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Foto: Gabriele Fanelli

Quando Giovan Battista Pacichelli (1634-1695) giunse di fronte alla Chiesa Madre di Francavilla, non vide l’imponente cattedrale che si ammira oggigiorno, con la sua cupola che svetta per quarantotto metri. L’instancabile cardinale viaggiatore vide una chiesa dalle dimensioni più modeste, ma non meno bella. Il cardinale disse che quello era l’esatto centro della Terra d’Otranto, delimitata a nord dal Bradano e dai due mari che bagnano le provincie di Taranto, Brindisi e Lecce. Della chiesa che vide Pacichelli non rimane che un muro sporgente sul lato destro dell’attuale edificio a ricordare una tragedia seguita da un atto di autentica resilienza, oggetto di questo breve brano.

20 febbraio 1743, Francavilla festeggia il carnevale; è tutto uno sfilare di maschere e abiti pregiati. Un mercoledì grasso che avrebbe capovolto ogni cosa, senza lasciare nulla come prima. Bachtin, ne L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale (Torino 1979), ha scritto che il carnevale “era l’autentica festa del tempo, del divenire, degli avvicendamenti (…)”. Avvicendamenti che, in questo carnevale francavillese, non sarebbero stati temporanei, ma unici, continui, nello spirito del secolo folle e spregiudicato che fu il ’700. Nel suo Storia di Francavilla Pietro Palumbo racconta, con gli accenti passionali di chi nasce come autore di novelle, che alle ventitré e tre quarti il centro della Terra d’Otranto tremò così forte da far crollare molti edifici del paese:

“La scossa fu così violenta che il popolo, atterrito al muoversi delle pareti che barcollavano, tentennavano e sfasciavansi, fuggiva senza saper dove, temendo non rimaner sepolto sotto le mine o inghiottito dalle fenditure del terreno. Era uno spettacolo non mai veduto; le maschere che erano in giro, prese da superstizioso timore, scappavano a torme cercando di nascondersi; la Principessa (Eleonora Borghese, nda) corse il rischio di essere schiacciata sotto l’arco della Roccella, le mura dell’Alloggiamento quasi si toccarono con quelle della Chiesa vicina. In questa molti corsero per riparare, ma a mezzo il cammino incontravano i volti paurosi e pallidi dei preti che fuggivano dalla Chiesa ormai screpolata e dicevasi caduta. […] Voci di frati, pianti, strida, rumori vaghi e misteriosi o crollamenti di case che cadevano rimbombavano per l’aria già abbuiata. Quella notte non si dormì. La tradizione popolare narra che Eleonora Borghese passò quelle ore insonni e piene di palpiti, girando con le sue dame fuori l’abitato dove il popolo a ciel sereno s’era raccolto.”

Gran parte del racconto di Palumbo è desunto da un manoscritto, Raccolta di molte memorie, di Francesco Saverio Leo (1792) che, con ogni probabilità, fu testimone oculare di questi fatti. La menzione del sacrificio di Eleonora Borghese rivela, comunque, una certa faziosità della fonte, il cui autore ha tutta l’aria di essere un sostenitore degli Imperiali. Che gli Imperiali furono artefici di una sorta di età dell’oro per la nostra cittadina è una verità alla quale i francavillesi sono stati assuefatti dalla propaganda memorialistica e identitaria, che ha dimenticato di raccontare anche la fame patita dagli umili. Le vicende che seguirono il terremoto videro protagonista, senza dubbio, la determinazione di Michele Imperiali, ma anche il sacrificio di un popolo che mai, come allora, si era trovato riunito nel tentativo di recuperare ciò che la natura, e non un padrone, aveva tolto: la città. Benché il paese fosse stato raso al suolo, la priorità assoluta venne data alla Chiesa Madre.

All’indomani del terremoto, Michele Imperiali sostenne la ricostruzione – e non la riparazione – della Chiesa Madre: Francavilla meritava un duomo imponente, edificato secondo l’estetica barocca del tempo. Quell’edificio, inoltre, non sarebbe stato solo un importante centro di culto, ma anche la sede del potere politico francavillese: qui, negli anni a venire, si sarebbero tenuti i parlamenti e le relative votazioni per l’assegnazione degli incarichi pubblici. Don Michele, dunque, radunò i maggiorenti francavillesi più influenti, Nicolò Giannuzzi, Alessandro Scazzari, Luca Dell’Aglio, il chierico Livino Mauro e Pietro Antonio Caniglia, al fine di quantificare i danni e la spesa che ne sarebbe derivata: il concilio di nobili dovette trovarsi di fronte a un paesaggio desolante. Francesco Saverio Leo, nelle sue memorie, scrive:

“Le chiese che cascarono furono la Chiesa Madre, la chiesa di S. Biagio, quella di S. Eligio e quella di S. Francesco, tutte le altre chiese poi restarono patite ed aperte nel fabbrico, come lasciò scritto lo stesso mio padre Giuseppe Cataldo Leo.”

Di fronte a questa circostanza, non c’era altra strada percorribile se non quella del coinvolgimento popolare. I francavillesi, appena stimolati, ricostruirono per buona parte la loro città, così che “l’obolo del popolo, si può dire, superasse le prodigalità del ricco”. Dai trainieri che misero a disposizione i propri traini, per sgomberare le macerie, alle donne che offrirono la dote per la costruzione del tempio, fino ai braccianti che donarono quasi l’intero salario: la costruzione della Chiesa Madre è la storia di una comunità che ha bisogno di affermare la propria esistenza. La nobiltà non si oppose, né volle accreditarsi il merito di quest’opera: le tasche dei galantuomini stavano per svuotarsi – di lì a poco ci sarebbe stata una terribile carestia (1763) –  e Michele Imperiali, che pure donò metà della somma necessaria alla costruzione, non se la passava granché bene: avrebbe lasciato il trono vuoto dopo essere stato, sostanzialmente, escluso dall’amministrazione di Francavilla.

C’è, però, una prospettiva diversa da cui osservare tutta questa storia. Scrive Pietro Palumbo, le cui parole non hanno bisogno di parafrasi alcuna:

“Domenica 25 Agosto entrarono dalle Porte del Carmine Francesco De Franco e Carlo De Milato con una bandiera con l’impresa della Vergine, accompagnando cento venti carri di tufi. Il popolo che considerava come cosa sua quest’impresa, si die’ a trasportarli sulle proprie spalle.”

Ora, io trovo che nell’immagine del popolo francavillese che trasporta sulle proprie spalle li piezzi, per fondare la nuova Chiesa, c’è il senso di quel brivido che ogni francavillese prova quando arriva lì, al centro della Terra d’Otranto. E sarebbe riduttivo, del resto, pensare a quelle mura impresse nel nostro immaginario, non tanto di fedeli, quanto di francavillesi, come all’opera munifica di un principe. C’è molto di più: il sacrificio della gente.

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Nota della redazione. Come ci è stato fatto notare in una affollata discussione sulla nostra pagina Facebook, l’articolo contiene alcune imprecisioni. L’orario corretto del terremoto, ad esempio, sarebbe diverso (ore 23.30), il che però è da imputarsi ad una misurazione del tempo basata su parametri differenti da quelli odierni (la questione resta comunque controversa). Quanto alla data del terremoto (inizialmente avevamo scritto 20 febbraio e non 23), si tratta effettivamente di una svista, ora corretta. Come redazione auspichiamo comunque che a prevalere sia una lettura altrettanto attenta al senso, secondo noi molto profondo e attuale, dell’articolo di Francesco Carriere.

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