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Foto: Gabriele Fanelli

Francavilla? Tuttapposhto.           

Quando ancora ero un essere umano in formazione – così si dice quando uno è adolescente – Petrolio, allora una trasmissione radiofonica oltre che trinità in carne e ossa, mi spediva in piazza a intervistare i nostri nonni. Il tormentone era Francavilla? Tuttapposhto. Per me no. Parafrasando Pavese, la mia idea era e rimane che un paese ci vuole se non altro per il gusto di doversene scappare. Ma proprio scappare a gambe levate, come quando sei di fronte a un cataclisma. 

Ti n’a scè ti qua

Comunque, al netto delle solite trite ragioni (tipo l’offerta culturale, l’inciviltà delle persone, la classe dirigente liquefatta), rimane da capire quale sia il terreno su cui nasce e si sviluppa questo desiderio di scappare, che in molti, giovani e meno giovani, abbiamo o continuiamo a coltivare. Per quel che riguarda la mia esperienza, ho sempre avvertito timore reverenziale nei confronti di chi se ne era andato. Ti n’a scè ti qua: un mantra che al tempo delle scuole superiori assumeva una dimensione morale: era un senso di corruzione, di marcio che abbiamo coltivato sin da piccoli, con l’aiuto degli adulti. Era l’idea per cui da un sistema clientelare profondamente radicato non ci fosse via d’uscita. È davvero così o questa verità esiste solo nelle nostre menti?

Professionishtə affermati

In men che non si dica, arrivava la primavera delle scuole superiori, che precedeva l’estate afosa dell’università. La scuola, allora, agiva con le giornate di orientamento, volte unicamente a valorizzare chi mostrava delle competenze. Avete mai sentito parlare di una giornata di orientamento dedicata all’agronomia o alle belle arti? Io, ai miei tempi e nell’ambito della mia esperienza, no. Quindi, una volta fuori dalla cerchia dei futuri professionishtə affermati, i grandi ti guardavano come chi si guarda chi sta acquistando una Porche Cayenne a metano da un autosalone che vende auto rubate: come un coglione. Lettri a fa? Ca’ no ss’acchia fatìa!

Ti ni sta va-ah?

Te ne vai, vvilinatu. Ti sei scelto una città in cui portare i tuoi soldi per cinque anni, che nella stragrande maggioranza dei casi è Roma o Pisa. A Roma, in particolare, i fuorisede del Sud apprendono in fretta la geografia sociale: se sei figlio di un professionishtə ti tocca la cameretta in Piazza Istria; se tua madre e tuo padre sono due cretini cà ti secutunu ti becchi la cameretta sulla Tuscolana o sull’Appia Nuova; se sei un piccolo borghese di Reggio Calabria, te ne vai a piazza Bologna.

‘Spetta ‘spetta: ma ci ti l’è dittu?

Mama e sierma me lo hanno detto. Tutti lo dicono e lo sostengono con forza: bisogna andarsene. Ma esiste davvero questo bisogno di andarsene? Nel mio caso, in relazione alla scelta della sede universitaria, questo bisogno era più indotto dal modo di pensare che ho descritto che dall’effettiva necessità di spostarmi. Col passare degli anni, mi sono convinto sempre di più che questo ti n’a scè sia la formula più rapida per scrollarsi di dosso non solo la colpa della propria ignavia, ma anche l’intenzione di progettare il cambiamento: proprio quello che sentiamo riecheggiare nelle campagne elettorali. 

Cce dici lu meštru

Il rapporto dell’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno (Svimez) dello scorso anno ha messo in evidenza che la struttura demografica del Sud Italia risulta gravemente indebolita. La sottrazione di forze vitali sta compromettendo l’esistenza dei piccoli centri. Sempre secondo il rapporto, le politiche di intervento sul territorio risulterebbero talmente inadeguate da avere come unico effetto quello di alimentare il divario con il Nord Italia. Insomma, questo accade di continuo, mentre si invoca il dio Thurismo&Culturah, che secondo le stime della classe dirigente rappresenterebbe un settore economico solido ed eterno, mentre il dibattito sulla qualità della vita di chi è rimasto procede a singhiozzi.

Comunità

In generale, ignorare la buona salute di una comunità e scervellarsi su come guadagnare sulle spalle di bellezze di cui, spesso, non si conosce il significato, è da incoscienti. Il turismo, infatti, non è una minaccia ma può rivelarsi tale se non viene praticato da comunità solide dal punto di vista economico e culturale, su territori provvisti delle infrastrutture adeguate all’accoglienza.

No’ fucè!

