di dovermi porre questo problema, perché vorrà dire che avremo segnato!

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