niccu furcedda petroliomag disegno illustrazione
Illustrazione: Igea Paiano

Secondo le stime degli scienziati, in seguito all’innalzamento di circa un metro del livello del mare dovuto al progressivo scioglimento dei ghiacciai, entro il 2100 la Puglia si troverà divisa dal Mar Mediterraneo, proprio in corrispondenza della provincia di Brindisi. Appresa la notizia che Francavilla sarebbe stata sommersa dal mare in poco più di ottant’anni, ho iniziato a fantasticare sul da farsi. Anzitutto, si tratterebbe della nascita di una leggenda: Francavilla, l’Atlantide degli avvocati. In secondo luogo, ho pensato a cosa portare via e cosa no. Risparmio al lettore la lista dei personaggi francavillesi a cui darei ospitalità sulla mia personale arca; posso solo rivelare che la mia lista è composta da individui nati prima del 1945, tra i quali primeggerebbe mia nonna nel ruolo di depositaria delle tradizioni culinarie. Intendo invece soffermarmi su quali opere letterarie francavillesi porterei con me. Prendendo a modello Le Questionnaire di Marcel Proust, sulla mia arca troverebbe posto, senza dubbio, ‘Nniccu Furcedda di Girolamo Bax.

Scrivere a proposito di ‘Nniccu Furcedda non è semplice, visto che quest’opera ha suscitato l’interesse di numerosi studiosi di storia dell’Italia Meridionale. Vale la pena, però, tentare di offrire un quadro riassuntivo delle notizie principali, senza la pretesa di aggiungere o togliere nulla da quanto è stato già scritto. “A me suona italiano più che non paia, e ci riconosco assai forme dell’italiano antico”: questo giudizio fu espresso da Niccolò Tommaseo a seguito della lettura del ‘Nniccu Furcedda. Stando all’autorevole giudizio, l’oggettiva qualità letteraria è ciò che distingue la farsa pastorale di Girolamo Bax. Bax era nato, con ogni probabilità, alla fine del XVII secolo a Faggiano o a Grottaglie; si trasferì a Francavilla e da qui si spostò a Napoli, dove studiò per diventare medico, grazie al sostegno di Michele Imperiali. Tornato a Francavilla, sposò sua cugina Angela Bax, e operò fino all’anno della morte, avvenuta il 17 gennaio del 1731. La data di composizione della farsa è sconosciuta. Si può dire soltanto che venne pubblicata, per la prima volta, nel 1869 da Pietro Palumbo, tra le pagine dell’appendice documentaria posta alla fine della Storia di Francavilla.

La descrizione della trama della farsa fatta dal Palumbo (Storia di Francavilla, p. 396) è deliziosa: “Dicesi sia una satira ad una famiglia oggi ingrossata, ma ciò non preme o almeno sel fa perdonare l’esatta dipintura di Nnicco vecchio spilorcio, massaio che si farebbe cavare un dente prima di spendere un tornese e che vuol dare la figlia Nina, bella ragazza, al primo offerente che vuol pigliarsela senza dote. La moglie invece tiene il sacco a un amorazzo della figlia con un giovine campagnuolo che le vuole un bene matto. L’azione del dramma è sostenuta dal contrasto del vecchio bisbetico, lascivo, insopportabile, e quello della moglie pollastriera, sospettosa, linguacciuta che non gliene manda una buona, e gli si mette sempre a traverso in presenza del promesso sposo che è uno studente venuto di fresco dagli studi di Napoli e che promette aderire alle voglie dell’Avaro, sposando Nina senza camicia. Il carattere di costui è ancora disegnato da maestro; i tratti in lingua tra il vernacolo e il pulito, le insinuazioni del vecchio prodigo soltanto di parole sono i più saporiti. Nondimeno lo studente facendo pro dell’asinaggine dell’avaro immagina tessergli un tranello a suo profitto ingarbugliandolo con un contratto da nozze nel quale l’obbligava a dotare la figlia. Ma il vecchio scoperto l’inganno la concede invece all’antico innamorato di campagna, e così termina il trattenimento.”