È che a me questa cosa di essermene andato provoca degli scompensi. Scompensi che si amplificano quando mi dicono atr’e vinti giurni e ti ni vani: non ti preoccupare, dura poco. E invece no, perché dura per sempre. E sono proprio scompensi: ricompense mai arrivate e che mai arriveranno. Proprio così: dietro l’emigrazione dei giovani meridionali non c’è un esilio dichiarato, non c’è un vattene chiaro e perentorio. C’è una costruzione culturale molto più elaborata, che per certi versi può considerarsi un capolavoro masochistico: il veneficio. Lu vilenu che pian piano entra in circolo e poi ti porta a rompere il legame con il territorio in cui sei nato. Sono certo del fatto che ogni fuorisede vive questa rottura a modo suo. Si tratta di una posizione talmente personale, che parlare di scelta o costrizione significherebbe mettersi nei panni dell’asino di Buridano.

Dunque, per capire se questa storia del veneficio è vera o è solo nella mia testa, ho deciso di lasciare spazio ad altri amici fuorisede. Perché del loro modo di parlare e della loro esperienza non se ne perda la traccia. 

Antonio, Piobesi d’Alba

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Foto: Antonio Itta

Non so dire se io abbia davvero scelto di emigrare. Quella è una decisione radicale, assoluta, che non ammette ripensamenti, almeno credo. Tanto è vero che nell’anno del mio ‘ruolo’, avevo messo in conto il ritorno; insomma, altri dodici mesi in Piemonte e poi… ho incontrato Federica e le cose si sono definite come oggi appaiono. Preciso: non è infrequente che io mi presenti come un emigrante del Sud Italia e trovo in questa definizione anche un certo fascino, una sorta di appagamento ideologico. Fatto sta che nel 2003 sono emigrato per la prima volta con destinazione Piemonte, la regione alla quale devo tanto, compresa una buona dose di tasse.

Come ci sono finito? Chi ha attraversato le Forche Caudine del precariato scolastico, sa bene che, almeno è ciò che avveniva fino a qualche anno fa: per il passaggio in ruolo conveniva tentare la fortuna in una delle province di confine. Cosa che, detta così, metteva un po’ di amarezza. Ma, siccome è bene cercare in ogni circostanza ciò che di buono c’è sempre, proposi al mio sindacalista di fiducia l’indicazione della provincia di Cuneo: una delle più nevose d’Italia – io che adoro veder nevicare! – nonché terra di uno degli scrittori che amo di più. E così, alla prima chiamata, l’apoteosi: finire in una scuola intitolata a Beppe Fenoglio e pochi giorni dopo assistere a una delle più copiose nevicate che io ricordi!

Il mio primo allontanamento da Francavilla non si può dire che sia stato particolarmente amaro. Qualche anno dopo sembrava, addirittura, che potessi rientrare definitivamente in Puglia. Ma, coup de theatre, sono stati solo due anni di ineguagliabili esperienze umane e professionali, soprattutto quella a Paolo VI. Poi il ritorno al nord; sì, perché in Italia è sovente che le leggi favoriscano le migrazioni interne.

Rivendicare la mia meridionalità, la mia origine francavillese è l’esercizio che mi riesce meglio. Ma non serbo alcun rancore verso la sorte che ha deciso della mia emigrazione; in fondo da essa è scaturito l’evento più bello della mia vita. Pertanto, a conclusione di questa mia testimonianza, soprattutto voi di Petrolio, per niente (giustamente) inclini ai luoghi comuni, concedetemene uno solo: non tutti i mali vengono per nuocere, anche se sono ministre distruttrici dell’istruzione. 

Daniela, Bologna

Santuario della Madonna di San Luca, Bologna. Foto: Daniela d’Amone

Andare verso qualcosa e mai per scappare da qualcosa… questo è stato il mio modo di iniziare qualsiasi avventura, e così feci alla fine degli anni ’90 quando andai via da Francavilla. È banale dire che la mia vita non sarebbe stata quella che è oggi, che non avrei avuto le occasioni di crescita umana e professionale che ho avuto abbracciando la mia scelta (inizialmente sofferta) di lasciare il posto dove sono nata. È banale perché  drammaticamente scontato: le cosiddette “occasioni” non c’erano 20 anni fa e non ci sono neanche oggi. Come ogni essere umano mi porto dentro il legame con la terra che non ho scelto, quella in cui sono nata. Un legame che è amore per un ritorno alle cose di noi umani che servono a farci sentire bene. 

Io sono meridionale dico sempre quando mi chiedono da dove venga, ma la mia casa è il mondo. Amo questo pianeta e ovunque abbia affetti, lavoro e interessi, potenzialmente può diventare casa, e questo senso di libertà è bellissimo. I primi anni della mia migrazione li ho vissuti a Perugia, dico sempre che al contrario di dove sono nata, l’Umbria è il paese dovrei avrei scelto di nascere. Perugia non è una grande città, piccola realtà a tratti cittadina a tratti di campagna. 

