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Foto: Gabriele Fanelli

Di tanto in tanto, da qualche anno, mi capita di scambiare quattro chiacchiere con Alessandro Contessa. A volte al telefono, altre di persona in qualche bar del centro. Sulle prime si parla di cinema, poi pian piano si scivola verso questioni regionali – la Puglia, com’è cresciuta negli ultimi anni, le criticità che restano – per andare a parare sempre lì: la nostra Francavilla, dove Alessandro, da qualche anno membro della giuria dell’Accademia del Cinema Italiano, è nato il 19 agosto del 1973. E dove, nonostante i tanti viaggi in giro per il mondo per supportare i suoi film, fa sempre ritorno.

Partito per la verità nella distribuzione – ha lavorato per Warner Bros e L’Ottava, per la quale si è occupato di Perduto amor di Franco Battiato (Nastro d’Argento come migliore opera prima) – Alessandro è stato direttore commerciale della Pablo per poi passare alla Palomar, con cui ha lavorato, tra le altre cose, alla produzione di Braccialetti rossi. In mezzo, un sacco di altre produzioni, le collaborazioni con Edoardo Winspeare, i premi per l’indimenticabile Focaccia Blues e diverse selezioni per premi internazionali. Fino all’uscita, la scorsa primavera, di Rudy Valentino.

Ho deciso allora di riportare parte delle piacevoli chiacchierate con Alessandro in un’intervista per Petrolio; partendo, anche in questo caso, dal suo mestiere, per poi tornare sulla Puglia, sulla nostra città e su uno dei luoghi cui il nostro è particolarmente affezionato.

Ci racconti com’è fare il produttore, di cosa si occupa questa figura forse meno conosciuta, ma certo fondamentale per l’industria cinematografica?
Il produttore nel cinema è l’anello che unisce la linea economica e quella artistica, due elementi diversi dello stesso progetto ma che devono comunque dialogare, evitando che l’uno prevarichi sull’altro.
Non è un lavoro facile e non si può steccare mai, dovendo avere delle buone credenziali con il Ministero dei Beni Culturali, la Rai, le Film Commission, le banche, tutti partner determinanti per la chiusura dei budget di un film o di una serie tv.
In questi anni il mio lavoro mi ha messo nelle condizioni di prendere decisioni difficili, senza mai dimenticare di essere partito dal basso: mi sono ritrovato tante volte a confrontarmi con la sfera umana più delicata, la sensibilità di artisti disposti ad ogni sacrificio per realizzare il sogno di fare cinema. Spesso, dicevo, mi tocca fare scelte drastiche che rompono o semplificano i sogni di alcuni registi, ma salvano una produzione.

Quando hai incontrato il cinema nella tua vita? Sei cresciuto nella Francavilla degli anni ’70-’80, una città che non so quanto fosse terreno fertile in questo senso (o forse sì). Ma soprattutto: sei partito da subito con l’idea di fare il produttore, o sognavi – la butto lì – di fare il regista o l’attore, magari?
Immagina una scena da Libro cuore: un giorno, nel sotterraneo della mia vecchia scuola elementare, portarono un proiettore in pellicola per la visione di Salvo D’acquisto, un film vecchio di qualche anno. Ero affascinato da tutta la fase di preparazione dal montaggio della pellicola fino alla proiezione del fascio di luce sul muro.
Poi ho avuto la fortuna di vivere l’adolescenza in una Francavilla con due sale cinematografiche. Non dimenticherò mail il tifo da stadio nel combattimento tra Rocky e Ivan Drago, e poi la folgorazione di un film italiano premio Oscar e una rivista di cinema che di nascosto ogni mese “rubavo” a mio fratello.
Non ho mai avuto interesse a fare il regista nonostante a Francavilla venga spesso confuso col ruolo di produttore, anzi, e mi diverte tanto, spesso più di qualcuno mi augura un giorno di diventare regista o attore.
L’unica volta che ho, diciamo, diretto un piccolo documentario è stato non per ambizioni registiche ma per sensibilizzare Francavilla sul possibile abbattimento del Cinema Italia, tanti anni fa. Il corto fu realizzato con l’Arci di Francavilla, si chiamava Manca il colore.

