essere omosessuale a francavilla fontana
Illustrazione: Gianmario Taurisano

Ce ti piace la zita mia?

A partire dai tre anni, tutti i parenti ci pongono la stessa domanda “Hai trovato la fidanzatina?” (che diventerà “fidanzata” da adulti). Chiedere ad un bambino anche “Hai trovato il fidanzatino?” potrebbe essere ritenuto ancora oggi scandaloso o nel migliore dei casi sconveniente, un modo per “confondere le nuove generazioni”. Al contrario, sarebbe un modo per farlo crescere sapendo che vivrà in un contesto libero dai pregiudizi, in cui potrà esprimere sé stesso e che qualsiasi cosa lui sia o desideri sarà accolto e amato con disinvoltura. Lo stesso trattamento viene chiaramente riservato anche alle bambine che, crescendo nella palude fangosa dei pregiudizi, non se la passeranno di certo meglio. 

Emanciparsi dalle aspettative che la famiglia volutamente o inconsciamente ci scarica addosso, e decostruire l’educazione stereotipata che riceviamo, richiede sforzi enormi e percorsi a volte lunghi e dolorosi. Può riguardare la spiritualità, le scelte accademiche, la carriera professionale, l’identità di genere, il look, lo sport, le abitudini alimentari. L’orientamento sessuale è un aspetto fra questi. 

Coming out

Ho detto per la prima volta alla mia famiglia di essere innamorato di un ragazzo nel 2003, avevo diciannove anni. Non sapevo ancora esattamente cosa significasse essere “gay” o “bisex”, ma sapevo di essere attratto dagli uomini. Mia sorella Patti mi accolse con un amore incondizionato. Il confronto con mia madre fu invece devastante; trascorsero tre lunghi anni, intervallati da silenzi, minacce e vessazioni prima che riuscissi a recuperare un rapporto con lei e di conseguenza con questa città. Mio padre reagì con un “ti amerò più di prima” e da quel momento cominciai anche a conoscerlo meglio, ma mantenne un ruolo neutrale per non compromettere il rapporto con sua moglie. Non ho mai biasimato mia madre, al contrario l’ho presa per mano e accompagnata in un mondo buio di cui aveva solo pregiudizi. Per questo oggi posso affermare che mi ama non solo come figlio ma anche per aver conosciuto l’uomo che sono.

Se i miei genitori oggi considerano l’orientamento sessuale come una qualsiasi altra sfumatura della personalità di un individuo, di certo non è grazie al contesto in cui sono cresciuti, ma è per avermi conosciuto meglio in questi anni. Se ritengono legittimo che ogni individuo abbia il diritto di costruire la famiglia che desidera non è grazie alla comunità in cui sono cresciuti, ma è stato grazie al mio coming out

Francavilla città all’avanguardia, con ipocrisia

Nell’inconscio collettivo Francavilla è ritenuta una città aperta, più emancipata di altre. Questo retaggio è dovuto allo sviluppo commerciale e culturale che la città ha avuto negli anni precedenti e che l’avevano resa baricentrica rispetto ai comuni limitrofi, rimasti ancorati ad un’economia prevalentemente agricola. Il discreto benessere economico – anche più equamente ripartito tra le classi sociali –, le discoteche, la presenza delle scuole di secondo grado, il viale Lilla e le vetrine dei negozi sono l’immagine di una Francavilla Fontana che ha consentito da una parte anche ai figli della classe media di emanciparsi, dall’altra ha forse intorpidito la comunità lasciandola in uno stato di letargo autoreferenziale. Oggi Francavilla è davvero una città più emancipata di altre? 