Senza perdermi in lunghi discorsi scontati sul tema delle aziende sul territorio, del lavoro che ho cercato e trovato in 10 giorni, della formazione e della meritocrazia premiata, credo che lo stesso ritrovarsi in un posto dove la cosa pubblica, mediamente, funzioni (enti pubblici, sanità e persino l’ufficio postale), questa normalità a cui tutti gli italiani (da Nord a Sud) avrebbero diritto, ti predisponga in uno stato d’animo positivo.

Oggi non vivo più a Perugia, ma nel cuore storico di un’altra delle più belle città d’Italia: vivo a Bologna. Il mio lavoro è appagante, i viaggi che mi hanno dato la possibilità di aprire la mia mente, tutto quello che sono oggi, lo devo al coraggio che trovai per andare verso una nuova avventura tagliando un cordone ombelicale che mi legava al mio paese natio. 

Carmelita, Londra

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Deptford His Street, Londra. Foto: Carmelita Di Brindisi

Lasciare Francavilla per me è stato come decidere di lasciare l’amore della vita a cui stavo dando tanto, ma da cui ricevevo solo briciole in cambio. Avevo sempre la sensazione che nonostante fossi lì non sarebbe mai stato abbastanza per avere indietro quello che io avrei voluto.

Quindi mi sono detta “Proviamo a lasciare questo amore malato e vediamo se la lontananza mi fa capire cosa realmente voglio da un luogo quando le possibilità sono infinite, quando questo amore è corrisposto”. Per un po’ ha anche funzionato: la soddisfazione di impegnarsi e riuscire, costruire, fare carriera, pagarsi l’affitto in una città come Londra e vivere il sogno promesso. 

Quello che è successo però è che dopo un po’ ho realizzato che in verità cercavo in ogni luogo di Londra quell’amore, quelle origini che ti fanno riconoscere ogni giorno in qualcosa o in qualcuno, che ti insegnano qual è il mondo che vuoi vedere. I posti che più preferisco sono quelli che spesso non si vedono nelle foto con il Big Ben e i bus a due piani. Sono quelli in cui la gente si arrangia, quelli di periferia, della gente che adotta soluzioni punk ogni giorno, che non giudica e crea comunità, che si tiene stretta ed è vera e buffa inconsapevolmente. Quelli che mi riportano anche solo per un momento a casa, con le voci dei bambini che giocano per strada in sottofondo. 

La verità è che per quanto si possa scappare dall’amore della vita, o si possa fare finta di dimenticarsene, alla fine lo si cerca poi in ogni volto e in ogni luogo perché si spera ritorni per essere finalmente ricambiati.

Francesca, Colonia

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Konrad – Adenauer – Ufer, Colonia. Foto: Francesca Mascia

Vivo in Germania da quasi due anni. Negli ultimi sette mesi ho cambiato casa cinque volte, da circa quattordici mesi ho realizzato di non ricordare il sapore di una mozzarella comprata in masseria e da ormai diciotto mesi non incrocio persone curiose di chiedermi a ci appartieni.

Eppure, malgrado il fatto che litighi e scherzi principalmente in una lingua che non è la mia, vivo nel posto più bello del mondo. Sarà merito del “kölsches Gefühl”, letteralmente il sentimento di Colonia, da intendersi come il benessere che dal mio punto di vista questa città emana. È una percezione continua che si trova dappertutto: da Ehrenfeld alla Südstadt, passando per il Duomo, il simbolo della città.

A Francavilla però abbiamo il Castello degli Imperiali, la Chiesa Madre e dulcis in fundo la chiazza, per non parlare dei franchiddesi, del loro senso dell’umorismo, ma anche della loro voglia di far polemica su qualsiasi cosa. Facendo un parallelismo, direi invece che il sentimento franchiddese non me lo ricordo più. Ricordo però le strade delle città e tutti i ricordi che su di esse si sono sovrapposti. La fine del liceo e la prima trasferta universitaria hanno poi lasciato spazio a nuovi ricordi e soprattutto a nuove consapevolezze.

“Prima Lecce, poi Parma, poi il mondo” dicevo spesso mentre scherzavo con gli amici di sempre. E il caso in effetti mi ha portato altrove. “Ma Francavilla ti manca?”. Ogni tanto me lo chiedo. “No, Francavilla non mi manca”. Famiglia, gatto e amici a parte, s’intende.

Credo che Francavilla non sia una città che ti chieda di restare, e se lo fa, occorre adeguarsi alle sue condizioni. Di spazio per contrattarle – le condizioni intendo – ce n’è sempre, ma non è questo il punto. Il punto è che riesci a restarci (o a ritornarci) solo se alla fine non riesci ad immaginarti da nessun’altra parte. Finora, per me, non è stato così.

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