Hai lavorato e lavori anche con la televisione. Com’è andata con Braccialetti rossi, è stata una bella esperienza?
Insieme ai tanti premi “pesanti” di Focaccia Blues e la selezione al Festival di Berlino di In grazia di dio, Braccialetti Rossi è stata l’esperienza più esaltante ma anche faticosa. Con questa produzione, oltre alla normale responsabilità economica del progetto, è stata molto forte quella umana. Ecco, aver contribuito a dare coraggio a tante famiglie di bambini malati è uno dei premi che custodisco più gelosamente.

Tornando all’ambito cinematografico, hai lavorato ad alcuni film – penso proprio a Focaccia blues, per dirne uno tra i tanti – che hanno contribuito a ricostruire una certa identità pugliese negli ultimi dieci, quindici anni. Ora come la vedi, a che punto è quel percorso di costruzione?
Focaccia Blues e ancora prima Italian Sud Est sono i film con cui sento di aver dato un piccolo contributo a quel fenomeno incredibile che ha trasformato una regione quasi anonima del meridione nella regione in questo momento più di tendenza, non solo in Italia.
Focaccia Blues, eravamo all’inizio dell’era Vendola, ha portato l’ingrediente dell’orgoglio e della caparbietà nelle sfide impossibili; mentre qualche anno prima Italian Sud Est ha raccontato il meraviglioso Salento fuori dagli schemi, un po’ matto e culla della diversità contro ogni globalizzazione. Ora temo proprio che il Salento e la Puglia debbano difendersi dalla globalizzazione soprattutto in campo turistico, provando a mantenere le proprie radici. Insomma, questa regione deve fare di tutto per degolfizzarsi: del resto i turisti e i vip internazionali ci scelgono prima di tutto per la campagna, il mare, i monumenti, le masserie, il cibo e le danze nei centri storici, non certo per i prati di erba inglese.

Mi rendo conto che spesso domande come quella precedente finiscano con l’attribuire responsabilità quasi “politiche” a chi si occupa di cinema o altre arti. (Non volevo, giuro!) Allo stesso modo, a Francavilla tendiamo a guardare a chi lavora fuori – soprattutto se ha avuto successo, come si suol dire – come a una specie di guru, uno che ha la bacchetta magica e può indicarci la via per rimettere a posto le cose quaggiù. Nel tuo caso le cose stanno in modo diverso: a parte che a Francavilla passi tuttora un bel po’ di tempo, con te ho l’impressione di parlare con una persona che “sente” molto la città anche quando è lontana, che è sempre molto attenta a quello che succede qui. Insomma, vorrei chiederti come mai hai sviluppato e mantenuto negli anni un rapporto così stretto (ma anche discreto) con Francavilla.
Ti confido che questa scelta è arrivata grazie agli ottimi consigli di un maestro che nei primi anni di lavoro ho avuto la fortuna di frequentare moltissimo. Franco Battiato – si tratta di lui – mi ha sempre detto di non staccare mai con il paese di origine, mi ha creato gli anticorpi migliori per fare seriamente il mio lavoro senza mai prendermi troppo sul serio. Da qui il piacere di godermi Francavilla e i francavillesi parlando poco del mio lavoro.
Da due tre anni sono anche più presente grazie alla grande attività dell’Apulia Film Commission, e può capitarmi di essere in riunione a Roma in Rai o al Ministero e già il giorno dopo avere un impegno al cineporto di Bari per poi godermi i tigli del viale Lilla nel pomeriggio.
Quindi consiglierei ai nuovi amministratori di prendere molto sul serio questo paese, fin troppo violentato da una massa di ignoranti senza alcun senso della bellezza, ma avere anche un’empatia speciale con tutti i cittadini. Solo così si salverà il salvabile, avendo sicuramente dalla propria parte la gente perbene.

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Foto: Gabriele Fanelli

A proposito: un posto di Francavilla cui sei particolarmente legato?
Direi il complesso degli edifici della Fiera. In generale, il periodo della Fiera dell’Ascensione per me è stato il Paese dei Balocchi. Pensa a cosa significava per un bambino vivere quei giorni inebriato dal profumo dei tigli, con l’anno scolastico praticamente finito, impegnato tra la festa di San Cosimo alla Macchia, le luminarie della Madonna della Croce, la finale della Coppa Campioni, e poi la Fiera con gli espositori che arrivavano da lontano con i loro stand, le giostre, l’esibizione di cantanti o comici, tutto in contemporanea e praticamente a un tiro di schioppo. La Fiera è stata un posto davvero speciale, anche perché con il Circolo del Cinema Radium, costituito con persone importanti nella mia vita (Domenico Truppi, Antonella Palumbo, Leonardo Contessa, Luisa Lopalco) ci abbiamo organizzato una rassegna di film all’aperto.

