gustave courbet funerale a ornans
Gustave Courbet, "Funerale a Ornans"

Il Musée d’Orsay conserva uno dei dipinti più rappresentativi dell’800 francese: Un enterrement à Ornans che Gustave Courbet realizzò nel 1850. Un nutrito gruppo di persone accompagna alla sepoltura una salma maleodorante. La gran paura che alberga nei cuori dei provinciali si materializza nei colori corposi e spenti: sono solo provinciali, si pensa, uomini piccoli rispetto a chi vive in città. Il centro della scena, la fossa che presto accoglierà le spoglie, è delimitato a sinistra da un prete nell’atto di predicare, a destra da due vecchi in abiti giacobini: Chiesa e Rivoluzione, tenebra e luce. I vinti e i vincitori della Rivoluzione descrivono il punto mediano della scena, ambientata in un cimitero di provincia. Provincia che assimila e traduce la narrazione storica in una lingua più violenta di quella della città, i cui toni sono quelli della paura. La lontananza della periferia dal centro si fa distanza in questo dipinto: la storia accoglie i fatti che si svolgono in città e quelli che si svolgono nei piccoli centri.

Legnate a parte, la storia della repubblica giacobina di Francavilla Fontana – probabilmente la repubblica più breve della storia occidentale –, sembra dare ragione a Courbet: la storia arriva anche in provincia. Poco dopo l’arrivo in Italia (1796-1797) de le petit caporal – così venne battezzato Napoleone dopo la battaglia di Lodi –, a Napoli viene instaurata la repubblica, tra il 17 e il 23 gennaio 1799. Più che una repubblica, quella napoletana, si rivelò una dittatura dei francesi, cui i notabili del posto avevano rivolto la propria fiducia, nella speranza di distruggere i privilegi della classe aristocratica. Agli inizi di febbraio il cardinale Ruffo sbarcava in Calabria e da lì si avviava con un’accolita di galantuomini – basti pensare ai nomi di Fra Diavolo, Sciarpa, Panedigrano e Mammone – alla volta di Napoli, da cui caccerà i francesi il 13 giugno dello stesso anno, in occasione della nota battaglia al Ponte della Maddalena.

Sebbene un po’ stonata, la Carmagnola suonò anche a Francavilla. Protagonista di questa vicenda fu Nicola Semeraro, che si era messo in testa di innalzare l’Albero della Libertà in quello che era un paese abitato, principalmente, da contadini e da qualche aristocratico. Quale simbolo migliore dell’albero per celebrare la rinascita? L’Albero della libertà è una delle infinite declinazioni del simbolo della vita e rappresenta la rinata libertà a seguito della Rivoluzione, per questo veniva issato nelle piazze in cui si instaurava una repubblica giacobina.

Pietro Palumbo, che nel suo Storia di Francavilla redasse un resoconto dettagliato delle dinamiche sociali che precedettero il tentativo di Semeraro, si dilunga a parlare dell’entusiasmo che gli ideali rivoluzionari suscitarono nel ceto medio, ma non manca di descrivere i toni allarmanti con cui clero ed aristocrazia istruivano il popolaccio sporco.
Il pittore francavillese Ludovico Delli Guanti “schizzò due bambocciate in cui dei soldati francesi vomitavano calici, pissidi e patene”. I predicatori, nelle chiese o in strada, aizzavano la povera gente, con i toni che si leggono nel Panegirico della Vergine della Fontana: “Non sono stati i Francesi che hanno entrati (sic) nelle case e a viva forza strappando del seno dei mariti le mogli più oneste, dal fianco dei fratelli le sorelle più caste, dalle mani dei padri le figlie più amabili?”.
Il terrore seminato dagli antidiluviani di turno s’innesta al capriccio intellettualoide e modaiolo di pochi notabili istruiti e il popolaccio vomita il proprio rancore – lu vilenu, come dicono i francavillesi – in testa a chi capita: un processo abbastanza noto.

Che i fatti andarono così è dimostrato da quanto accadde nel febbraio 1799 a Francavilla, dove da tempo bazzicava un gruppo di cegliesi filogiacobini: Giuseppe Antelmy, un tale Allegretti e Giovanni Colucci – costoro sono, per noi, nient’altro che nomi –, i quali erano in rapporti con Nicola Semeraro di Francavilla, “uomo di gioventù burrascosa”, come lo definisce Palumbo.

