Foto: Gabriele Fanelli

Francavilla, è il duemila o forse il duemilauno. È un tardo pomeriggio natalizio; un uomo sulla quarantina e un bambino sovrappeso di otto anni si aggirano nel quartiere fieristico. L’Inter, quell’anno, ha comprato Hakan Şükür: un disastro, un’onta irreparabile. Le cose andavano male. Il bambino sono io, l’uomo sulla quarantina è mio padre. Quello era un pomeriggio speciale: dovevamo provare il Cobra 3R, un candelotto esplosivo potentissimo: «šciamu c’amma pruà lu cobra: custu tene lu spoštamentu d’ariæ», disse papà. Accese, venne fuori un vapore violaceo e, dopo il silenzio assordante che precede ogni deflagrazione, «BBBBBÆÆÆØM». ‘Izza, potentissimoe, il cobra franchiddese. Risaliti sopra casa, non ricordo chi, ci disse di stare attenti con le bombarde: avevano messo una bomba intimidatoria «sobbr’allu viale, sott’alla štatuæ ti Giuanni Calò». 

Questo è quanto mi restituisce la mia memoria, mentre in tv scorrono le immagini della statua di Cristoforo Colombo decapitata, a Boston. Colombo come il povero Calò che, peraltro, è un’autentica gloria francavillese: insigne pedagogista e politico, sottosegretario di Stato per le Antichità e le Belle Arti al Ministero dell’Istruzione Pubblica, sotto il governo Facta I del 1922 e, dopo la guerra, segretario della sezione toscana del Movimento Federalista Europeo. La mia memoria, dicevo, si ferma qui. Ma parlo della memoria privata, quella di Francesco. E invece, la memoria di tutti, quella mia e tua, dei francavillesi, fin dove arriva? Come si forma? È una domanda che dobbiamo porci, in un momento in cui la memoria culturale sotto la forma delle statue, e non solo, è sotto attacco per ragioni che, se qualcuno non trova condivisibili, sono senz’altro comprensibili. 

Dove inizia la memoria culturale della comunità

Ormai da tempo, antropologi e storici – Halbwachs, Nora, Assmann, Candau, Connerton – hanno sottolineato come la costruzione dell’identità di una comunità passi dalla più o meno sapiente, e senz’altro cosciente, costruzione di una memoria culturale collettiva. Ma cos’è, di preciso, questa memoria collettiva? Si tratta del patrimonio tradizionale, fatto di racconti, ma anche di simboli (i nomi delle vie, le statue, le targhe commemorative), al quale tutti noi attingiamo per descrivere su quali basi ci sentiamo francavillesi.

Quando mi chiedono cosa c’è a Francavilla, almeno io, sfoggio tutta una serie di nomi, simboli, usanze che definiscono la mia appartenenza a qualcosa. Per esempio, dico che vengo dalla città degli Imperiali, molto famosa per la sua Settimana Santa e per la festa patronale. Dico, poi, che c’è un castello molto bello e che la città ha dato i natali a degli uomini illustri: al già citato (e bombardato) Giovanni Calò, al celebre linguista Ribezzo, al decorato capitano Giovanni di Castri. Nomi, parole-chiave, mezzibusti, storie che si intessono in una trama che ognuno di noi conosce, appunto, a memoria. Ovviamente, la memoria prende, talvolta, forme molto strane. Faccio un esempio: quasi tutti noi conosciamo la vicenda macabra dei fratelli Chionna, ma difficilmente ne parliamo. O meglio, non siamo in grado di affrontare questo argomento serenamente.

Questo vuol dire che lo abbiamo dimenticato? Tutt’altro. Si tratta di un evento traumatico che non siamo pronti ad affrontare e, pertanto, abbiamo deciso di cancellarlo. Ma attenzione: cancellare qualcosa non vuol dire dimenticarla: lo sapevano bene gli antichi, quando decretavano la damnatio memoriae contro i cittadini che avevano sbagliato. Ecco, quindi, la memoria culturale collettiva. Forse ti chiedi: perché memoria e non storia?

Storia e memoria collettiva: uno iato incolmabile?

