essere-donna-a-francavilla
Illustrazione: Giovanna Lopalco/Pelo di Cane

“Mi risulta impossibile provare orgoglio o vergogna per degli eventi genetici casuali in cui non ho avuto nessuna parte attiva. […] Non sono neanche orgogliosa di essere donna. Non sono neanche orgogliosa di essere umana: è solo una cosa che mi piace molto.” (Zadie Smith, “Cambiare idea”)

Di emancipazione e femminismo

A livello globale, il femminismo ha fatto dei passi da gigante a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso: le donne oggi possono ricoprire ruoli importanti, in precedenza riservati esclusivamente agli uomini. L’emancipazione femminile almeno sulla carta è un fatto incontrovertibile.
All’uguaglianza formale non ha fatto seguito un’uguaglianza sostanziale, questo lo sappiamo tutte e tutti. Credo per una questione principalmente culturale, soprattutto qui al sud. E soprattutto in provincia.

Da che ho memoria, sono entrata in contatto con pochissime donne autenticamente libere. Sono molteplici i tipi di schiavitù che inconsciamente dominano le nostre vite: il lavoro domestico, l’ossessione per l’aspetto fisico e per il cibo sono quelli da cui mi sono sempre sentita minacciata. E che, purtroppo, minacciano anche le donne intorno a me.
È una lotta continua, in cui il principale nemico non sono gli altri, ma noi stesse.

Di quote rosa e spazi di libertà

Però sono sempre stata contraria alle quote rosa: penso che oggi non sia necessario istituzionalizzare una corsia preferenziale. Come ho detto all’inizio, a livello globale l’emancipazione femminile è un fatto incontrovertibile. Leggi, convenzioni e trattati ci forniscono gli strumenti per prenderci, e riprenderci, quello che vogliamo.

Penso che siamo ad un punto tale per cui stia alle donne rimboccarsi le maniche, sempre che ne abbiano voglia. Perché credo che la questione centrale sia offrire spazi di libertà che consentano agli individui di realizzarsi, in totale autonomia. E questi spazi ci sono stati concessi.
Ciò non vuol dire necessariamente avere una carriera, un lavoro importante, un ruolo politico o qualsiasi cosa ci abbiano fatto credere sia fondamentale per sentirsi realizzati. In alcuni contesti manca la libertà di poter scegliere chi essere e cosa fare.
È come se dovessimo sempre dimostrare qualcosa a qualcuno.

La mia esperienza di individuo femmina in un contesto maschile

Ho vissuto per nove anni fuori, dove la circostanza di essere un individuo femmina non ha mai pesato. Non ero la figlia o la fidanzata di nessuno. Le seccature sono iniziate quando, per una serie di motivi, ho deciso di tornare a Francavilla. In breve: ho sentito venire meno quegli spazi di libertà che davo per scontati. Ho dovuto mettere in discussione me stessa.

Sono l’unica donna in una redazione di uomini e non era neanche previsto che entrassi a farne parte: ho semplicemente scelto di farlo.
Per me non è un problema essere l’unica rappresentante della categoria, perché credo fermamente che questo dato sia frutto del caso. Non è un problema neanche per i miei colleghi, naturalmente. Ah ma quindi sei l’unica femmina dentro Petrolio però è una delle frasi più ricorrenti che mi sento dire. La gente con cui mi interfaccio fatica a relazionarsi con me in quanto redattrice.
Per molti sono la fidanzata, l’amica, la ragazza. Una comparsa.
Nel gruppo la mia identità si dissolve, e quindi la redazione di Petrolio diventa i ragazzi di Petrolio.

