presepe

C’era sempre un momento durante i giorni dell’Avvento in cui mia madre mi portava in giro per Francavilla per vedere i presepi. Era una mia passione, e negli anni si era creato questo piccolo rituale. Sentivo proprio l’esigenza, nel periodo natalizio, di chiederle: «Andiamo a vedere i presepi? Dai!». Lei mi prendeva, a volte insieme ai miei cugini e ad altri bambini, e mi scarrozzava per le vie illuminate, tra i balconi tutti belli e luccicosi.

Andavamo al convento della Croce, e lì di solito c’erano i presepi più belli, quelli più grandi. Non mi interessavano i pupazzetti e i regalini della pesca: era quel concentrato di personaggi che mi si profilavano davanti, all’interno di quell’unica cornice, che rapiva la mia attenzione. I pastori, i pescatori, gli zampognari e i panettieri. I presepi in generale li ricordo tutti più grandi di quanto fossero in realtà. Con gli occhi della mia infanzia rivedo intere regioni, montagne altissime e casette sgarrupate, e i re Magi piccolissimi in lontananza.

E poi c’era il Presepe Vivente nello spazio adiacente alla Chiesa di San Lorenzo, la mia parrocchia, che era il vero evento dell’anno: culminava il giorno dell’Epifania con una processione dei Magi, che riempiva completamente viale Abbadessa – nemmeno fosse un concerto! Ero eccitato in quei giorni, e mi sembrava una benedizione essere catapultato, per una volta, in quei presepi che amavo guardare dal di fuori. Era solo strano ritrovare le persone del quartiere a friggere le pettole, infornare il pane o a far finta di essere pastori e falegnami.

Nel presepe c’è qualcosa di magico, e questa stessa magia non la vivo il giorno dell’Immacolata, quando per tradizione si fa l’albero di Natale. Credo che abbia a che fare con il rapporto che ho con la mia terra. Fare il presepe significa riprodurre un intero mondo nella propria casa, designare uno spazio di muro che si farà cielo, una superficie di mobile che diventerà terra. E poi popolare questo mondo con gli stessi personaggi, ogni anno: Giuseppe e Maria, gli animali, i pastori che arrivano, l’angelo calato dall’alto con un filo per cucito. Senza dimenticare la statuetta di Gesù bambino, che ogni bambino custodisce gelosamente fino al 24 dicembre, come a nascondere da qualche parte il segreto stesso della vita.

Il presepe è più di ogni altra cosa una magia che incanta i bambini, uno spettacolo teatrale che trasforma la propria casa, la fa diventare più grande, più bella, pronta ad accogliere meraviglia. Ma è anche una magia che non svanisce crescendo. La suggestione dell’arrivo di Babbo Natale finisce, perché a un certo punto scopri che i regali te li fanno mamma e papà; invece l’incanto del presepe sopravvive, perché non è altro che quel punto della casa in cui tutto può succedere.

E così, pieno di nostalgia per casa mia, ho deciso di fare il presepe anche nella mia casa universitaria. Quest’anno è successa una cosa particolare: ero in un negozio, qui a Venezia, e ho trovato alcune carte di cielo bagnate, per via dell’acqua alta di qualche settimana fa. Come tutti saprete, sono stati giorni terribili per Venezia e per i suoi abitanti, e mi sono ritrovato a pensare a quale sarebbe stato l’impatto di un evento del genere a Francavilla. Mi si è chiuso il cuore nel petto, e allora ho comprato proprio la carta di cielo rovinata, anche se di un azzurro un po’ slavato. E ho dedicato il presepe a Venezia. Pensando che lo facevo per Venezia, e anche per sentirmi ancora più vicino a Francavilla prima di ritornarci.

Così la magia è ancora intatta. Ogni volta che passo davanti al mio presepe provo la sensazione di essere a casa: che significa essere a Venezia ma aspettare pazientemente di tornare all’altra, di casa. Perché il segreto del presepe, forse, non è altro che imparare ad abitare i luoghi, a sentirli per quello che sono e a capire quanta bellezza c’è nell’appartenervi.

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