Stando alle poche notizie che si hanno sulla messa in scena della farsa, pare che questa riscosse un grande successo di pubblico, pur non essendo mai data alle stampe: nel Libro di Memoria di E. Argentina (vd. P. Palumbo, Storia di Francavilla, p. 397, ad. n. 2) si legge che “nel 1807 si rappresentò la farsa di Ciommo Bax in casa propria con teatro e musica ed intervenimento di tutta la città negli ultimi tre giorni di Carnevale”. Ma come tutte le opere prodotte allo scopo di ritrarre tra le pieghe dell’arte i vizi della società, anche ‘Nniccu Furcedda passò sotto la ghigliottina della censura. In un articolo molto interessante sulla farsa (Ciro Santoro, Su un manoscritto della Farsa di Gerolamo Bax di recente scoperto, in Archivio Storico Pugliese 1986), si fa luce sull’ipotesi (rimasta tale) secondo cui, agli inizi del secolo XIX, gli organi di polizia proibirono di rappresentare la farsa: parrebbe, infatti, che il personaggio di ‘Nniccu ricordasse troppo un membro dell’influente famiglia Scazzeri. Infatti, nel Catasto Generale della Terra di Francavilla (creato nell’anno 1753 ‒ 1754) si trova scritto che proprietario della masseria Fallacchia ‒ già nei manoscritti identificata come il luogo in cui si svolge la farsa ‒ era Alessandro Scazzeri, dottore in legge di sessantasette anni. Si tratta di un antenato di Marcello Scazzeri, influente capo della milizia cittadina al tempo della rivolta giacobina (1799): insomma, saremmo di fronte alla prova dell’influenza dei potentati locali. Ma senza pensare ad un coinvolgimento di Alessandro Scazzeri, l’atto di censura si potrebbe spiegare agilmente con i contenuti del dramma. Basterebbe chiedersi: “Chi è ‘Nniccu Furcedda?” Anzitutto non è un vecchione, visto e considerato che ha una figlia da maritare ed un figlio adolescente: si tratta di un uomo di mezz’età, nel pieno delle sue forze. In secondo luogo, ‘Nniccu è uno di quei villani che deve fronteggiare numerose difficoltà economiche e, non ultime, le angherie di briganti e dei signori della città che cercano di prendersi gioco di lui. Ma non basta, perché ‘Nniccu inveisce contro le tasse e contro i giudici: in una parola, contro il potere spagnolo. Se l’affaire della censura, configuratasi in qualunque modo, si dimostrasse essere un dato, avremmo una prova tangibile della forte vis satirica e dell’impietoso realismo con cui l’opera proruppe al momento della messa in scena. Quella che oggi può sembrare una bucolica e ridanciana farsa di paese (complici i vari adattamenti teatrali), agli inizi del XVIII secolo si presentava come un attacco frontale all’isolazionismo degli ualani che, a furia di sacrifici economici ‒ proverbiale è, infatti, la spilorceria di ‘Nniccu ‒ stavano acquisendo un ruolo di primo piano nell’economia agricola della città. C’è poi un attacco alla nobiltà istruita: “Aggiu studiato/ e m’aggiu crapentato a ccio s’intenna/ ca iu saccio di penna e son dottore”, dice Rocco (vv. 380-383), con il vezzo eterno di chi vuole a tutti i costi far pesare la propria istruzione agli altri. Infine, c’è il ritratto di una classe contadina persa nell’assoluto vuoto istituzionale, abbandonata nelle plaghe deserte di una campagna che è teatro di scorribande di malfattori. E poi ecco, per giunta, i cinq’arrini, il dazio statale che fustiga, senza pietà, queste comunità agricole.

È probabile che il lettore si aspetti riflessioni sulla lingua della farsa, ma questa aspettativa è destinata a rimanere insoddisfatta. Le questioni linguistiche che riguardano il testo sono numerose e sembra più proficuo rimandare al recente volume di Tommaso Urgese (Il dialetto del XVIII secolo di Nniccu Furcedda, opera salentina del francavillese Girolamo Bax, Oria 2017, Cidue), che avventurarci in una serie di questioni linguistiche che non si possono trattare adeguatamente in un articolo divulgativo. Per il resto, basti quanto s’è detto, all’unico scopo di accendere la curiosità di chi legge un testo prezioso, affatto ridicolo, che merita di essere letto ancora e ancora.

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