Parlo di memoria e non di storia, perché quando presentiamo la comunità da cui proveniamo non lo facciamo di certo documenti alla mano e dopo aver passato qualche ora a leggere in biblioteca. Lo facciamo riferendoci a fatti che altri hanno vissuto e che da altri ci sono stati raccontati. Nessuno di noi era presente quando la Chiesa Madre, dopo il terremoto, venne ricostruita o quando i fascisti distrussero la Camera del Lavoro. Curiosamente, una buona parte dei francavillesi ricorda il primo evento, mentre del secondo non si saprebbe nulla se non ne avesse parlato Sandro Rodia nel suo libro Vite Spezzate – Costantino Gargaro, storia di un’ingiustizia di stato. In altre parole, l’unica fonte a cui facciamo riferimento quando definiamo la nostra identità sono le parole e i ricordi degli altri. Ma cosa accadrebbe se, compiendo il più rivoluzionario dei gesti, andassimo a vedere cosa c’è dietro questi nomi?

Premetto che questo articoletto non è un processo sommario, né una proposta di revisionismo. I libri da cui traggo le informazioni che scrivo sono stati pubblicati: il punto è che leggerli, talvolta, è faticoso. Vorrei solo cercare di proporvi una riflessione su quanto, in realtà, quella storiella edificante che tutti, più o meno, abbiamo sentito in casa o, magari, abbiamo letto su delle discutibili pubblicazioni che ci parlano del buon tempo antico siano in realtà complesse e, talvolta, torbide. A questo scopo prenderemo due casi esemplari: la leggenda della fondazione di Francavilla e il linguista Francesco Ribezzo.

Foto: Gabriele Fanelli

Il mito della fondazione di Francavilla

Supponiamo di fermare e interrogare uno dei tanti senatori che siedono davanti alla Società Operaia di Mutuo Soccorso o una qualsiasi persona in piazza Umberto I. Gli chiediamo: come è stata fondata Francavilla? Ci verrà data la risposta che già conosciamo: il re d’Angiò andò a caccia, scagliò la freccia e trovò l’icona. Risposta secca, senza il minimo dubbio. Ora mi chiederai dov’è che sta il problema: la leggenda è patrimonio pubblico, è memoria collettiva. Il problema, se così lo vogliamo chiamare, sta nel fatto che lo storico Palumbo chiarì nella sua Storia di Francavilla che il nostro paese si è formato per sinecismo, cioè tramite l’unione di più centri abitati. La cosa, a un certo punto, dispiacque a tal punto che si corse ai ripari.

Il cattolicissimo frate Primaldo Coco scrisse nel 1941 una dissertazione dal titolo Francavilla Fontana nella luce della Storia, nella quale, attaccando Palumbo con toni inquisitori, cercava di dare un fondamento storico alla leggenda che abbiamo ricordato. Più che la luce della storia, Coco portava le tenebre. Ma a sancire il predominio di questa ricostruzione totalmente errata fu l’edizione di pregio stampata nel 1988, in occasione del bicentenario di elevazione a Civita dell’Universitas di Francavilla, con tanto di premessa da parte del sindaco Giuseppe Attanasi.

Chi la vorrà leggere, vi troverà un esempio chiarissimo di come si plasma l’immagine della città che ha guadagnato faticosamente il prestigio di cui gode “senza mai recidere le radici che affondano nel nostro passato”. Chiaramente, tutte le comunità hanno un mito di fondazione. Il problema sorge quando questo mito diventa l’unica verità. 

Il linguista Francesco Ribezzo

Il nome di Francesco Ribezzo è uno di quelli che valica i confini non solo pugliesi, ma addirittura nazionali. Infatti, qualsiasi antichista che voglia cimentarsi con la Messapia deve consultare il Corpus Inscriptionum Messapicarum, un libro che raccoglie tutti i testi in lingua messapica.

I meriti di Ribezzo sono fuori da ogni dubbio. Non solo Ribezzo ha il suo mezzobusto nella villa comunale, ma gli è stato intitolato l’ottimo liceo scientifico di Francavilla e, a Brindisi, il Museo Archeologico Provinciale. Certo, dei dubbi su Ribezzo qualcuno ce li aveva, e non era uno qualsiasi: sto parlando di Antonio Gramsci, che a Ribezzo dedica un brano dei suoi Quaderni (Quaderno 3 § 89). Che dite, le leggiamo due righe?