L’esperienza di altri individui femmina

Alle altre donne non è che le cose vadano tanto meglio. Alcune mie amiche soffrono il fatto di essere passate dall’essere figlia o sorella di all’essere fidanzata di. E sapete quanto è difficile uscirne? Quanto è faticoso impegnarsi per affermare se stesse? Per alcune è impossibile.
Soprattutto perché il dibattito pubblico è infarcito di equivoci e tanta, troppa retorica.
Tanto per fare un esempio, la violenza sulle donne è un fenomeno raccontato male e affrontato anche peggio. Chi si ricorda l’abominevole cartello che recitava Le mani al collo te le deve mettere solo il gioielliere? Incommentabile quasi quanto

La polemicona sulle divise scolastiche 

Un’ondata di femminismo ha travolto Francavilla in occasione di quel fattaccio delle divise scolastiche al Terzo Comprensivo. Gonna a pieghe per i piccoli individui femmina, cravatta per i piccoli individui maschi.
“Io e l’ho spiegato ai genitori voglio arrivare a che, quando c’è un po’ di vento, il maschietto dica alla compagna: «Copriti. Hai la gonna, può sollevarsi». Cioè, mi serve per attenzionare ancora di più la dignità della donna.” ha dichiarato la Preside in un’intervista.

Per attenzionare la dignità della donna sarebbe bastato prevedere i pantaloni per tutti: qualsiasi ragazzina ti può confermare che il problema non è tanto la gonna, quanto i collant che si smagliano facilmente.

Donna, madre, lavoratrice

Alcuni individui femmina, però, sfruttano lo stato delle cose a proprio vantaggio, più o meno coscientemente.
Durante l’ultima campagna elettorale c’è stato un abuso di tutti quei cliché che mi fanno accapponare la pelle. Prima fra tutti, la santissima trinità: donna, madre, lavoratriceQualcuno ha mai sentito un candidato presentarsi come uomo, padre e lavoratore? Non puzzerebbe un po’ di fascismo?
Penso che siano banali strategie di acquisizione del consenso, che hanno lo scopo di mettere in ombra l’assenza di contenuti. Come a voler dire: Sono donna come te, quindi votami.

“Ciao bbellae!”, ovvero la normalizzazione del catcalling

Il catcalling (in italiano traducibile con l’espressione molestie di strada) include comportamenti come molestie sessuali, commenti e inseguimenti indesiderati, gesti, strombazzi, fischi, avance sessuali persistenti e palpeggiamento da parte di estranei in luoghi pubblici. In molti penseranno che io stia esagerando, ma vi posso assicurare che in molte ne siamo state vittima. Da che ho memoria mi è sempre successo che estranei si sentissero in diritto di commentare il mio aspetto per strada: la prima volta che è accaduto avevo 13 anni ed era una delle prime volte che uscivo da sola. Ricordo ancora la morsa allo stomaco e il senso di imbarazzo, per non parlare dell’incapacità di spiegarmi cosa avessi fatto di sbagliato. 

Mi sono sempre domandata cosa possa spingere un uomo a questo genere di comportamenti. Provando ad entrare nell’ottica di quelli che sentono la necessità incontrollabile di fischiare o commentare l’aspetto fisico di una donna (tralasciando le molestie sessuali vere e proprie), non vedo nessuna giustificazione. Nessun motivo valido, naturalmente, oltre alla necessità di affermare una visione prevaricatrice e patriarcale del rapporto tra i due sessi. Non so se c’è una soluzione: finché non la troverò, ho deciso che l’unica cosa da fare – tutte le volte che mi sentirò umiliata da uno sconosciuto – sarà rispondere a tono e, all’occorrenza, sfoderare il dito medio della mia mano destra.

Conclusioni 

Questa è, per sommi capi, la fotografia della mia esperienza personale. In molte potranno condividerla e ritrovarcisi, altre potranno criticarla e sminuirla.
Quello che voglio rispondere a tutte è: confrontiamoci. Parliamone. Condividiamo le nostre storie.
Quella che viviamo non può essere più la normalità.

SOSTIENI PETROLIO!

Petrolio Magazine è fatto con dedizione, su base volontaria, dai soci dell’associazione Petrolio Hub. Non è un progetto a scopo di lucro, ma se ti piace il nostro lavoro e vuoi che continui, ti chiediamo di sostenerci con una donazione. Grande o piccola, ci farà decisamente felici: è bello sapere che quello che fai è importante per qualcuno. Grazie!