Il piano, stando a quanto narra Palumbo, era quello di innalzare l’Albero della Libertà a Ceglie e a Francavilla. All’alba di domenica 12 febbraio 1799, dopo una pubblica orazione che avrebbe dovuto tenere Giovanni Francesco del Re, Lettore delle Scuole Pie, sarebbe stato issato l’Albero della Libertà. Teatro di questa pubblica cerimonia sarebbe stata la piazza grande (attuale piazza Dante e parte di piazza Umberto I), che, qualche decennio prima (1748-1776), era stata interessata da ingenti lavori, tra i quali rientrava la costruzione delle suppenne: gli archi che oggi accolgono i giovani di Francavilla. I cegliesi, che dovevano aiutare Semeraro e i suoi, giunsero a Francavilla la sera di sabato 11 febbraio e si nascosero in alcune stanze di Palazzo Imperiali, all’epoca espropriato dal fisco ai Marchesi di Latiano che ne erano i proprietari.

I giacobini parlarono anche con Marcello Scazzari. Costui era capo della milizia cittadina, per la verità oggetto dei pettegolezzi paesani: pareva avesse fatto carriera grazie al “maneggio delle sette” massoniche e a una buona dose di ambizione. Lo Scazzari, dice Palumbo, assicurò che si sarebbe limitato a tenere quieto il popolo e che i giacobini avrebbero potuto agire indisturbati. All’alba di domenica 12 febbraio tutto era pronto. L’Albero della Libertà era stato portato in piazza e qualcuno iniziava a calcarsi il berretto frigio in testa, a recitare la parte dell’Incorruptible.

olmo libertà Bari
Etienne Bericourt, stampa acquerellata. Fonte foto: https://quotidianodibari.it/lolmo-della-liberta/

Ora, se c’è un errore cronico che i movimenti progressisti dei piccoli paesi compiono, questo è l’errore di valutazione. Al netto delle reticenze che un articolo di storia locale impone, si può dire che i movimenti progressisti di questi piccoli centri, tendenzialmente, prevedono sempre l’esatto contrario di ciò che accadrà e che, per forza di cose, deve accadere. Infatti non passò molto tempo che a grani a grani, come il rosario che scivola nelle mani delle bizzoche, il popolo iniziò ad arrivare in piazza inferocito: l’albero non andava issato, libertà era una parola che preti e patruni avevano insegnato ad odiare.  Francesco del Re, che si era preparato il discorso da declamare in pubblico, riuscì a malapena a balbettare qualche parola. La folla, quindi, s’ingrossò ancora di più e divenne magmatica. Il sindaco Rizzo e il giudice De Vincentiis non riuscirono a raffreddare gli animi e si dovette chiamare la milizia cittadina, capitanata da Marcello Scazzari. La folla non aspettava bersaglio migliore: un tale Marraffa gli rifilò una schioppettata che per poco non lo manda al Creatore. Da qui ebbero inizio gli scontri. I cicisbei vestiti da giacobini, come sentirono l’antifona, se la filarono chi in casa di Semeraro (la cui ubicazione è ignota), chi al castello.

Semeraro, datosi alla fuga, con la folla alle calcagna, saltò nell’orto di una casa, proprietà della famiglia Petruni. Nel salto si lussò una spalla e si ruppe una gamba: ciononostante riuscì a nascondersi. In pochi istanti, la folla entrò nel cortile, lo legò ad una sedia, e caricatoselo in groppa si diresse in piazza, dove si fece scempio del suo corpo. Al castello, intanto, s’erano rifugiati “Giuseppe Oronzo Quaranta, il figlio di Raffaele Mauro e Luigi Tatarano”.
Come la folla ebbe finito di massacrare Semeraro, si precipitò al castello. Qui, buttate giù le porte, i rivoltosi lapidarono i tre che vi si erano nascosti.

E i cegliesi? Palumbo racconta che proprio Antelmy fu il primo a squagliarsela: fu visto sulla via di Ceglie che correva, senza cavalcatura e, soprattutto, senza nemmeno più l’albero che avrebbe dovuto piantare a Ceglie.

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