documenti nonno michele
Foto: Gabriele Fanelli

In questi giorni di reclusione forzata, uno degli slogan che rimbalza di post in post unità di misura del nostro essere ancora vivi su questa terra, ora più che mai è Siamo in guerra.
Lo ha detto la Merkel, definendo questa emergenza come la “sfida più grande dalla Seconda guerra mondiale”. Lo hanno detto anche Macron e Boris Johnson nei loro discorsi alla nazione, quando è arrivato il momento di giustificare le inversioni di rotta rispetto alle iniziali (non) strategie di contrasto alla diffusione del nuovo coronavirus.

È una “guerra” nettamente diversa da quelle che ritroviamo sui libri di storia: senza eserciti, senza armi. Una guerra che la maggior parte di noi combatte da casa, in pantofole, seduto sul divano, affacciato al balcone o sul terrazzo della propria casa, in questi giorni di inaspettata primavera anticipata.
(Ma è davvero una guerra?)
Sono giorni in cui tutti noi ci scervelliamo disperatamente su come passare il tempo, perché il secondo nemico da sconfiggere, dopo la pandemia, è la noia. Cucinare, pulire e presidiare gli account social sono le attività che vanno per la maggiore, anche se l’insofferenza e l’insopportazione sono sempre in agguato.

libretto di famiglia
Foto: Gabriele Fanelli

A tal proposito.
Qualche giorno fa, mentre curiosavo nel ripostiglio, valutando se fosse il caso di mettere in ordine o no, ho trovato un borsone. Un forziere del tesoro in un oceano di noia.
L’ho aperto e ci ho trovato dentro delle riviste di cucito degli anni Sessanta, dei ferri per lavorare a maglia, un astuccio con dei documenti. L’ho aperto mentre pensavo tra me e me che avrei sempre voluto imparare a lavorare a maglia (come ci entusiasmano, in questi giorni, cose che prima ignoravamo completamente!).

Faccio scorrere il cursore della cerniera e tiro fuori un malloppo di carte: si tratta dei documenti relativi al periodo in cui mio nonno Michele (Di Gaetano, classe 1921) ha combattuto la Seconda guerra mondiale. È stato un momento toccante: ero molto affezionata a lui ed è stato una presenza costante in tutta la mia vita.
Nell’astuccio ho trovato fotografie, la sua ultima patente, vecchi certificati, alcune fotocopie e un orologio ammuffito. Mi è sembrato davvero di avere tra le mani un tesoro. 

certificato
Foto: Gabriele Fanelli

Il primo documento che pesco è il Foglio Matricolare e caratteristico, che mi aiuta a ricostruire la vita di mio nonno negli anni del secondo conflitto mondiale. Matricola: 16403, titolo di studio: prima elementare. Soldato mitragliere 46. Ha partecipato alle campagne di guerra 1943, 1944 e 1945. È stato prigioniero dei tedeschi dal 9 settembre 1943 all’8 maggio 1945, trattenuto dalle Forze Armate Alleate fino al 10 agosto dello stesso anno. Il Foglio lo autorizza a fregiarsi anche di tre stellette d’argento, una per ogni campagna combattuta. Il secondo foglio del fascicolo è scritto con una grafia minuziosa, un corsivo a cui non sono più abituata:

“Soldato di leva classe 1921, distretto di Taranto, e lasciato in congedo illimitato.
Denunziato al tribunale Militare territoriale di Guerra di Napoli per il reato di diserzione in tempo di guerra (14 gennaio 1941).
Tale dichiarato colpevole per il reato ascrittogli e condannato ad anni due di reclusione militare col beneficio della sospensione condizionale per anni cinque, sotto le comminatorie di legge (25 marzo 1941).”

Mio nonno, un disertore! Sono certa che non lo abbia mai detto a nessuno, perché in un modo o nell’altro ne sarei venuta a conoscenza. Disonore su di me e sulla mia famiglia? Non lo so. So solo che questa scoperta mi ha strappato un sorriso: non potevo aspettarmi altro da un uomo che ripudiava la guerra con tutto se stesso, proprio perché l’aveva vissuta.
Voi a vent’anni avreste lasciato la vostra casa, la vostra famiglia, per andare a combattere per qualcosa in cui non credevate? 

certificato guerra
Foto: Gabriele Fanelli

Da bambina ho sempre ascoltato con trasporto le sue disavventure da soldato, storie che nell’ultimo periodo avevano monopolizzato le nostre serate: a causa dell’Alzheimer erano gli unici ricordi che riemergevano in maniera nitida dalla confusione nella sua testa. (Verso la fine questi ricordi avrebbero azzerato il presente e spazzato via tutto il resto; si può dire, a conti fatti, che è come se fosse morto in guerra.) 

Mio nonno aveva però un pregio: quello di riuscire a raccontare la guerra con il piglio di quelli che la sanno lunga, ma che non si prendono troppo sul serio.

Il copione era sempre più o meno lo stesso.
Iniziava elencando le città in cui era stato prigioniero, aiutandosi con le dita della mano (“[uno] Minsk! [due] Atene! [tre] Pinsk! ed enfatizzava perché sapeva che quei nomi così strani facevano ridere me e mia sorella). Poi passava a raccontare di come era riuscito a sopravvivere alle deportazioni (“Andavamo per le campagne alla ricerca di cibo Kartoffen! Kartoffen! gridava, e ridevamo ancora più forte).
Ma il mio preferito era il racconto del naufragio in Grecia (“Figghia mia, ero nudo quando sono arrivato a riva dopo il naufragio!”), e immaginavo mio nonno come una specie di Ulisse che cercava disperatamente di tornare a casa dalla sua famiglia.
Fino a qualche settimana fa era questa la mia idea di guerra, al di là degli escamotage scenici che mio nonno usava per intrattenere le sue nipotine: la guerra era la deportazione, i naufragi, la disperata ricerca di cibo, la paura dei bombardamenti.

certificato
Foto: Gabriele Fanelli

Il parallelo con questa “guerra”, quella che stiamo vivendo oggi per intenderci, continua a non reggere: il nemico da sconfiggere è il virus, e il bene primario che siamo chiamati a difendere è la nostra vita e quella delle persone che amiamo. Non siamo chiamati a morire per idee come patria, onore, obbedienza.
Dobbiamo proteggere noi stessi ma senza il rischio di temere il freddo, le bombe, la fame: e per salvarci non dobbiamo fare altro che restare a casa. Avere troppo tempo libero è un problema tanto quanto non averne, per carità. Dover limitare le uscite ci crea disagio, è chiaro a tutti. Ma la parola “guerra” e il lessico correlato ad oggi sono, secondo me, usati impropriamente.
Sono certa che mio nonno l’avrebbe pensata allo stesso modo.

E se fosse ancora vivo (oggi avrebbe avuto 99 anni), so che sarebbe stato uno di quei vecchietti con la mascherina che vediamo scorrazzare per le vie della città, e che vengono sgridati dalle forze dell’ordine perché non dovrebbero essere in giro. Immagino la disperazione di figlie e nipoti nel vano tentativo di non farlo uscire.

Me lo immagino, in poche parole, come è sempre stato: profondamente, ostinatamente libero.

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