“Le città possono sviluppare una sorta di depressione collettiva, come se fosse un dialetto locale”, scrive Jeff Tweedy nella sua autobiografia. Jeff Tweedy è un cantautore americano, nonché frontman dei Wilco. Magari non lo conoscete – il che è un vero peccato –, ma sicuramente conoscete la storia che sto per raccontarvi.
Proprio come Tweedy, nel luglio del 2010 pensavo che Francavilla fosse preda di una depressione collettiva, e che quella depressione stesse iniziando a diventare il nostro dialetto. Forse esageravo, ma di certo non ero il solo a pensarlo, visto che con un nutrito gruppo di amici (con alcuni dei quali si faceva già Petrolio) decidemmo di partecipare a un’iniziativa dell’amministrazione comunale guidata all’epoca da Vincenzo Della Corte. Obiettivo del bando ideato dall’assessora Roberta Lopalco: ravvivare l’estate cittadina.
Basta depressione, quindi: proponemmo un drive in al Parapallo, per una sera soltanto. Era una provocazione, ma la proposta passò e finimmo con l’incasinarci l’estate. Venne fuori così Nuovo Cinema Parapallo.
Verso fine agosto proiettammo il film Basilicata Coast to Coast su uno dei muraglioni del luogo principe dell’amore in automobile dell’immaginario francavillese. Lo facemmo per una cinquantina d’auto, con tanto di proiettore issato sul palchetto solitamente usato per i comizi in piazza Dante e il sonoro che usciva dalle autoradio. Qualcuno lo ricorderà, qualcun altro no, adesso non ha importanza. Però ci divertimmo un sacco.
Il fatto è che si candidarono al bando anche altri amici. La loro idea era: una mostra nei locali della chiesa della vicina Madonna delle Grazie. Su proposta dell’assessora, inglobammo quell’idea nella nostra. La mostra si sarebbe tenuta nei giorni del drive in. Quindi facemmo una ricerca storica e iconografica sul Parapallo e sulla chiesa.
Imparammo a memoria la storia ufficiale dei due luoghi, e a quella ufficiosa e visiva del paesaggio così come l’avevamo trovato – graffiti e scritte di vario genere, cessi rotti, vecchi televisori abbandonati – si ispirarono i grafici e gli artisti per tirare fuori le opere da esporre a piano terra per la mostra Dell’amore consumato. Al piano superiore invece organizzammo la presentazione di un romanzo di Omar Di Monopoli. Come sedute utilizzammo dei blocchi simili a balle di paglia, tanto per dare un tocco western alla cosa.
La storia ufficiale, dicevo. Quella che ha un po’ rotto, a dirla tutta, così come trovo ormai seccante stare attento a ogni virgola degli articoli di Petrolio cunnossia qualcuno nei commenti viene a puntualizzare che secondo il calendario Maya un certo avvenimento è accaduto quel giorno anziché un altro. La storia ufficiale è fondamentale quanto statica. C’è anche la memoria dei luoghi, che è fatta di racconto orale, popolare, spesso sgangherato e lacunoso, che non è meno importante di quella che sta sui libri, e che – ripeto – all’epoca di Nuovo Cinema Parapallo conoscevamo come le nostre tasche.
E quindi: cosa ne so io davvero della chiesa della Madonna delle Grazie?
La prima volta che ho sentito parlare della chiesa dovevo avere nove o dieci anni. Eravamo a cena da amici di famiglia, non so come venne fuori l’argomento della chiesa ottagonale. Un amico di mio padre ci prese gusto e iniziò a terrorizzarmi: raccontò che la chiesa era stata costruita per via di una scommessa. Tra chi? Tra dio e il diavolo, ovvio. E in cosa consisteva questa scommessa? Semplice: era capace, il signor diavolo, di mettere in piedi una chiesa di punto in bianco, quella stessa notte? Il diavolo non se lo fece ripetere due volte: mise all’opera i suoi demoni e quelli lavorarono sodo fino all’alba. Allo spuntare del sole la chiesa era pronta.
Non sapevo che storie maledette di questo genere fioriscono ovunque, e che spesso accompagnano proprio le origin story delle chiese ottagonali. Per cui quella notte non dormii. Dal balcone dell’appartamento dove abitavamo, al terzo piano di un condominio a Borgo Croce, osservavo la campagna immersa nel buio mentre ascoltavo le voci della città di notte: auto e moto che sfrecciavano sul viale, clangore di cassonetti che venivano rovesciati dai mezzi della nettezza urbana nei pressi della fiera, civette e altri rapaci che si agitavano in amore sugli alberi. Classici del repertorio notturno francavillese: ma per me era il diavolo che si era messo nuovamente all’opera.
Poi mi dimenticai della versione maledetta della storia, e me ne dimenticai pure quando, qualche anno dopo, iniziai a frequentare la zona della Madonna delle Grazie con degli amici. Ci arrivavamo in bicicletta, d’estate, sotto il sole rovente. Alla chiesa non badavamo neppure, semmai la preoccupazione (non meno inutile) erano i nomadi coi loro furgoni accampati dove ora ci sono tutte quelle case con i cortili pieni di statue in stile neoclassico/screensaver di Windows 95. Non c’era niente da quelle parti, allora, per cui andavamo sul Canale Reale a razziare e a vandalizzare tutto ciò che trovavamo (sì, sono stato quel tipo di adolescente), giocando coi resti di vecchi frigoriferi e sanitari rotti. Un fetore che non vi dico.
Con gli anni venni a conoscenza della storia ufficiale della chiesa. Arrivò al mio orecchio anche la versione edificante della leggenda, secondo cui la Madonna delle Grazie era stata voluta da Aurelia, figlia di Michele Imperiali II, che lì era stata salvata dalla Madonna dopo un incidente in carrozza. Venni a sapere che la chiesa era stata sconsacrata e riconsacrata più volte, che era stata il posto in cui i repubblicani avevano decapitato delle statue di santi come azione rivoluzionaria, che l’edificio era stato usato come deposito e aveva persino accolto famiglie di sfrattati, e che l’intero viale Madonna delle Grazie, prima di diventare il luogo del desiderio e del concepimento di molti francavillesi, era stato sinonimo di passeggio domenicale per molte famiglie di miei concittadini.
Tutte queste storie si sovrapposero tra loro e iniziarono a viaggiare in parallelo rispetto alla leggenda della costruzione maledetta, della sfida tra dio e il diavolo, e addirittura alla definizione di “bocca dell’inferno” con cui pure veniva indicata la chiesa. Oggi trovo che nessuna versione – ufficiale o meno – abbia più o meno diritto di cittadinanza di altre, e che tutte insieme costituiscano invece un patrimonio comune che testimonia un affetto tanto sincero quanto ipocrita verso la Madonna delle Grazie. Chissà: forse proprio le versioni apocrife e profane rivelano a volte un rispetto che quelle sacre disinnescano. Perché poi lei, la chiesa, sta lì, abbandonata praticamente da sempre. Forse in questo strano attaccamento senza cura consiste la sua vera maledizione.
(Foto da qui)
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