Ripensandoci, vorrei fare un giochetto inverso rispetto a quanto indicato prima. Non ti chiedo cosa dovrebbe fare Francavilla per migliorare, ma cosa NON dovrebbe assolutamente fare – a volte basta non fare, per migliorare la situazione.
Francavilla – o meglio chi l’ha rappresentata in passato, purtroppo – NON avrebbe dovuto fare tante cose: demolire senza il minimo pudore tante case del centro per sostituirle con costruzioni con facciate alla Goldrake o alla Jeeg Robot d’acciaio, così come non avrebbe dovuto cambiare i connotati alla sua piazza storica; o nascondere le fogge sottostanti, maltrattare le chianche delle strade storiche, costruire un palazzo di fronte alla basilica, cancellare un’importante necropoli, non tutelare come Teatro Comunale lo Schiavoni…
Insomma, diciamo che in passato purtroppo è stato fatto tanto per peggiorare. Oggi Francavilla per migliorare è obbligata a fare bene, con rigore e competenza.

Qualche settimana fa, davanti a un caffè, abbiamo parlato di simboli. Ci siamo detti che abbiamo bisogno di simboli nuovi per Francavilla, nomi e storie che ci riconnettano col nostro passato proiettandoci però nel futuro, parlando a quante più persone possibile. Hai ripensato a quella nostra conversazione?
Certo, e spero che in futuro con Petrolio si possa diffondere qualche idea. Sono convinto che personalità e storie che ci appartengono possano contribuire in chiave pop alla rinascita di Francavilla in vari ambiti, quello culturale e turistico, sociale, imprenditoriale. I più giovani conoscendo meglio alcuni personaggi della storia passata e recente, della cultura e della tradizione del paese possono ispirarsi e adottarli. Sono tanti, ma accetto la sfida citandone qualcuno: Girolamo Bax con la sua bellissima opera. Cosimo Caliandro, modello per i tanti giovani che nonostante le difficoltà della vita possono riuscire in imprese grandiose. Il maresciallo dei Carabinieri Antonio Galeone, meraviglioso esempio di dedizione al lavoro e alla legalità, una persona che ha davvero amato Francavilla e che meriterebbe di non essere dimenticata. Emanuel Ungaro, artefice di un miracolo artistico e imprenditoriale con la sua storica maison. Giacomo Leone, con la straordinaria vittoria a New York. E per finire il signor Arcangelo e i suoi amici che con pochi mezzi e a loro spese hanno colorato di fiori due aiuole del quartiere Peschiera, come dire: “…è meglio un imbianchino di Le Corbusier”.

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Il muro dello “smarcamento” alla Fiera. (Foto: Gabriele Fanelli)

Per chiudere, tornerei sul tuo lavoro. Rudy Valentino è uscito da qualche mese. Come sta andando? Soprattutto, la storia di questo giovane pugliese che emigra negli USA e diventa una star del cinema internazionale, oltre che un vero e proprio sex symbol, mi sembra molto significativa ancora oggi.
Dopo l’uscita in sala, Rudy Valentino sarà programmato nelle arene estive (insieme a un altro film che ho prodotto, La vita in comune). La pellicola ha anche iniziato il tour estero, dopo la Bulgaria nei prossimi mesi inizieranno le proiezioni a Parigi con Claudia Cardinale e poi proprio negli Stati Uniti.
Rodolfo Valentino rappresenta tutti i giovani che hanno un sogno da realizzare e che, nonostante l’amore per la propria terra, sono costretti a lasciarla. Lui ci riuscì grazie alla sua testardaggine. Sono convinto che Rudy oggi avrebbe fatto la scelta di ritornare per trascorrere in pace il suo successo in una Puglia che grazie al cielo il mondo ci invidia.

Grazie, Alessandro.
Grazie a voi, e grazie pure per non avermi fatto la classica domanda finale: “Ci vuoi parlare dei prossimi impegni?”.

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