“A questa corrente occorre collegare la famosa controversia sui libri perduti di Tito Livio che sarebbero stati ritrovati a Napoli qualche anno fa da un professore che acquistò così qualche istante di celebrità forse non desiderata. Secondo me le cause di questo scandaloso episodio sono da ricercare negli intrighi del prof. Francesco Ribezzo e nella abulia del professore in parola di cui non ricordo il nome (…). Il Ribezzo non ha nessuna capacità scientifica: quando lo conobbi io, nel 1910-11 aveva dimenticato il greco e il latino quasi completamente ed era uno «specialista» di linguistica comparata arioeuropea. Questa sua ignoranza risaltava così manifesta che il Ribezzo ebbe frequenti conflitti violenti con gli allievi. Al Liceo di Palermo fu implicato nello scandalo dell’uccisione di un professore da parte di uno studente (mi pare nel 1908 o nel 1909). Mandato a Cagliari in punizione entrò in conflitto con gli studenti, conflitto che nel 1912 diventò acuto, con polemiche nei giornali, minacce di morte al Ribezzo ecc. che fu dovuto trasferire a Napoli. Il Ribezzo doveva essere fortemente sostenuto dalla camorra universitaria napoletana (Cocchia e C.).”

La corrente alla quale Gramsci associa Ribezzo è quella del “lorianismo”, termine derivato dal nome dell’economista Achille Loria che “comprende alcuni aspetti deteriori e bizzarri della mentalità di un gruppo di intellettuali italiani e quindi della cultura nazionale”. Sull’interessante questione del rinvenimento dei libri perduti di Tito Livio si può consultare il commento ai Quaderni di V. Giarratana o la Premessa al Corpus Inscriptionum Messapicarum di Mauro Spagnoletti, di cui parleremo tra poco. Vorrei soffermarmi su un altro aspetto: premesso che quelle di Gramsci, per come si presentano qui, sono frasi poco precise – e non potrebbe essere diversamente, dato che Gramsci scriveva in prigionia e in condizioni disumane – non trovate che il semplice fatto che il nome di un francavillese sia presente in un testo fondamentale come i Quaderni sia di estremo interesse?

E, inoltre, come mai non si è mai detto o scritto apertamente (dove per apertamente intendo in una forma chiara e comprensibile a tutti) di questa quistione? Mauro Spagnoletti, nella premessa al Corpus che ho citato sopra, ha cercato di risollevare Ribezzo dal giudizio gramsciano. Se dal punto di vista scientifico sembra esserci riuscito, di certo sull’aspetto morale non ha saputo controbattere con altrettanta chiarezza, riconoscendo comunque che il chiarimento dei fatti su cui Gramsci fondò le sue illazioni resta “aperto e degno di rigorosa indagine, onde trarne la storia e lasciar cadere la passionalità della cronaca”. Se sono illazioni o meno non lo sappiamo. Ancora una volta, le vicende sono più complesse di quanto crediamo di ricordare.

Quanto è rilevante la memoria collettiva?

La memoria culturale collettiva è l’anima di qualunque costruzione identitaria. Proprio per questo motivo è stato doveroso dedicare vie e piazze (oltre al mezzobusto) a Giovanni Calò, al maresciallo Antonio Dimitri, al partigiano Antonio Somma. E bisognerebbe continuare su questa linea, anche perché gli esempi negativi sono tanti, ma quelli positivi non mancano: Alessandro Leogrande, per fare un esempio.

Consegnare un nome alla memoria di tutti significa sancire l’esempio positivo che quella figura ha rappresentato mediante le sue azioni. I problemi sorgono quando gli esempi dati per positivi sono, in realtà, negativi. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, l’abbattimento delle statue di presunti eroi nazionali è diretta contro una costruzione identitaria che non risponde alla realtà e non contro la ricostruzione storica. La figura di Cristoforo Colombo, ad esempio, è oggetto di mitizzazione, in America, almeno a partire dalla pubblicazione della biografia del navigatore da parte dello storico Washington Irving (1882).

Foto: Gabriele Fanelli

In questo testo, Colombo non è soltanto lo scopritore delle Americhe, ma anche un vero e proprio supereroe (Irving ne fa, addirittura, lo scopritore della sfericità della Terra). Quindi, l’iconoclastia che sta animando i movimenti contro il suprematismo bianco è perfettamente comprensibile e, soprattutto, non agisce sul passato, ma sul presente costruito anche tramite la cultura collettiva, che, come abbiamo visto, non è sempre impeccabile. A questo punto cosa facciamo? Distruggiamo le statue di chi ha sbagliato?

Forse la risposta a questa domanda sta nel proporre una riflessione su quali potrebbero essere nuovi modi di raccontare e costruire l’identità, alla luce del fatto che la realtà è sempre più complessa di come la ricordiamo. Mi raccomando, in villa tornateci mantenendo la distanza di sicurezza: i più giovani per pomiciare e i più grandi per fare un’amena passeggiata. Non vorrete, sul serio, abbattere il mezzobusto di Ribezzo? 

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