Ho sempre avuto l’impressione di crescere in una comunità piena di contraddizioni, apparentemente borghese e liberale, intrisa di frustrazioni, di desideri e affetti taciuti o vissuti di nascosto, e purtroppo non solo tra gli omosessuali. Infatti molti ritengono erroneamente che il diritto di vivere in una società più emancipata sessualmente riguardi solo i gay; al contrario, poter crescere in una società in cui scegliere liberamente i propri partner sessuali e di vita senza essere stigmatizzati riguarda tutte e tutti. Basti guardare all’emancipazione e alla libertà delle donne rispetto a quella degli uomini, anche di natura sessuale. Nonostante in Italia, almeno sulla carta, i due generi abbiano pieni ed uguali diritti da decenni. 

Fino al 2003 se non oltre, gli omosessuali francavillesi per così dire “noti” erano figure caricaturali da Italia postunitaria: il maestro gentile e zitello, il prete dai modi delicati con l’occhietto vispo, il ragazzo effeminato considerato dai più disagiato, o al contrario la ragazza ribelle etichettata prontamente con l’epiteto masculona; tra l’altro, questi ultimi due esempi, incorniciano l’ignoranza collettiva che si aveva e purtroppo si ha ancora oggi sulla differenza fra “orientamento sessuale” e “identità di genere”.

Eppure di persone che vivevano la loro omosessualità, o forse dovremmo dire che vivevano la propria sessualità senza privazioni, ne circolavano già abbastanza. All’epoca non esistevano app per incontri ma esistevano già i cruising (luoghi di incontro) e intorno a Francavilla, in un raggio di 50 chilometri, se ne contavano e se ne contano tuttora almeno una decina. C’è un episodio che mi ha segnato particolarmente: all’epoca avevo un fidanzatino di Taranto e credevo di essere l’unico omosessuale francavillese a parte i personaggi di cui sopra; quando mi presentò ad un suo amico più grande e più esperto e risposi alla domanda “di dove sei?”, mi fece presente che i francavillesi erano ben rappresentati a Taranto e dintorni nei luoghi di incontro, quasi quanto la stessa Taranto. Francavilla insomma: città d’avanguardia, ma con ipocrisia. 

L’omosessualità non è una cosa intima

Molti pensano che l’omosessualità sia un fatto privato, cose intime, di cui parlare sottovoce. Ribaltando il concetto, anche l’eterosessualità dovrebbe esserlo, eppure viviamo in una società e in una comunità in cui nessun eterosessuale si nasconde dalla propria famiglia o cresce col timore di dirlo. 

Definirsi gay o etero non riguarda solo la sessualità, ma riguarda anche la propria personalità, il proprio stile di vita, il tipo di famiglia che intendiamo creare (almeno nella società contemporanea). Un conto è avere rapporti omosessuali, un conto è definirsi omosessuali. Infatti, mentre oggi la società sembra essere divisa tra omosessuali e eterosessuali, al contrario la sessualità è fortunatamente piena di sfumature, non esistono solo omosessuali e eterosessuali ma molte altre varianti fra queste due categorie agli antipodi. Non a caso molte persone sposate con partner del sesso opposto, che la società considera eterosessuali, hanno rapporti anche omosessuali. Queste persone si definiscono bisessuali, e questo è solo un esempio tra molte varianti.

Dobbiamo quindi distinguere la sfera sessuale da quella affettiva. Il tipo di famiglia che desideriamo costruire o la persona che vogliamo essere indipendentemente da ciò che ci attrae sessualmente. Molte persone, soprattutto tra le nuove generazioni infatti escono da questo sistema dicotomico etero/gay e preferiscono non definirsi, oppure si definiscono pansessuali, polisessuali, demisessuali, eccetera. 

Dirsi omosessuali, almeno ad oggi, è comunque un primo passo per vivere non solo la propria sessualità liberamente, ma anche per poter condividere i propri affetti con serenità, costruire la propria famiglia, quindi emanciparsi nel tessuto sociale in cui si vive. 

Mi sono chiesto cosa è cambiato in questi ultimi dieci anni per la comunità lgbtq+ francavillese. Ho quindi chiesto a M. – un ragazzo poco più che ventenne che si identifica come omosessuale (e che preferisce restare anonimo poiché non ha ancora fatto coming out in famiglia) – di raccontarmi la sua esperienza e il suo punto di vista.

Sei mai stato discriminato?

Non proprio, non in maniera diretta; è più una questione legata al linguaggio. Ad esempio nel mio ambiente di lavoro non vivevo la mia sessualità apertamente, e questo non perché avrebbe potuto compromettere la mia posizione, ma perché i miei colleghi usavano un linguaggio omofobo. In questi casi preferisco stare in silenzio e vivere la mia libertà altrove.

Come vuoi vivere la tua libertà?

Io sono quello che sono a prescindere dal mio orientamento sessuale. Io sono M. e basta!

Sembra paradossale che tu ti stia definendo come “M. e basta” ma io non potrò riportare il tuo nome per intero. Sei un nome appuntato per il resto della comunità: questa è la tua libertà?

Comprendo il dubbio. Il coming out è necessario ed è anche un gesto politico, però oggi non sento che la mia libertà è limitata.

Prima hai detto che preferisci il “silenzio”. Devo intendere questo come un approccio omertoso?

No, semmai come quello di chi si è scocciato di spiegare le cose, soprattutto in un contesto in cui so che è inutile. Chiaramente se notassi una situazione di scorrettezza, di disagio o se qualcuno superasse il limite nei miei confronti o nei confronti di qualcun altro allora interverrei apertamente.

Hai parlato di “limiti”. Di fronte ad un linguaggio omofobo quello che per te è un limite tollerabile non è detto che lo sia per un adolescente, magari meno maturo e meno sicuro di te. Ha senso quindi parlare di limiti tollerabili in contesti lavorativi dove ci possono essere colleghi o clienti di ogni età ed estrazione? Non avverti comunque tu stesso un disagio?

Sono d’accordo. Però non credo che a Francavilla si possa parlare di omofobia nel senso di odio, semmai di disinteresse, che comunque non ci emancipa. E mi rendo conto che non è facile attirare l’attenzione su un argomento in cui c’è disinteresse. Paradossalmente con gli omofobi è più facile parlare.

Come pensi di poter vincere il disinteresse?

Mi piacerebbe avere o creare uno spazio in cui parlare di tutto ciò che è queer, sessualità e corpo.

Non c’è interesse a parlare di omosessualità a Francavilla perché c’è ignoranza o perché non ci sono omosessuali a Francavilla?

[Ride per qualche secondo] Perché ce ne sono troppi! [Continua a ridere] C’è molta ignoranza! Si sta bene così. C’è ignoranza e pigrizia!

Il contesto ti ha aiutato a capire quale fosse la tua identità e quali fossero i tuoi desideri? Hai individuato nella comunità persone di riferimento?

Il problema per me non è stato capirlo ma accettarlo. Non ho cercato aiuto nel contesto, ho cercato in me stesso l’aiuto. Anche perché non sapevo di chi potevo fidarmi. Persone che fino a quel momento per me erano sempre state neutrali, in un attimo potevano diventare nemiche.

Avresti preferito vivere in un contesto più emancipato?

Sì, lo vedo nei ragazzi di oggi, che anche solo grazie ai social riescono a vivere liberamente la propria sessualità.

Malgrado questo, ritieni che oggi il contesto in cui vivi ti limita in qualche modo?

No! Sono sempre stato principalmente io il limite di me stesso. Superato questo non ho più permesso a nessuno di limitarmi.

Sicuro che puoi fare quello che vuoi?

Sì, certo al momento se mi fidanzassi non potrei portare il mio fidanzato a casa, ma sarebbe quasi romantico fare coming out con i miei genitori così.

Quindi la limitazione di libertà che hai oggi non è legata alla sessualità, ma alla possibilità di vivere te stesso pienamente anche al di fuori delle esperienze sessuali.

Sì! Sicuramente vivere in un contesto più libero sarebbe più facile per emanciparsi e infatti per questo ci stiamo lavorando.

E quindi buon coming out a tutte e tutti, qualsiasi cosa esso riguardi. 

 

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